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Contributi Esterni

Per una comparazione del fenomeno leghista

di Filippo Salone*

È in gran parte condivisibile l’analisi sul fenomeno leghista che Angelo Panebianco fa sul Corriere all’indomani dell’exploit del voto del 13 aprile. Panebianco, che marca la sua disamina sulla Lega come comunità di interessi, già all’inizio degli anni Novanta spiegava come nel movimento leghista “protesta antisistema e rappresentanza territoriale si incontrano e fanno sinergia”, prendendo così le distanze dai tanti che sovente consideravano Bossi e il leghismo come fenomeno rozzo o comunque folkloristico destinato a scomparire una volta che la Repubblica partitocratrica avesse lasciato il posto ad una nuova e razionale architettura politico-costituzionale.

Ora, ad oltre venti anni dalla sua costituzione e registrato un nuovo sfondamento di poco inferiore al picco storico del ‘96, il Carroccio attira su di sé nuove e trasversali attenzioni. Ma al di là di ogni esegesi estemporanea, e quindi inevitabilmente superficiale, per inquadrare al meglio il leghismo non si può prescindere da un’analisi di insieme che indaghi il fenomeno nella sua esperienza storica e che tenga debitamente conto di alcuni basilari parametri di comparazione. Solo in questa chiave sarà possibile tracciare le coordinate per un modello interpretativo in grado di decifrare attendibilmente l’evoluzione del fenomeno leghista.