Rassegna Epistemica – Iraq

a cura di Andrea Gilli

Per via della visita del Generale David Petraeus e dell’ambasciatore americano in Iraq Ryan Croker a Washington, l’attenzione dei media si é concentrata questa settimana sul futuro dell’Iraq.

Croker e Petraeus hanno sostanzialmente affermato che la situazione in Iraq sta migliorando, anche se i risultati finora raggiunti rimangono fragili. Per questa ragione, il ritiro delle truppe, a loro modo di vedere, deve essere interrotto.

É importante notare come i piú importanti e stimati esperti di studi strategici convengano su questo punto. Stephen D. Biddle del Council on Foreign Relations ha affermato di fronte al Congresso che la situazione, oggi, é nettamente migliorata, e quindi vi siano maggiori ragioni per restare sul campo. Ció detto, Biddle rileva, da una parte, come l’attuale situazione di calma sia da attribuire ad una serie di fattori (anche fortuiti – e dunque non solo alla surge), e che quindi un improvviso e drammatico peggioramento non possa essere escluso. Dall’altra parte, Biddle nota come sia essenziale favorire la continuazione della tregua lanciata dagli sciiti e dai sunniti, al fine di pacificare l’Iraq – per questa ragione, l’operazione militare di Bassora sarebbe stato un errore, in quanto avrebbe rischiato di portare a nuovi e ripetuti scontri all’interno del Paese. L’intervento dell’Iran, per fortuna, ha evitato questa evoluzione – ma non è detto, specie per via delle elezioni programmate per quest’anno, che non vi siano nuovi rigurgiti di violenza (Noah Feldam, sempre del Council on Foreign Relations, ammette prorio questa possibilità in relazione alle elezioni).

Terence T. Kelly della Rand Corporation giugne a conclusioni simili a quelle di Biddle. La situazione in Iraq é in miglioramento, e quindi andarsene ora sarebbe un errore. Ciononostante, per Kelly non bisogna illudersi sulle prospettive del Paese, che a suo modo di vedere non sará mai la societa plurale e democratica che si voleva costruire nel 2003. L’analista della Rand sottolinea inoltre la necessità di riformare il sistema educativo iracheno, in modo da evitare che il suo popolo diventi aggressivo e belligerante – e dunque una minaccia per la regione intera.

Infine, Anthony H. Cordesman, del Center of Strategic and International Studies, come i suoi predecessori, nota la poca convenzienza nell’abbandonare l’Iraq – almeno in questo momento. Anche in questo caso, peró, vengono lanciate pesanti critiche e accuse all’attuale condotta in Iraq. In particolare, Coderman prende atto dell’abbandono da parte del Presidente dei suoi poteri esecutivi. In sostanza, il futuro dell’Iraq sarebbe dettato e deciso da generali e diplomatici, da tecnici, cioé, anzichè da politici. Critica simile viene rivolta da Jacob Hilbrunn del National Interest. Si noti che una valutazione analoga era giá stata espressa da Epistemes a settembre, in occasione della prima visita di Petraeus al Congresso. Un presidente che demanda le proprie decisioni a dei tecnici ha perso oramai non solo la leadership, ma anche la propria credibilità. Va detto che di fronte agli errori compiuti in questi anni, il Presidente Bush sa di aver perso oramai il sostegno non solo di gran parte del suo popolo ma anche del Congresso (repubblicani compresi).

Ad opporre la continuazione della presenza americana in Iraq é invece Steven Simon su Foreign Affairs, che pur svolgendo un’analisi molto simile a quelle fin qui ricordate, ritiene che agli americani convenga ritirarsi. Secondo Simon, la surge avrebbe ridato fiducia ai sunniti, che quindi potrebbero arrivare a nuovi sogni egemonici sull’Iraq, e dunque boicottare ogni forma di riconciliazione nazionale. Di qui la necessità di lasciare l’Iraq, in modo che il Paese si possa integrare – mentre, sempre secondo Simon, la presenza americana porterebbe esattamente al risultato opposto. Più moderato, ma non meno pessimista è invece Wayne White, del Middle East Institute, per il quale gli Stati Uniti si troverebbero in una posizione particolarmente spiacevole, in quanto non avrebbero altra alternativa che stare in Iraq, senza però poter realmente migliorare lo stato delle cose.

Michael Knights e Eamon McCarthy del Washington Institute on Near East Policy ragionano invece proprio sul rischio, ma anche sulle opportunità, di una fragmentazione o di un accentramento di poteri in Iraq. Ciò ovviamente dipenderà non solo dall’andamento delle elezioni, ma anche dalle battaglie in campo tra i vari gruppi etnici, all’interno dei gruppi etnici medesimi, e tra i vari attori regionali, più o meno mimetizzati (Iran, al-Qaeda, Arabia Saudita, Turchia, e ovviamente gli Stati Uniti).

Sull’evoluzione dell’Iraq é particolarmente interessante il forum apparso sul National Interest, a cui partecipano il giá nominato Stephen D. Biddle, Andrew MIchta e Steven Metz. Il forum è utile per comprendere tutti gli errori strategici (ripetiamo: strategici) che hanno portato al collasso di cui stiamo parlando, e pertanto può dare degli ottimi spunti per capire le opzioni e i rischi che i policy-makers americani devono affrontare.

Tutti gli autori sin qui citati elaborano le loro tesi sulla base dei dati degli attentati in Iraq. Per questa ragione, oltre ad un riepilogo della guerra in sé (elaborato dal sito del Council on Foreign Relations), e dei suoi errori (Stephen M. Walt del Belfer Center for Science and International Affairs, Kennedy School of Government, Harvard Unviersity), puó risultare utile un rimando ai dati ufficiali – per esempio quelli pubblicati dal Pentagono e sull’ultimo NIE report, in attesa della nuova edizione.

Per delle analisi appurate ed accurate di questi dati, gli studi di Anthony H. Cordesman sono senz’altro tra i piú affidabili (e aggiornati). In particolare, si vedano i suoi recenti rapporti sull’intera vicenda irachena (1 e 2), sul ruolo dell’airpower e sulle violenze in Iraq. Come molto interessanti sono gli spunti offerti da Michael E. O’Hanlon e da Jason H. Campbell della Brookings Institutions.

Sempre un’analisi del conflitto iracheno, anche se a più ampio raggio, e nella quale le luci sono piú delle ombre é offerta da Frederick W. Kagan, dell’American Enterprise Institute.

La maggioranza degli autori qui menzionati guarda all’Iraq e ad un eventuale ritiro per valutare le implicazioni regionali delle varie opzioni di policy. In precedenza abbiamo ricordato il ruolo dell’Iran nei recenti scontri di Bassora. E’ evidente che i successi ottenuti in questi mesi hanno scombussolato le carte di Tehran che, anche per via dell’indebolimento del suo Presidente, sembra sempre più interessata ad un Grand Bargain con gli Stati Uniti. Al di là che ciò sia possibile o meno, di sicuro l’intera vicenda irachena può solo essere compresa guardando al sotto-sistema regionale nel quale l’Iraq è incastonato – il Medio Oriente. Proprio per questo, è fruttifero osservare come la regione si stia muovendo. Recentemente sono stati pubblicati diversi studi su questo versante. Tra questi, vi é un rapporto di Cordesman, sul Golfo Persico e un testo di Marina Ottaway et al del Carnegie Endowment for International Peace. Ottimi spunti dai quali partire.

Buona lettura. ag

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