La politica estera italiana – Risposta di Carmelo Palma

In seguito all’articolo di Andrea Gilli sulla politica estera italiana, Carmelo Palma dei Riformatori Liberali ci ha inviato una replica, che siamo qui felici di riproporre. A breve verrà pubblicata la risposta di Gilli alle considerazioni di Palma.

I chierici del realismo, la dottrina e la politica: Un commento (semi)serio al pezzo di Andrea Gilli

di Carmelo Palma*

Dall’articolo di Andrea Gilli viene un severo richiamo al realismo politico. Fiamma Nirenstein è servita. Ma quali insegnamenti può trarre dalla lezione uno come il sottoscritto, profano e ignorantissimo appassionato di politica internazionale? Voglio essere (semi)serio. E confesso, in premessa, un’indole che Gilli definirebbe “moralistica” e anti-scientifica, e la conseguente riluttanza a trattare le questioni della vita e della morte, della libertà e della violenza nel mondo alla stregua di eventi o catastrofi naturali, limitando gli slanci della passione e dell’indignazione politica alle questioni della “nazione”.

Per altro verso, sono abbastanza rotto alle cose della politica per sapere che il principio di realtà è un ottimo antidoto al veleno del wishful thinking: veleno tossico nelle “cose di casa” e mortale quando si esca dall’uscio per muoversi oltre confine.
Però… ho un po’ di però, rispetto a certe professioni di realismo scientifico: “però di metodo” e (spero) non puramente moralistici. Questi “però”, intellettualmente, mi premono molto. Non mi importa invece nulla di difendere ex post o ex ante le scelte internazionali del presente e futuro governo Berlusconi, che Gilli, con qualche ragione, ha messo nel mirino della sua polemica. A far meglio o peggio di quanto Gilli teme, ci ha già pensato e ci ripenserà, a breve, lo stesso Berlusconi. E a richiamarlo, se del caso, ci penserà la Nirenstein.

Partiamo dunque dai “però”:

1) La rinascita, negli Usa, di un idealismo wilsoniano nel campo politico conservatore mi pare abbia coinciso (anche) con il riconoscimento di un difetto di analisi (e non solo “di cuore”) nelle politiche realistiche. Bin Laden è un cazzotto che è arrivato in faccia all’Occidente senza che i chierici del realismo lo vedessero partire e prima che apparisse loro possibile. Dunque, l’idea che esista un legame indissolubile tra politiche di sicurezza e promozione della libertà è sicuramente discutibile. E forse è persino sbagliata. Ma è un’analisi: non un auspicio né un’invocazione al cielo.

2) Io non so (non dico per dire: proprio non lo so) se il principio della posizione relativa degli stati nel contesto internazionale consenta ancora di leggere in maniera appropriata equilibri che sono in larga misura influenzati da potenze (politiche, economiche e militari) che non sono né nazionali né statuali e che non si riflettono in un centro “istituzionale”. Però mi sembra esserci qualche ragione di fatto nel rifiuto di una lettura interamente nazionale e inter-nazionale (statalista e inter-statalista) delle questioni dell’ordine globale.

3) Non capisco (non dico per dire: proprio non capisco) per quale ragione di metodo la dottrina realistica escluderebbe la “responsabilità morale” della politica verso scelte che incidono, più o meno direttamente, sulla vita e sulla libertà umana, quando gli effetti di queste scelte si consumano al di fuori dei confini nazionali. Non mi sfugge che c’è chi (spesso con un sovrappiù di narcisismo) legge le cose della politica e, in particolare, della politica internazionale come una sorta di fisica delle forze o di astronomia dove a fare la parte dei corpi celesti sono gli Stati e le persone (le singole persone) contano come i granelli di sabbia su Marte. Il problema è che questa lettura “realistica” è già del tutto politica (anzi, ideologica) e non scientifica: è già completamente interna e asservita ad un disegno che ha il proprio, caratteristico contenuto morale, non diversamente da quella cosiddetta “idealistica”. Per dirla in modo, ancora una volta, semi-serio: non è vero che la posizione kissingeriana è “astronomica” e quella wilsoniana “astrologica”. Fanno entrambe parte, in modo diverso, di quel porco e fantastico gioco che è la politica. Entrambe le posizioni servono fedelmente e con onore i progetti politici in cui sono rispettivamente inscritte (e ne servono le speranze, le ambizioni e le illusioni “morali”). Neppure un approccio realistico dimostra dunque l’impoliticità della politica internazionale.

4) In conclusione: chi fa professione, ancorché modesta, di liberalismo politico dovrebbe tenere il “realismo” in gran dispetto. Il realismo come “ideologia della realtà”, intendo. Mica la realtà in quanto tale. Per questo saluterei con entusiasmo il giorno in cui tutti gli esperti di politica internazionale accantonassero (come molti economisti “scientifici” hanno iniziato a fare) la presunzione di pensare che il mondo non è, come direbbe Wittgenstein, “tutto ciò che accade” e che si affida alla nostra incerta, faticosa e provvisoria comprensione, ma è, al contrario, qualcosa di più profondo e vero, che la razionalità umana, grazie all’occhio esperto del sapiente, può saggiare nella sua assoluta oggettività. Si mette male, per la realtà, quando il realismo se ne impossessa, dichiarando l’irrealtà di ogni possibile lettura, posizione, proposta alternativa. E’ una vecchia storia quella della realtà dichiarata irreale da una teoria “realistica” delle cose.

La dottrina “realistica” del mondo mi sembra, in questo, simile alla dottrina marxistica della rivoluzione. Va bene (per te) se vuoi fare il professore. Va malissimo (per gli altri) se vuoi fare politica.

* Carmelo Palma (Torino, 1968), giá consigliere regionale del Piemonte per il Partito Radicale, dirigente dei Riformatori Liberali, collabora con L’Opinione.

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