La politica estera italiana – risposta a Fiamma Nirenstein

di Andrea Gilli

Nel suo articolo apparso su Il Giornale del 9 aprile 2008, Fiamma Nirenstein, già giornalista e futura probabile parlamentare del Popolo della Libertà, anticipa, nel caso in cui il suo partito dovesse andare al governo, una grande rivoluzione nella politica estera italiana.
Il tentativo analitico della Nirenstein merita un plauso, in quanto, come ella stessa ammette, il tema della politica estera non è stato assolutamente toccato durante la campagna elettorale. Allo stesso tempo, la sua analisi lascia però molte perplessità.

Secondo la Nirenstein, grazie al centro-destra ci sarà un chiarimento morale della nostra politica estera. Sosterremo quindi le democrazie, i diritti umani, la libertà. Cosa che a suo modo di vedere non sarebbe accaduta durante il biennio prodiano. Per chi scrive, queste argomentazioni non reggono però alla prova dei fatti. In primo luogo, la politica estera degli ultimi sette anni è stata caratterizzata da una certa continuità, nonostante il cambio di esecutivo. E ci sono numerose ragioni per ritenere che tale continuità non venga interrotta. In secondo luogo, per quanto la morale debba essere tenuta il più lontano possibile dalla politica estera, a conti fatti il Governo Berlusconi non sembra avere questo medagliere invidiabile, come Fiamma Nirenstein vorrebbe invece farci credere.

In linea con quanto già detto, la politica estera italiana non è cambiata significativamente nella transizione dal Governo Berlusconi al Governo Prodi. A mero livello matematico, si nota come la gran parte delle missioni all’estero siano state continuate, gli impegni mantenuti, i progetti ampliati. L’ingresso dell’Italia nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, tra i membri temporanei, è stato un passo importante – raggiunto grazie e durante il governo Prodi. Il quale però ha semplicemente continuato lo sforzo diplomatico iniziato sotto il Governo Berlusconi. Anche le ambiguità non hanno riguardato una sola coalizione governativa. La missione in Afghanistan è stata ampiamente sotto-finanziata e sotto-potenziata sotto il Governo Berlusconi. L’esecutivo successivo ha fatto di tutto per proseguire su questa linea d’onda.

Lo stesso discorso vale per le missioni in Iraq e Libano, neanch’esse denotano particolari rivoluzioni – sempre se si vuole leggere i fatti attraverso lenti appropriate. L’Italia è andata in Iraq per un unico, semplice motivo – aumentare il proprio peso internazionale. Sulla base di una valutazione oggettiva (la supremazia americana), il Governo guidato da Silvio Berlusconi ritenne che il rafforzamento del ruolo internazionale dell’Italia, soprattutto vis-à-vis l’Europa, passasse attraverso Washington. E procedette dunque in maniera coerente con questa impostazione, sposando in tutto e per tutto la politica statunitense.

L’azione del Governo Prodi è stata contraddistinta dagli stessi fini. Essa è cambiata nei mezzi. L’unica differenza con l’esperienza precedente può essere quindi riscontrata nell’assunto di base. Secondo Prodi e D’Alema, gli Stati Uniti erano e sono in declino relativo (anche per via dell’esperienza irachena) e quindi l’Italia, per rafforzare il suo peso internazionale, più che puntare sull’alleanza con Washington, avrebbe fatto meglio ad aggrapparsi e a sostenere l’Europa. Per compiere tale passo, era però prima necessario far vedere all’Europa medesima quanto fosse importante l’Italia. Andammo dunque in Libano per far vedere di essere un Paese ambizioso e importante, e quindi essenziale per le sorti dell’Unione.

Cambiano i modi, ma gli obiettivi. tra i due governi. rimangono esattamente uguali – contare di più a livello internazionale. Non una novità per chi conosce come funzionano le relazioni tra Stati. Difficile che il prossimo esecutivo si distanzi da questa impostazione. Anche perchè la ricerca di maggiore peso internazionale tramite missioni all’estero è una costante della politica estera italiana, da Cavour, con la Guerra di Crimea, a Crispi con le avventure coloniali, fino a Mussolini prima e ovviamente D’Alema (guerra in Kossovo), Berlusconi e poi Prodi.

Anziché soffermarsi su questi dati, Fiamma Nirenstein preferisce però dedicare molto più spazio al ruolo della morale e dei principi nella formulazione della prossima politica estera. L’operazione è davvero singolare, in quanto in diplomazia morale e principi sono i primi da lasciare a casa. E stupisce quindi che una persona preparata come la Nirenstein condivida la visione manichea di chi vorrebbe che i Ministeri degli Esteri fossero popolati da attivisti per i diritti civili invece che da diplomatici. In ogni caso, se anche vogliamo abbassarci all’analisi morale della politica estera dei due recenti esecutivi, non sembra esserci questo palmarés di successi per il Governo Berlusconi come lo scritto della Nirenstein invece suggerirebbe. Il Governo della Casa della Libertà ebbe come partner privilegiato la Russia di Putin – quella che opera in Cecenia. Ebbe ottime relazioni con la Turchia – quella di Erdogan, che ora sembra un mostro islamista. Ed intrattenne buonissime relazioni con la Libia – anzi, fu proprio l’Italia a favorirne il ritorno nella comunità internazionale.

Insomma, il Governo della Casa della Libertà non ha favorito sempre e comunque democrazia e diritti umani. Per fortuna, viene da aggiungere, esso ha guardato in primo luogo agli interessi nazionali. Criticare dunque il Governo Prodi per il suo alternato sostegno alla democrazia o ai diritti umani è ridicolo. In primo luogo perché i suoi predecessori non si sono comportati molto diversamente. (Se è infatti riprovevole (?) un D’Alema che passeggia con Hizbullah, non si capisce per quale ragione lo sia meno un Berlusconi che, in conferenza stampa, sostiene l’assenza di violenze e maltrattamenti in Cecenia.). In secondo luogo perché la politica estera non viene, e non deve essere, valutata sulla base di parametri morali – che sono soggettivi e aleatori e quindi utili solo per creare dibattiti inutili. Winston S. Churchill era della stessa opinione, tanto che si disse disposto a parlare a favore del Diavolo, alla Camera dei Comuni, se questi avesse dichiarato guerra ad Hitler. Il patto, alla fine, non lo fece con il Diavolo – allora forse indisponibile, ma con Franco, il dittatore fascista che regnava in Spagna – la morale venne lasciata ai pennivendoli, ma la Germania venne battuta.

In conclusione, qualunque sia il colore del prossimo esecutivo, non si avranno rivoluzioni in politica estera. Il nostro Governo sarà sempre orientato a massimizzare la sua posizione relativa in campo internazionale. Sempre assumendo che, tra l’esaltazione di tanti nobili principi e valori, ai nostri parlamentari resti bene in mente il compito per cui sono stati eletti. Servire i nostri interessi – che é poi anche l’unico fine della politica estera di qualunque Paese. Se invece dovesse salire al potere una classe politica per la quale democrazia e diritti umani degli altri sono gli obiettivi principali della nostra politica estera, allora ci sarà di sicuro una rivoluzione. Come i disastrosi esempi di Woodrow Wilson e Jimmy Carter insegnano, oltre alla rivoluzione ci sarà però anche lo sfracelo del Paese. Confidiamo che da tali evenienze ci sappia proteggere la saggezza e la maturità di Fiamma Nirenstein, a cui intanto facciamo i nostri auguri per le elezioni di domenica.

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