Il Sud dopo la monnezzarella

di Piercamillo Falasca

Con il rischio che la questione “monnezzarella” pregiudicasse le ambizioni di Milano ad ospitare l’Expo 2015 e potesse rappresentare, per la Cina ed altri paesi, un facile argomento protezionista ai danni della nostra produzione alimentare, abbiamo giustamente levato gli scudi (con tanto di sostegno papale) in difesa di un autentico capolavoro italiano. Ma abbiamo forse perso di vista un dato: che la contaminazione da diossina del latte di certe bufale non era certo una bufala. E’ accaduto davvero. Chi scrive è nato e cresciuto in provincia di Salerno (una delle aree più “mozzarellare” della Campania) e se ne guarderebbe bene dal generalizzare. Ma in 83 allevamenti la monnezza ha contaminato la mozzarella. Son pochissimi, ma sono tanti. Non c’è rassicurazione ministeriale che tenga: in un Paese in cui la mucca pazza inglese e l’aviaria asiatica determinarono vere psicosi collettive, come non comprendere la diffidenza con la quale i consumatori stranieri (e non solo) guarderanno alla mozzarella campana? Al di là delle reali conseguenze, la vicenda in sé rappresenta la cifra del livello di degrado sociale, culturale, economico e istituzionale cui è giunta la Campania.

Con l’aggravante che non tutti, nel mondo, distinguono tra nord e sud della penisola. Le responsabilità di una parte del Paese si riversano drammaticamente su tutto il resto.

Napoli, la Campania e – per ragioni diverse dalla monnezza ma non meno gravi – una parte consistente del Sud non sono un freno allo sviluppo del paese: sono ormai un cancro. Non c’è sussidio pubblico, contributo europeo, credito d’imposta che possa curare la malattia: il Mezzogiorno necessita di interventi straordinari di tutela della legalità e dell’ordine pubblico, ai quali si deve accompagnare una massiccia iniezione di libertà economica, la riduzione del peso della politica nella società e un consistente ridimensionamento dell’area dell’assistenza pubblica, il miglioramento del livello qualitativo dell’istruzione e della formazione. Ci vogliono più Legge ma meno leggi, meno intermediazione politica e meno stato sociale, meno dipendenti e para-dipendenti pubblici, più poliziotti in strada, scuole migliori. Mai più lo Stato ripiani il debito sanitario delle regioni inefficienti, mai più riconosca contributi a pioggia, mai più inviti altre regioni ad accogliere i rifiuti campani.

Non è un appello all’egoismo: solo un Meridione “abbandonato” a sé stesso e alle proprie responsabilità può avere qualche chance di rinascita. In caso contrario, nulla ci assicura che il razzismo anti-meridionale e gli istinti secessionisti riprendano vigore.

Ordine e istruzione anziché assistenza. Quanto avrebbe fruttato, in termini di legalità, investire svariati miliardi di euro in politiche di contrasto del malaffare e della criminalità anziché saldare il conto sanitario a Sicilia e Campania? E quanto frutterebbe usare le risorse, oggi sprecate per “occupare” 17mila guardie ambientali calabresi, per interventi di formazione di giovani lavoratori?

Il prossimo governo “offra” ai cittadini meridionali – ma, in realtà, a tutto il paese – questo scambio vantaggioso. In più, lanci al mondo un potente messaggio: chi investe al Sud, non paga tassa (si veda, a tal proposito, la sezione del Manuale delle Riforme dell’Istituto Bruno Leoni curata da chi scrive). In termini finanziari, non costerebbe moltissimo: il gettito Ires proveniente da tutte le regioni meridionali, comprese Abruzzo e Molise, è inferiore a 4 miliardi di euro. Molte di queste risorse potrebbero essere compensate dall’abolizione di contributi e trattamenti di maggior favore fiscale.

Lo Stato rinunci alle tasse sulle imprese del Sud, in cambio abbandoni gli interventi di microgestione e la pretesa di un rilancio “assistito” del Sud. Misure di poco conto? Se i lettori dell’Economist o del Wall Street Journal leggessero “Southern Italy: no corporate tax”, forse dimenticherebbero i cumuli di immondizia e la mozzarella alla diossina

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