NATO, R.I.P.

di Andrea Gilli 

Il dibattito sul contributo che i diversi Paesi danno e dovrebbero dare alla NATO è recentemente esploso con le dichiarazioni del Canada e degli Stati Uniti – entrambi molto critici verso il Vecchio Continente e il suo approccio nei confronti dell’Afghanistan.

Lo scontro non è nuovo. Già durante la Guerra fredda Washington si lamentava degli scarsi investimenti militari effettuati dall’Europa. Ciò che è nuovo è lo scenario geopolitico mondiale, e quindi le conseguenze a cui potrebbe portare l’attuale situazione di tensione.

Se infatti durante la Guerra fredda gli Stati Uniti non potevano fare altro che spronare l’Europa, ma poi accettare le sue decisioni, nell’era post-Guerra fredda le cose potrebbero andare diversamente. Per capire però quali saranno le evoluzioni future dell’Alleanza atlantica è assolutamente necessario identificare le cause dell’attuale crisi.

Alcuni osservatori guardano ad essa come ad un’inevitabile conseguenza dell’unilateralismo americano (Guido Rampoldi, La Repubblica del 14 febbraio). La mancata cooperazione europea sarebbe quindi causata dall’arroganza americana.
Per altri, invece, l’indisponibilità europea a mandare più truppe e con maggiori responsabilità sarebbe dovuta alla sua natura kantiana – come la lettura più superficiale di Robert Kagan dovrebbe suggerire. L’Europa si sarebbe ormai adagiata su se stessa, pensando che tutto il mondo viva in una pace perenne, e quindi non considererebbe utile e necessario il ricorso alle armi.

Tali analisi, seppure da prospettive differenti, vedono dunque in eventuali cambi di leadership (a Washington o in Europa) la chiave di svolta delle relazioni transatlantiche.

Chi scrive ritiene che entrambe le disamine siano errate. La crisi della NATO non è infatti imputabile a fattori contingenti. Bensì, essa è causata da fattori strutturali.

La NATO venne creata per unire diversi Paesi contro la comune minaccia sovietica. Tutti i suoi membri avevano un fortissimo interesse a mantenerla e rafforzarla. L’Europa temeva di essere invasa. L’America temeva che l’URSS potesse riuscire ad estendersi da Vladivostok a Lisbona, dando così seguito alla spaventosa previsione di Mackinder per cui chi controlla l’Eurasia controllerebbe anche il mondo.

Ma finita la Guerra fredda, la comune necessità di restare uniti venne progressivamente meno. Fino all’11 settembre non ci furono significative ragioni di tensione – erano gli anni dei dividendi della pace, e nessuno aveva interesse a litigare. A partire dal 2001, però, si è capito che la fine della storia prospettata da Fukuyama era molto lontana a venire. La storia stava iniziando nuovamente a correre e non necessariamente avrebbe portato le due sponde dell’Atlantico più vicine.

Si prospettava un nuovo mondo, con nuove minacce e nuovi rischi. L’Alleanza atlantica faceva parte di un mondo che non esisteva più. In Afghanistan si è cercato di adattarla alle nuove sfide – ma è evidente che non può funzionare. In particolare, l’America non è più disposta a pagare per la sicurezza europea, e l’Europa non è più disposta a sopportare il protettorato americano o a infilarsi in scontri o contesti esterni ai suoi stretti interessi – quello afghano è solo uno degli innumerevoli esempi. Venendo meno la minaccia sovietica, è venuta meno anche la comune disponibilità ad accettare sacrifici per fini che di comune hanno oramai davvero poco.

Questa comune indisponibilità, insieme all’accresciuta insicurezza internazionale, ha progressivamente spinto l’Europa ad accelerare il proprio processo unitario – soprattutto dal punto di vista militare e politico. Nei prossimi anni, da questo punto di vista avremo verosimilmente nuove e potenti accelerazioni che non potranno che indebolire ulteriormente l’asse atlantico. In virtù della sua nuova forza, l’Europa sarà verosimilmente portata ad obiettare sempre più spesso le decisioni americane. L’America, dall’altra parte, sopporterà sempre di meno la ritrovata indipendenza europea.

Alla luce di quanto detto, è chiaro che l’Alleanza atlantica è destinata a morire. Storicamente, d’altronde, le alleanze sono sempre state temporanee e soggette a determinati obiettivi. Ci sono pochi motivi per pensare che la NATO farà eccezione. Già ora, gli interessi comuni alle due sponde dell’Atlantico sono pochi. In futuro saranno ancora meno. L’unico legame forte che continua ad unire l’Alleanza è costituito dall’insieme di passioni, sentimenti, cultura e valori che uniscono l’Occidente.

La prossima generazione, quella che prenderà il potere a Berlino, a Bruxelles e a Parigi non sarà nata durante la Guerra fredda, non si ricorderà della Seconda Guerra mondiale e dunque guarderà in maniera completamente diversa all’America – anziché un Paese a cui essere riconoscenti, un Paese al quale si è concesso troppo. Lo stesso, al contrario, varrà negli Stati Uniti – che guarderanno sempre più all’Europa come ad un lontano cugino piagnucolante. La prossima generazione, inoltre, sarà più asiatica e sudamericana negli Stati Uniti, e più mediorientale e africana in Europa. Insomma, anche meno Occidentale.

Meno interessi comuni. Meno radici comuni. Il futuro della NATO è scontato. Essa è destinata a morire. Sessant’anni fa sarebbe sembrato impossibile a francesi e tedeschi poter vivere in pace in Europa. Oggi ci sembra impossibile poter, un giorno, diventare avversari dell’America.

L’11 settembre ci ha ricordato che la storia continua il suo corso. E il suo corso è sempre pieno di sorprese.

Annunci