Libero commercio e neo-globalizzazione: scommesse del prossimo “number one”

2 pensieri su “Libero commercio e neo-globalizzazione: scommesse del prossimo “number one””

  1. Per dare un giudizio sulla globalizzazione, bisogna prima chiarire in cosa consiste.
    Nella sua essenza, la globalizzazione consiste semplicemente nello sforzo di massimizzare la remunerazione del capitale investito, e questo avviene a scapito del lavoro. Punto. Grazie alla libera circolazione di merci e capitali, questi ultimi si spostano dove maggiore è la loro remunerazione, ovvero nei paesi a basso costo del lavoro e questo crea un arbitraggio dei salari ed una loro livellazione verso il basso. Già Ricardo aveva ampiamente previsto il fenomeno chiamandolo la “legge ferrea dei salari”.

    Chi ci guadagna e chi ci perde ? Nel breve periodo, sembra convenire a tutti, in quanto garantisce prezzi delle merci più bassi da una parte e lavoro dall’altra.
    Nel lungo periodo, invece, il giocattolo si rompe: i salari livellati verso il basso non consentono più di acquistare le merci prodotte; quindi prima si integra il reddito attraverso il ricorso al debito (fase attuale) per mantenere il livello di vita, poi inevitabilmente si va verso la povertà generalizzata. Un testo di cui non ricordo il nome descriveva in maniera perfetta i risultati del liberismo selvaggio e della globalizzazione: pochi grattacieli luccicanti che spuntano in mezzo ad una distesa di bidonville.

    Sul protezionismo, c’è un aspetto da osservare: in un mercato globalizzato i dazi si pagano, eccome. Ma si chiamano: ambiente, sicurezza sociale, pensioni, libertà. E questi dazi li paghiamo tutti i giorni.

    Alla fine comunismo e liberismo selvaggio sono molto più simili tra loro di quanto sembri: sono entrambi delle ideologie fanatiche, la prima prevede la dittatura del popolo, la seconda quella del capitale, ed entrambe portano, nel lungo periodo allo stesso risultato: povertà, guerre, miseria. Mentre il comunismo è già stato condannato dalla storia, il liberismo selvaggio lo sarà solo fra qualche tempo, non molto comunque.

    L’unico sistema economico che promuove uno sviluppo armonico di uno stato è il dirigismo, un esempio per tutti sia il favoloso sviluppo francese del dopoguerra grazie a De Gaulle e Pompidou (i famosi Trente Glorieuses): in una politica dirigista l’unico fine perseguito non è nè la lotta di classe nè il primato del capitale, ma l’interesse nazionale.

    In questo senso acquistano particolare valore le magnifiche parole di Maurice Allais, francese, scienziato e Premio Nobel dell’economia, che mette in guardia sul fanatismo della globalizzazione:

    “The liberalization of trade is only possible, advantageous, and desirable within the framework of regional groups of countries, economically and politically associated, grouping countries of comparable economic development, each regional group protecting itself reasonably with respect to the others.”

    Tuttavia il dirigismo, per funzionare, necessita di un presupposto importante: un sentimento nazionale forte e radicato, disponibilità al sacrificio per il bene comune, ed una classe politica all’altezza.
    Se mancano tale presupposti, l’intervento dello stato in economia si rivela nei suoi aspetti più deteriori: clientele, sperpero di soldi, debito pubblico, ecc.

    Ed allora che sia la globalizzazione, la bancarotta, o l’invasione dei barbari, oppure qualche altro accidente a portare una civiltà alla rovina, fa poca differenza.

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  2. La globalizzazione ha finora migliorato le condizioni di vita di oltre due miliardi di persone, questo è sufficientemente oggettivo. La crescita del reddito di paesi emergenti (e a questo punto sufficientemente emersi) regala loro potere d’acquisto, di cui ci stiamo già avvalendo grazie al commercio internazionale.
    Riguardo il dirigismo, la condivisione di valori da parte della popolazione e l’efficace controllo degli eletti conducono a risultati di efficacia ed efficienza: il modello scandinavo conferma questo paradigma, ma ne conferma anche la scarsa riproducibilità.

    La redistribuzione degli utili da remunerazione del capitale investito spetta alla politica e non al mercato, posto che non mi pare di aver ancora visto all’opera, in Occidente, modelli di “liberismo sfrenato”. I costi del protezionismo si pagano in termini di maggiore costo di beni e servizi: il primo interesse nazionale deve essere la crescita del reddito, senza il quale ci limitiamo a fare della filosofia e a rimembrare i “bei tempi andati”, che coincidono con fasi di ricostruzione post-bellica, quelli dove la spesa pubblica è più efficace e la concordia tra la popolazione maggiore.

    Non è con l’autarchia che si stimola lo sviluppo: la storia lo ha già insegnato ad abundantiam, e guardare nello specchietto retrovisore non ci porta da nessuna parte.

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