Perché Petraeus non convince

di Andrea Gilli

L’atteso rapporto Petraeus è arrivato finalmente al Congresso. Il generale che dirige le operazioni in Iraq ha reso note le sue valutazioni sullo stato dell’Iraq dopo nove mesi di lavoro sul campo. Il suo responso è il seguente: la “surge” ha funzionato, a tal punto che è possibile ipotizzare una riduzione delle truppe. Il Presidente americano George W. Bush, a pochi giorni dal discorso di Petraeus, ha affermato di voler ridurre le truppe in maniera ancora piu’ massiccia: oltre 5.000 soldati verranno rimandati a casa, contro i 3.800 previsti dal generale in capo in Iraq. Indiscrezioni dal Pentagono fano pensare ad un ritiro ancora piu’ massiccio.

Tutta la vicenda, pero’, non ci convince.

Parlando al Congresso, il generale Petraeus ha dichiarato che la “surge” avrebbe funzionato, prova ne sarebbe il fatto che il numero di attentati è calato enormemente in questi ultimi mesi. L’Iraq, secondo il generale, non è assolutamente perso, e anzi, i recenti risultati darebbero motivo per credere di poter addirittura ridurre le truppe americane a breve termine.

A nostro modesto modo di vedere, la situazione è ben più complessa e le affermazioni di Petraeus non sono assolutamente convincenti. Petraeus, facendo un confronto tra il numero di attentati “pre-surge” (2006) e “post-surge” (2007), rileva un trend negativo. Di conseguenza, dice, la “surge” funziona – a tal punto da poter prospettare una riduzione delle truppe. I problemi sono appunto molteplici.

In primo luogo, il 2006 è stato l’anno peggiore per l’Iraq. Quindi il calo nel numero degli attentati può anche essere dovuto a ragioni strutturali o comunque diverse che nulla hanno a che fare con la “surge”. Ricordiamoci che un conflitto e’ dominato da numerose variabili (forza, identita’, morale, alleati, condizioni climatiche, etc.) e quindi risulta sempre difficile elaborare valutazioni assolute quando non si e’ certi del ruolo degli altri fattori. Come diceva Von Clausewitz, in Guerra i dati sono pochi. E quei pochi disponibili sono imprecisi e discordanti. Diversi osservatori hanno infatti rilevato dei problemi nei dati di Petraeus. Cio’ non significa che vi sia stata manipolazione – ma semplicemente che, se raccogliere dei dati, in condizioni normali, e’ difficile, in guerra e’ difficilissimo. E ancora piu’ difficile e’ interpretarli. Ammettendo anche il successo della “surge”, resta in ogni caso un dubbio dilagante. Come mai oggi e’ possibile ridurre le truppe e non lo era nel 2006, quando il numero degli attentati era analogo a quello odierno?

Qualcuno potrebbe suggerire che le truppe che verranno ritirate sono parte di quelle aggiuntive inviate a gennaio. Ma a quel punto, il dubbio sarebbe un altro: ovvero se cosi’ facendo non si comprometta il futuro della “surge”. Anche, e soprattutto, alla luce di un altro semplice elemento: il numero degli attentati rimane elevato.

Il secondo motivo per cui Petraeus e Bush non convincono ha a che fare con la storia passata. Per tutto il 2007, l’Amministrazione Bush e i suoi sostenitori ci hanno spiegato che per prendere una qualsiasi decisione sull’Iraq era necessario attendere il rapporto Petraeus – ragionamento davvero sorprendente se si pensa che negli ultimi anni Bush e Rumsfeld, sulla base del libro di Elito Cohen Suprem Command (2002), hanno sempre sostenuto di essere loro, e non i generali, a dover prendere le decisioni senza attendere i generali.

Di conseguenza, Petraeus e’ stato chiamato a dire se la partita irachena poteva ancora essere vinta o meno. Una decisione che, semplicemente, non spetta e non spettava a lui. George Bush, fallimento dopo fallimento, ha progressivamente perso la sua leadership e cosi’ ha dovuto lasciare ad un generale la scelta sull’Iraq. Un po’ come se si lasciassero al capo della Banca Centrale le scelte fondamentali di politica economica.

Petraeus, comprensibilmente, è arrivato al Congresso dicendo che la partita si stava vincendo e quindi… che è possibile ridurre le truppe. La logica a questo punto è un po’ peregrina: di solito le truppe si ritirano quando si e’ vinto, non quando si sta vincendo. Ma se si pensa all’investitura data a Petraeus si comprende facilmente il suo discorso. Su di lui sono piombate tutte le responsabilita’ della guerra. Il problema e’ che cosi’ facendo sono stati mischiati due livelli divverenti, quello militare (la “surge”) e quello politico (il ritiro), la cui relazione e’ assai meno netta di quanto sembri (ci si puo’ benissimo ritirare se la “surge” funziona, come si puo’ anche decidere di rimanere nonostante il suo fallimento – cosa che e’ accaduta negli ultimi 3 anni).

L’impressione e’ quindi che il rapporto Petraeus sia molto vicino un ottimo lavoro di spin-doctoring. Si dice che l’Iraq va bene, benissimo. E cosi’ si giustifica la volonta’ di ridurre le truppe (si tenga a mente che negli ultimi tre anni si è quasi solo parlato della necessità di aumentare le truppe in Iraq, tanto che a gennaio Bush inviò piu’ di 20.000 nuovi effettivi).

In vista delle presidenziali, questa sembra la strategia migliore: si dice pubblicamente che si sta vincendo, nel frattempo si smontano le tende sapendo quanto ingombrante sia il fardello iracheno per chi corre alla Casa Bianca. Parallelamente, Petraeus cerca di prendere la decisione meno costosa – in qualita’ di Presidente de facto.

Insomma, il dubbio è che Petraeus avrebbe fatto questo discorso anche con dati totalmente differenti – semplicemente perche’ gli era stata demandata una responsabilita’ troppo grande e soprattutto non sua.

Il problema e’ che, come recentemente ha ricordato anche Stephen D. Biddle, il caos iracheno non puo’ essere risolto con soluzioni a meta’. O ci si ritira, o si mandano piu’ soldati. Se ci si ritira, allora sarebbe opportuno ristabilire l’equilibrio geopolitico della regione attraverso un compromesso con l’Iran. Poiche’ Bush non sembra assolutamente disponibile a questa soluzione, l’alternativa non puo’ che consistere nell’inviare piu’ soldati. Ma questa scelta e’ politicamente insostenibile. Allora si preferisce sostenere che tutto sta andando verso il meglio, a tal punto da poter iniziare alcune smobilitazioni. Ridurre il numero delle truppe, in questo momento, significa pero’ nel migliore dei casi compromettere tutto quanto e’ stato fatto di recente. Nel peggiore dei casi, significa invece perdere la partita irachena senza alcun bilanciamento a livello regionale (il contrario di quanto invece era avvenuto in Vietnam – il cui fallimento non fu devastante grazie all’alleanza siglata con Mao nel 1972).

Non siamo dei sostenitori dell’intervento in Iraq. Ne’ siamo dei fautori della “surge” o dell’invio di nuove truppe. Queste sono soluzioni tattiche o al massimo operative, mentre la causa del disastro iracheno e’ di natura strategica. Non possiamo pero’ non rilevare le implicite contraddizioni nella logica e nei discorsi di Bush e di Petraeus. E raramente contraddizioni simili portano a dei buoni risultati.

Se si vuole vincere militarmente, si mandano nuove truppe. Per vincere politicamente, si puo’ invece sia pacificare l’Iraq con la forza (“surge” e nuove truppe) che optare per un accordo con Iran e Siria. Di tutte le soluzioni possibili, quella prospettata da Petraeus sembra la peggiore.

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