– 30.000: cosa significa avere un esercito piu’ piccolo

di Andrea Gilli

Alla vigilia delle precedenti elezioni, molti analisti si chiedevano quale sarebbe stata la politica di Difesa adottata dall’esecutivo Prodi. Il dubbio che tormentava la maggior parte degli osservatori riguardava semplicemente il tipo di riforma dell’esercito che sarebbe stata adottata dal Governo in divenendo.

Dopo circa un anno, la riforma sembra essere abbastanza drastica: riduzione secca di 30.000 effettivi. Almeno queste paiono le previsioni. Se i tagli saranno confermati, non resta che chiederci quali saranno le implicazioni di una tale scelta.

In primo luogo, bisogna chiarire che questa manovra era praticamente necessaria e comunque aspettata. Durante i cinque anni del Governo Berlusconi la Difesa e’ probabilmente stato l’unico Ministero a non aver ricevuto abbondanti e generosi stanziamenti. Contemporaneamente, se si e’ dato vita all’abolizione della leva obbligatoria – con i relativi risparmi strutturali che ne sono derivati- si e’ pero’ anche assistito, da una parte, alla totale professionalizzazinoe del nostro esercito (e quindi ad una crescita del suo costo di mantenimento), e dall’altra al proliferare delle missioni all’estero – tutte gravanti piu’ o meno direttamente sul bilancio del Ministero.

In altri termini, durante il Gabinetto Berlusconi, la Difesa ha avuto stanziamenti fondamentalmente inalterati anno dopo anno, ma parallelamente ha visto accresciuti i compiti che le erano richiesti.

Il risultato non poteva che essere lo stallo. Si e’ infatti arrivati ad un esercito di 190.000 uomini, non sempre addestrato al meglio, e comunque equipaggiato peggio o non nel migliore dei modi.

Il Governo Berlusconi, a ridosso delle elezioni politiche 2006, velatamente, aveva suggerito nuovi e poderosi stanziamenti per il Ministero – se fosse stato rieletto. Non lo fu – e comunque dal suo passato era difficile pensare che la promessa sarebbe stata mantenuta in toto.

Con la salita al potere del Governo Prodi, la domanda restava inalterata – cambiava solo l’interlocutore a cui veniva formulata: quale riforma dell’Esercito, di fronte a crescenti e insostenibili costi?

La prima risposta data dal Governo Prodi fu di iniziare la mission in Libano. Altra missione, altri costi: sempre lo stesso stanziamento in bilancio. Sempre nessuna risposta sul fronte “riforma dell’Esercito”. 

Intanto, con la Finanziaria 2006, il bilancio  non veniva assolutamente e nuovamente rafforzato- segno che nel Belpaese le cattive abitudini sono bipartisan. All’esercito si chiedono gli sforzi. Soldi e riconoscimenti spettano ad altri.

Progressivamente, pero’,  la situazione e’ lettaralmente esplosa. Con 24 operazioni in corso, migliaia di militari all’estero, e un equipaggiamento soggetto ad una rapida usura – per via dell’elevato numero di operazioni, alcune in teatri particolarmente impervi, le decisioni erano due: tagliare il personale, o aumentare il bilancio per la Difesa.

A quanto pare, la scelta definitiva e’ stata per il taglio, come ci si poteva aspettare. Nulla di male – o quasi. Francamente non si poteva fare molto diversamente.

Cio’ non toglie che tutte le scelte hanno un costo. E la scelta sul futuro dell’esercito non fa eccezione. Vediamo dunque le sue principali conseguenze.

In primo luogo, l’Italia retrocede/ra’ nella gerarchia del prestigio internazionale. Meno militari significano meno possibilita’ di azione. E meno possibilita’ di azione significa maggiore rigidita’ nell’elaborazione e implementazione di scelte e decisioni e di sfruttare opportunita’. Senza contare che l’Italia dovra’ fare la figura del Pierino e dire, esplicitamente e pubblicamente, nei fori internazionali: “noi retrocediamo, non possiamo permettercelo”. Non esattamente lo sfoggio di classe e stile che ci si aspetterebbe da un Paese che, almeno nelle parole dei suoi leader, mira a stare nel club dei potenti del mondo.

In secondo luogo, e conseguenza di quanto detto sopra, il governo avra’ minori possibilita’ di fare affidamento sulle nostre truppe per incrementare il suo prestigio internazionale. Siccome tanto il Governo Berlusconi che quello Prodi hanno usato l’esercito per cercare di guadagnare punti e consenso a livello internazionale, cio’ va va tenuto particolarmente in considerazione. E soprattutto a mente: tanto ora che per il futuro.

In terzo luogo emerge chiaramente un problema di pianificazione strategica. Problema che si rivela in due sfaccettature. Da una parte, come il numero delle missioni ora in corso in parte dimostra, sarebbe necessario utilizzare al meglio, e soprattutto in modo condiviso, lo strumento Esercito Italiano. Cio’ significa, a livello piu’ generale, la necessita’ di elaborare una Grand Strategy nazionale, attraverso la quale identificare i dove, i come, i quando e i in quali circostanze ricorrere al nostro esercito. Finora, invece, le nostre Forze Armate sono state usate con tanta discrezionalita’ quanta improvvisazione. Con effetti tutt’altro che soddisfacenti.

Dall’altra parte pare evidente la necessita’ di istituire uno strumento attraverso il quale poter venire meglio incontro alle problematiche dell’Esercito, in special modo all’usura delle sue dotazioni, il cui costo finisce interamente sul bilancio del Ministero. 

Ovviamente questa del taglio secco non e’ la strada obbligata. Si puo’ sempre fare un’altra scelta: aumentare i fondi per la Difesa e dotarsi della forza militare di cui deve disporre un Paese che, ancora non molto tempo fa, mirava ad incidere sulla riforma dell’ONU e mira a contare in Europa e nel mondo. Ma l’impressione e’ che questa strada non verra’ percorsa.

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A proposito, si veda anche Andrea Gilli e Francesco Giumelli, “Alla Ricerca della Vocazione Perduta,” Ideazione, (gennaio-febbraio 2007).

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