Sparando sulla crocerossa: VV e la scienza delle finanze

di Michele Boldrin

Questo e’ forse il momento meno adatto per discutere con il viceministro. D’altra parte, il suo articolo sul Sole 24-Ore del 24 Maggio sembra voler definire le ragioni della politica di bilancio di questo governo, quindi vale la pena esaminarlo. Ad ogni buon conto, non credo che le mie osservazioni possano avere alcun effetto su VV: dubito legga nFA.

Riassumo l’articolo di VV, cercando di esser fedele al suo contenuto.


1. Occorre affrontare la precarietà delle finanze pubbliche nazionali. Questo non è sinora avvenuto perchè non vi è consapevolezza dei vincoli oggettivi dentro i quali ci muoviamo. Tale situazione è il frutto di quasi tre decenni d’irresponsabile incuria.

2. La pressione fiscale rientra nella media europea, solo leggermente superiore. Ma il ripiano del debito sembra irraggiungibile a causa della spesa elevata

3. La composizione della spesa ne spiega, in parte, anche il livello: si spendono 2 punti di PIL in più della media europea per gli interessi sul debito e 3 punti n più per le pensioni. “Sia le pensioni che gli interessi riguardano obbligazioni ineludibili che vengono dal passato.” Questo 5% del PIL in spesa addizionale risulta essere la fonte degli squilibri.

4. Il Belgio, dice Visco, aveva un rapporto debito/PIL ancor maggiore del nostro ai tempi dell’entrata nell’Euro (130% versus 124%) ed è riuscito a ridurlo all’83% odierno a base di tasse molto alte, attorno al 48% del PIL, e mantenendo una crescita (aggiungo io) allegramente superiore all’italiana di circa un punto percentuale all’anno. Ma l’esperienza del Belgio non si può replicare, quindi lasciamo stare, dice Visco.

5. L’unica soluzione a disposizione dell’Italia risulta essere quella di una tassazione in media europea ed una spesa corrente leggermente minore. Per raggiungere tale obiettivo occorre smetterla con la richiesta che viene da varie parti di maggiori spese e minori tasse, dato che di richiesta completamente assurda si tratta.

6. La spesa, inoltre, risulta comunque inferiore alla media europea nella sua componente primaria ed anche (di circa due punti di PIL) nella sua componente “sociale”. I risparmi si possono quindi fare solo tirando la cinghia, ovvero combattendo sprechi e recuperando efficienza, visto che anche gli interventi sulle pensioni avrebbero effetto solo sul futuro, non sul passato.

7. Inoltre, conclude il Viceministro, occorre anche tutelare le “categorie maggiormente disagiate” e “[dare] sostegno alle attività produttive, soprattutto nei settori più esposti alla concorrenza internazionale.”

Che dire?

Niente da eccepire sul punto 1, anche se vale la pena chiedersi dove fossero lui, i suoi colleghi di partito e di governo, ed i dirigenti sindacali co-responsabili dello sfascio, durante gli ultimi quindici anni. Transeat, tanto chiedere che la casta responsabile dello sfascio faccia ammenda e poi evapori è fiato sprecato.

Nulla da eccepire nemmeno sul Belgio, anche se dovrebbe chiedersi come faccia l’Italia a crescere ad un ritmo inferiore persino a quello del Belgio, uno dei paesi più incartati e fisiologicamente socialisti d’Europa. Comunque, fare le pulci ai numeri di VV qualcosa insegna. E’ almeno dal 1995 che il Belgio infila un surplus primario (pari al 5-7% del PIL) dietro all’altro, ed il rapporto fra debito e PIL in Belgio era meno del 115% al tempo dell’entrata in funzione dell’Euro (1999). Ma è anche vero che la pressione fiscale in quel paese è maggiore dell’italiana e viaggia attorno al 50% del PIL: vogliamo seguire questo modello? Auguri. A quali date si riferisca VV con i suoi numeri e con la frase “realizzazione della moneta unica” lo sa solo lui, ma non importa. La scelta del Belgio come termine di paragone, e non dell’Irlanda o dell’Olanda, della Spagna o dell’Inghilterra, non risulta essere frutto del caso: serve per dare l’impressione che vi sia praticamente una sola maniera seria d’affrontare il problema del bilancio dello stato: l’alta tassazione.

Nello schema retorico dell’articolo la rinuncia al “modello Belgio”, con le sue voraci tasse che si mangiano il 50% del PIL, serve per dare l’immagine di un VV che le tasse non le vuole alzare ulteriormente, come invece vorrebbero molti suoi compagni di coalizione. Il che, forse, potrebbe essere persino vero. Ma il medesimo VV dice anche che di spese da tagliare ve ne sono ben poche, e sono solo del tipo “acquisto di beni e servizi”. Che le pensioni non si possono tagliare (sono un’obbligazione pregressa), e le spese “sociali” nemmeno … A fronte di vincoli di questo tipo, vuole suggerirci il viceministro, ci rimane ben poco da fare: mantenere l’imposizione dov’è, stringere la cinghia tagliando le poche spese possibili, ed attendere pazientemente la riduzione del debito. Davvero?

Davvero un piffero. Cominciamo, anzitutto, con una premessa teorica: quale campo dell’economia suggerisce che le politiche di bilancio si fanno “cercando di stare in media”? Che senso ha il continuo ricordare che siamo in media (un pochino sopra, suvvia non vi formalizzate) con il resto d’Europa per quanto riguarda spesa pubblica e tassazione? Stare in media europea è diventata la nuova regola aurea: ottimo, allora riduciamo il numero di parlamentari (in proporzione alla popolazione) alla media europea, ed ugualmente portiamo a livello europeo le spese per i parlamentari stessi (inclusi quelli che siedono a Strasburgo), i finanziamenti dei partiti, i costi per consiglieri regionali, provinciali, comunali, di quartiere e di condominio, i dipendenti degli organi costituzionali ed i loro emolumenti, per non parlare ovviamente delle pensioni d’invalidita’ e tante altre cose …

Populismo? Per nulla, semplicemente uso la stessa logica: se vogliamo giustificare certe scelte in base ad un criterio “imitativo” (cosi’ fan tutti) almeno imitiamo gli altri in ogni dimensione, non solo dove conviene alla nostra parte politica! Se questa implicazione non ci va, allora lasciamo perdere le medie. Il problema è, però, che una volta abbandonata la foglia di fico della media europea, l’intera logica di VV cade a pezzi e si rivela per quello che è: la rinuncia a governare come prezzo per mantenere il potere, la difesa dello status quo e degli interessi di gruppi che votano ed appoggiano l’Unione – o la controllano, direbbero i maligni.

Se, invece, vogliamo provare a governare e riformare potremmo decidere di imitare i virtuosi e non i viziosi. Mica siamo l’unico paese in Europa dove le cose non vanno esattamente bene, siamo solo quello in cui vanno peggio! Perchè non scegliere come riferimento, invece della media (aggiustata all’uopo a colpetti di “leggermente” di qua e “pressapoco” di là) di un collettivo composto soprattutto d’infermi, i valori esemplari dei pochi membri sani di tale collettivo? Perchè non confrontare l’Italia del 1990-2007 (o 1986-2007, fate voi) con la Spagna del medesimo periodo? Non tiro fuori la solita Irlanda o l’ancor più esotica Inghilterra, mi accontento della vicina Spagna come esempio di spesa pubblica. Vogliamo provare a fare i conti e a considerarne le implicazioni politiche per la coalizione a cui il viceministro appartiene?

Son presto fatti. In Spagna il rapporto fra pensioni e PIL e’ inferiore all’8%, ossia e’ uguale alla meta’ di quello italiano, che viaggia al 16%. Era di circa il 10% a fine anni 90, quando il nostro viaggiava attorno al 14%: non solo il PIL spagnolo è cresciuto più rapidamente, hanno anche fatto tante piccole riforme che hanno contenuto l’evoluzione della spesa. Del debito nemmeno parlare, era poco piu’ del 60% dieci anni fa, ma a fine 2007 sara’ il 36% del PIL: come ho spiegato a Madrid la settimana scorsa, è persino troppo basso per un paese che sta facendo la montagna di investimenti pubblici infrastrutturali che la Spagna sta facendo.

Come hanno ottenuto gli spagnoli condizioni di finanza pubblica tanto invidiabili? Facendo il contrario di quanto VV ed i suoi hanno fatto sino ad ora e suggeriscono di continuare a fare. Mettendo in riga i sindacati, anzitutto, che da tempo in Spagna hanno smesso di chiedere la luna nel pozzo sia in termini salariali, sia in termini di impiego e mansioni del settore pubblico, sia in termini di pensioni. Riformando lentamente e progressivamente, ma in maniera continua, il sistema pensionistico: a partire dalla brutale ma salutare stretta, a cavallo degli anni 90, sulle pensioni d’invalidità sino alle modifiche recenti sul numero di anni contributivi usati per il computo della pensione. In terzo luogo – anzichè aumentare l’imposizione inventandosi un’imposta assurda, tipo IRAP, all’anno, alternata a condoni seguiti da ulteriori aumenti “redistributivi” – hanno sistematicamente (anche se troppo lentamente ad avviso di molti) abbassato il carico fiscale e semplificato la sua struttura. Altre due cose hanno fatto gli spagnoli, di cui invece la casta in Italia non ha fatto altro che parlare: il decentramento fiscale e di spesa (ossia il “federalismo”), ed i recuperi d’efficienza dell’amministrazione centrale. Dall’inizio anni 90 in poi i salari dei dipendenti statali spagnoli non son cresciuti allegramente, come hanno invece fatto in Italia, ed il trasferimento delle responsabilità di spesa alle loro regioni è avvenuto coinvolgendole in modo sistematico nel finanziamento della medesima.

Cosa suggerisce tutto questo? Suggerisce e svela che l’analisi di VV è sia truccata nell’impostazione che viziata nei fatti. Truccata nell’impostazione perchè, mentre è giustificato prendere il debito pubblico ed il suo servizio come un vincolo lo stesso non vale nè per le pensioni, nè per il costo del personale. Le pensioni possono crescere più lentamente e, soprattutto, si può ritardare brutalmente l’età di pensionamento oltre che ancor più brutalmente tagliare ed eliminare pensioni d’invalidità. Lo stesso vale per i dipendenti dello stato, ai quali si possono negare gli aumenti ed aumentare gli orari di lavoro, pena il licenziamento. Si può anche fare il “federalismo” per davvero, trasferendo alle regioni ed ai comuni italiani le stesse competenze trasferite alle autonomie spagnole, e poi chiedendo loro che se le finanzino se vogliono continuare a spendere. La lista di azioni di politica economica perfettamente fattibili e la cui esecuzione dipende SOLAMENTE dalla volontà politica di chi governa è ancora molto lunga e l’abbiamo fatta in questo sito varie volte, quindi non mi ripeto ulteriormente.

La finzione, secondo cui non vi sono grandi margini di manovra e quindi occorre mantenere l’imposizione ai livelli attuali perchè la spesa non è drasticamente comprimibile, nasconde una scelta politica precisa che non ha NESSUNA ratio economica. La scelta politica è definita e definisce le partite di spesa che VV ci presenta come vincoli oggettivi ed intoccabili, le partite incomprimibili appunto: pensioni e spesa sociale, ossia trasferimenti ed invalidità, stipendi dei dipendenti pubblici e costo della macchina statale in senso lato.

Ad ognuna di queste partite di spesa corrispondono gruppi sociali che votano, in grande maggioranza, per l’Unione e mantengono in piedi questa finzione di governo. Finzione di governo esattamente come finzione sono i vincoli di spesa che VV palesa nel suo articolo. Reali, troppo reali, sono invece sia l’attaccamento al potere che questa casta dimostra sia lo spoglio del resto del paese, e del futuro di tutti, che i gruppi sociali che la mantengono al potere compiono quotidianamente.

Articolo originariamente pubblicato su noiseFromAmeriKa.org

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