Cosa attende il Presidente

di Mario Seminerio

In un elegante edificio parigino del Diciottesimo secolo, 169 dipendenti del defunto ufficio governativo per la pianificazione continuano a produrre rapporti su previdenza sociale ed energia, duplicando le analisi elaborate da altre agenzie governative. Quell’ufficio, creato per elaborare sovietizzanti piani quinquennali prima dell’interruzione di quella pratica, negli anni Novanta, esemplifica gli eccessi statalisti che il neo-presidente francese dovrà tentare di rimuovere. Perché in Francia, terra di antiche ispirazioni rivoluzionarie, ogni tentativo di riformare la pubblica amministrazione suscita sollevazioni popolari e proteste di strada, costringendo il governo di turno a battere in ritirata, sia pure solennemente, come si conviene allo stile del paese. La spesa pubblica francese, al 54 per cento del prodotto interno lordo, è ai massimi di tutte le maggiori economie. Secondo l’Ocse i pubblici dipendenti francesi, ministeriali o di imprese pubbliche, nel 2004 costituivano il 23 per cento del totale degli occupati, contro la media del 14 per cento degli altri 30 paesi membri dell’Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione economica.

Il numero dei dipendenti ministeriali è cresciuto del 24 per cento dal 1982, il doppio del tasso di crescita di tutto il mercato del lavoro. La forza lavoro del Ministero dell’Agricoltura è passata dalle 30.000 persone del 1985 alle attuali 39.000, malgrado nello stesso arco di tempo il numero dei coltivatori francesi sia dimezzato. Il corpo docente della scuola pubblica è rimasto stabile ai livelli del 1991, a 740.000 persone, a fronte di una riduzione del 5 per cento nel numero di studenti. Dati ufficiali stimano che la Francia, con una popolazione di 61 milioni di persone, conta su 5.1 milioni di pubblici dipendenti. Ma il loro numero potrebbe addirittura arrivare a sette milioni di persone, visto che anche in Francia vanno molti di moda i distacchi presso agenzie, commissioni, sindacati, ed il potere legislativo non dispone di strumenti di controllo e censimento della spesa per il personale pubblico.

Esemplare è il caso del fisco transalpino: una struttura gestisce le dichiarazioni dei redditi di 35 milioni di persone fisiche e 1,2 milioni d’imprese, mentre un’entità separata raccoglie materialmente le tasse. Grazie a questa struttura baroccamente pletorica, l’intero dipartimento impiega 79.241 persone, ad un costo complessivo di 3.5 miliardi di euro, cioè l’1.3 per cento delle tasse raccolte. A fronte dello 0.4 per cento dell’Internal Revenue Service statunitense, dove 92.000 persone gestiscono 224 milioni di dichiarazioni. Nel novembre 1999 l’allora ministro delle Finanze, Christian Sautter tentò di unificare le due strutture, ma il successivo sciopero dei dipendenti portò l’allora premier Lionel Jospin a rimuoverlo dall’incarico. Il neo-presidente Sarkozy, in campagna elettorale, ha affermato di voler modificare i sistemi pensionistici pubblici eliminando i “regimi speciali” che permettono ai lavoratori delle imprese di pubblica utilità e delle ferrovie di andare in pensione al compimento dei 55 anni, categorie che nel 2003 sono state escluse dall’elevamento dell’età pensionabile da 37.5 a 42 anni. Royal, per contro, non ha fornito ricette, ma si è detta favorevole addirittura a ridurre il rapporto studenti-docenti ed incentivare la ricerca pubblica, tutte misure che difficilmente portano alla riduzione del numero dei travet.

Mentre il sistema sanitario ed il welfare in generale sono in larga misura responsabili dell’esplosione dello stock di debito pubblico, passato dal 16 al 64 per cento del prodotto interno lordo tra il 1980 ed il 2006, un ruolo affatto marginale è stato rivestito dal pubblico impiego. La Banque de France, approfittando della riduzione delle proprie funzioni indotta dall’avvento dell’euro, è riuscita a tagliare 2400 posti, il 15 per cento del proprio staff, dal 1999, ma dei 75.000 pubblici dipendenti pensionati nel 2006, solo 5.000 non sono stati sostituiti. Con i numeri di una tale elefantiasi, anche il mito del sistema-paese Francia, con un settore pubblico che riesce a supportare un non meglio identificato “sviluppo”, deve essere sottoposto a profonda revisione critica. Quello dell’elefantiasi della pubblica amministrazione rappresenta solo uno dei grandi test a cui la volontà riformatrice di Sarkozy sarà sottoposta. Come abbiamo più volte ribadito, noi non siamo tra quanti pensano che il neo-presidente francese possa realmente rappresentare un colpo di piccone definitivo al monolite dell’eurosclerosi statalista. Speriamo sinceramente di essere smentiti dai fatti soprattutto perché, se così fosse, le vibrazioni si avvertirebbero anche nel paese più ideologicamente dissestato dell’Occidente, il nostro. Per il momento, dobbiamo accontentarci dello starnazzare di alcuni politici dell’italico centrodestra, che hanno già sollevato la cornetta e convocato i propri giornalisti di riferimento per accreditarsi come “il Sarkozy italiano”, con l’abituale disarmante provincialismo.

Ma bando alla malinconia. Bonne chance, Monsieur le Président.

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