Algoritmi complessi

di Mario Seminerio 

Adusbef e Federconsumatori hanno chiesto un incontro urgente col ministero dello Sviluppo economico e con quello dell’Economia per fermare i ”comportamenti speculativi” che ”pesano sulle tasche dei cittadini per oltre 3 euro a pieno di benzina e con oltre 70 milioni di euro al mese di incasso per le compagnie”. Le due associazioni consumeriste con un comunicato tornano a denunciare una ”doppia velocità” dei prezzi della benzina rispetto a quelli del petrolio e chiedono di verificare perché ”il prezzo industriale della benzina in Italia sia il più elevato in Europa”.

”Non c’è giustificazione alcuna perché oggi la benzina sia venduta a 1,31 euro al litro, visto che il petrolio è a 65 dollari al barile, come nello stesso periodo dell’anno scorso e allora la benzina era venduta 1,30 euro al litro, ma con una differenza sostanziale e cioè che il dollaro valeva l’8% in più rispetto all’attuale cambio con l’euro. Quindi solo per questo raffronto vi sono 3-4 centesimi in più sul prezzo al litro della benzina”.

Ad un più attento esame dei numeri scopriamo che le cose stanno diversamente. Vediamo perché.

La prima considerazione è relativa alla singolare equiparazione che le due associazioni di consumatori fanno tra benzina e petrolio. Come è facilmente intuibile (tranne che da Adusbef e Federconsumatori, s’intende) i prezzi dei due prodotti non sono necessariamente correlati, rispondendo a utilizzi e fonti di domanda differenti. Il confronto dovrebbe in realtà essere fatto con il prezzo del contratto future sulla benzina, opportunamente convertito in euro. Da questa analisi si ricava che il prezzo in euro di un lotto (pari a 42.000 galloni U.S.) del future sulla benzina, quotato al NYMEX (New York Mercantile Exchange), è passato da 227,56 euro dell’1 maggio 2006 a 224,47 euro all’1 maggio 2007, con una flessione (ribadiamo, a prezzi convertiti in euro) dell’1.36 per cento*. Al contempo, il prezzo al litro della benzina alla pompa è passato da 1,359 euro del 2 maggio 2006 a 1,307 euro di ieri, con un decremento, quindi, del 3,83 per cento (fonte: questo sito, su dati del Ministero dell’Industria, oggi dello Sviluppo Economico).

Con un complesso algoritmo, quindi, si evince che il prezzo al dettaglio della benzina, espresso in euro, è diminuito nell’ultimo anno, ed il calo ha ecceduto quello rilevato all’ingrosso, sui mercati a termine internazionali. A ciò si aggiunga che, negli Stati Uniti, in queste settimane, è appena partita la driving season, cioè la stagione delle vacanze, la stagionalità caratteristica che tende a far aumentare i prezzi delle benzine. Se Adusbef e Federconsumatori si fossero presi la briga di confrontare mele con mele, avrebbero avuto una sorpresa. Ma siamo in Italia, terra di letterati, e l’analisi dei dati è disciplina troppo arida ed esoterica per fare adepti.

Non paghe di questi funambolismi coi numeri, le associazioni chiedono di accelerare il processo di riorganizzazione della rete di distribuzione ”razionalizzando l’esistente e aprendo la vendita nei grandi centri commerciali”, esibendosi in una stima dei risparmi ottenibili. Secondo i loro calcoli ”su tutte queste operazioni si possono risparmiare 18 centesimi al litro di carburante, pari a 9 euro per ogni pieno, per un totale di 198 euro nell’arco dell’anno”. Più in dettaglio si potrebbero risparmiare ”3-4 centesimi per quanto riguarda l’attuale effetto speculativo; 4-5 centesimi per l’effetto doppia velocità; 5-6 centesimi per l’effetto razionalizzazione della rete e 6-7 centesimi per l’apertura della vendita ai grandi centri commerciali”.

Come abbiamo visto, i 3-4 centesimi di quello che i consumeristi definiscono “effetto speculativo”, semplicemente non esiste, viste le premesse di calcolo sgangherato di cui sopra. Interessante anche quello che viene definito “effetto doppia velocità“, cioè l’asserita asimmetria tra rialzi e ribassi dei prezzi della benzina, come indicatore indiretto della competizione tra distributori. Per non tediare i nostri lettori, ci limitiamo a evidenziare che occorrerebbe confrontare l’andamento del future sulla benzina (come proxy del prezzo all’ingrosso) con quello al dettaglio, realizzando un semplice modello econometrico (a cui accenniamo nell’appendice a questo articolo), e testando successivamente la significatività dei coefficienti alla base dell’ipotesi di tale asimmetria di prezzo. Ma, viste le premesse, che sono di puro analfabetismo aritmetico oltre che economico, dubitiamo che le associazioni dei consumatori abbiano anche solo pensato a supportare le proprie asserzioni con dati e metodologie vere.

Un motivo in più per riequilibrare i programmi scolastici a tutto vantaggio di economia e metodi quantitativi, riteniamo.

eurobenzina.GIF

Future sulla benzina (prima scadenza) quotato al NYMEX, convertito in euro. Cliccare per ingrandire

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* Fonte: nostre elaborazioni su base dati Bloomberg Professional System

APPENDICE: un modello econometrico di verifica dell’asimmetria tra reazioni al rialzo ed al ribasso dei prezzi potrebbe essere basato, ad esempio, sulla cointegrazione tra prezzi dei futures e prezzo della benzina alla pompa. Se l’ipotesi di cointegrazione non è rigettata, si realizza un modello di breve termine a correzione d’errore (ECM), testandone la irreversibilità, ad esempio con un test di Wald che ponga pari a zero la differenza tra l’impatto sul prezzo al dettaglio della benzina (variabile dipendente) la variazione negativa e quella positiva del prezzo dei futures sulla benzina (assunto come variabile indipendente). Se il test non è rigettato, ciò significa che le variazioni positive del prezzo del future sulla benzina hanno uguale impatto, sul prezzo al consumatore, di quelle negative.

Questa metodologia potrebbe essere utilizzata dall’Antitrust in un’indagine conoscitiva.

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