Il negazionismo va combattuto, ma non con le leggi

di Mauro Gilli

Il Consiglio dei Ministri di ieri ha approvato la proposta di sanzionare chi neghi “in tutto o in parte, l’esistenza di genocidi e di crimini contro l’umanità per i quali vi sia stata una sentenza definitiva di condanna dell’autorità giudiziaria italiana o internazionale.” Con questa decisione, il Governo ha compiuto un grave errore.

Le ragioni sono molteplici, a nostro modo di vedere tre spiccano in particolar modo. In primo luogo, compito dei Governi non è decidere cosa è vero e cosa e’ falso, ma piuttosto permettere che la verità emerga: garantendo la libertà di espressione, le libertà individuali, etc. Inoltre, con questa decisione, il Governo entra in un campo minato, dal quale è poi difficile uscire. Cosa e’ un genocidio? Chi ne definisce i limiti? A queste e ad altre domande bisogna rispondere.

In secondo luogo, non è punendo chi sostiene tesi storiche palesemente false che si combattono certi mali. E’ il negazionismo la ragione dell’esistenza di tesi razziste, anti-semite? Oppure sono le tesi razziste, anti-semite che creano il terreno fertile per il negazionismo. Chi scrive crede che la seconda proposizione sia quella più veritiera, e per questo motivo, ci si chiede se curando l’effetto, possa scomparire anche la causa.

Infine, c’e’ un problema di credibilita’ internazionale e di congruenza con i valori liberal-democratici ai quali appartiene il nostro Paese: può una democrazia liberale punire chi sostiene tesi storiche palesemente false?

Procediamo con la prima obiezione.

La negazione di episodi universarlmente riconosciuti come drammatici e tragici della nostra storia è un atto riprovevole. E’ quindi normale, e comprensibile, l’emergere di un sentimento collettivo che voglia combattere e sconfiggere una tendenza di questo genere. Ma il negazionismo, proprio per la sua stessa natura, non può e non deve essere combattuto nelle aule dei Parlamenti, tanto meno in quelle dei Tribunali.

Esso molto spesso esprime, come nel caso dell’Olocausto, posizioni che hanno una funzione “politica”. In altre parole, esse non sono ricostruzioni storiche accurate che hanno il fine di appurare la verità storica, ma piuttosto sono uno strumento di idee o movimenti politici che volgliono aumentare la loro popolarità. A conferma di ciò, basti dire che un illustre negazionista, lo storico inglese David Irving, storico non è, non avendo mai ottenuto alcun titolo accademico, neanche una laurea.

Questa premessa permette di affrontare il problema in modo più approfondito. Si parta dalla differenza tra “fatti” e “opinioni”. Se la legge mira a combattere reati di opinione come il razzismo (e questo sembra il suo intento, poichè la norma in questione andrebbe a far parte di una legge sui crimini contro l’umanità), essa rischia di fare più male che bene.

Certe posizioni, per quanto moralmente indegne, sono strutturali in ogni società. Minoranze ristrette (per non dire sparute) abbracciano posizioni estreme contro altre minoranze che percepiscono come nemiche. In questo caso, è assai difficile che la “messa al bando” di queste posizioni possa contribuire in alcun modo a debellare questo male alla radice. E, allo stesso tempo, proprio la limitata diffusione di queste idee non sembre giustificare un intervento legislativo. Piuttosto, sarebbe più opportuno un costante monitoraggio e, nel caso, l’adozione di politiche di sensibilizzazione da parte del Governo. Un atto legislativo rischia infatti di creare una sorta di vittimismo e senso di persecuzione in queste minoranze oltranziste.

Se invece la legge mira a combattere una ricostruzione alternativa dei fatti viziata totalmente da un orientamento ideologico piuttosto che un altro (tanto che la ricostruzione fornita è screditata in partenza), il suo intento rischia non solo di essere inutile (se non addirittura negativo), ma anche di creare precedenti pericolosi.

Le ricostruzioni fantasiose della storia, che non rispettano i criteri metodologici basilari, non hanno bisogno di essere sanzionate da un Parlamento. D’altronde, il fatto che, al di là della grande attenzione dei media, il negazionismo rimanga risibilmente minoritario, è motivo di fiducia. Una legge di questo tipo potrebbe segnare invece un precedente molto grave, con il quale un Parlamento tenta di stabilire la “verità”. Numerosi episodi, anche negli ultimi anni, che hanno riguardato anche il nostro Paese, ci ricordano l’esigenza di lasciare agli studiosi seri il compito di far emergere la verità dei fatti, e di sconfiggere le posizioni pretestuose e ideologiche. La stragrande maggioranza della popolazione, fino a questo momento, sembra non aver dubbi su chi siano i ciarlatani.

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2 Replies to “Il negazionismo va combattuto, ma non con le leggi”

  1. Il solo pensiero che il Parlamento Italiano possa avere un precedente per stabilire una verità fa venire i brividi: gli orgogliosi rifondatori comunisti chiamati a definire la Storia sono paragonabili al pedofilo nominato preside di una scuola elementare.

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