La presenza americana in Italia e i rapporti tra due alleati

di Andrea Gilli

A quanto sembra, non ci sara’ alcun ampliamento della base militare americana di Vicenza. E anzi, poiche’ Washington ritiene indispensabile rafforzare la sua presenza verso il Mediterraneo, la base verra’ direttamente abbandonata e i soldati americani spostati in Germania o in Bulgaria, visto che da Roma non arriva il consenso a questa opera di ingrandimento. Cosi’, a meno di modifiche (molto improbabili), dell’ultimo momento.

Sui quotidiani italiani viene data particolare attenzione al problema occupazionale: i 700 italiani impiegati dentro la base perderanno quasi certamente il loro lavoro. Ad essi, come il Pentagono ha giustamente sottolineato, se ne aggiungeranno altri 1.500 che lavorano nell’indotto, per un totale dunque di circa 2.200 persone (chissa’ come mai, in un Paese tanto attento alle delocalizzazioni, questo dato non ha trovato molto spazio).

In realta’, il vero problema e’ un altro. E riguarda le relazioni transatlantiche. Non e’ una novita’ che a Washington guardino con una certa diffidenza il Governo di Romano Prodi. Paradossalmente, cio’ non deriva tanto dalla nutrita componente comunista ed estremista che vi e’ al suo interno, ma proprio dalla presenza di Romano Prodi. A Waghington, infanni, nessuno ha dimenticato i suoi richiami, nella veste di Presidente della Commissione Europea, ad un mondo multipolare e un’Europa che fungesse da contrappeso agli Stati Uniti (obiettivi che ancora campeggiano nel programma dell’Unione, perfino nella sua versione aggiornata di Caserta). Inoltre, a cio’ si aggiunge la straordinaria dedizione con cui questo governo sta cercando di peggiorare i suoi rapporti non solo con quello che e’ e rimane il nostro principale alleato ma che anche rappresenta la piu’ importante Potenza mondiale.

A nostro modo di vedere, tutto cio’, e in particolare quest’ultimo screzio sulla base di Vicenza, ha delle conseguenze nefaste sul Paese tutto e in special modo sul suo futuro. In primo luogo, la presenza di basi Americane in territorio italiano e’, oltreche’ un motivo di sicurezza, anche un importante strumento di influenza: le relazioni sono, appunto, relazionali. Non sono giochi a somma zero: avere le basi americane sul nostro suolo ci permette anche di far sentire la nostra voce a Washington. Finche’ esse sono presenti, infatti, si puo’ sempre minacciare una richiesta di smobilizzazione. Se invece l’Italia agisce in modo da far pian piano sgomberare quelle basi (mostrando per esempio di non apprezzare la loro presenza), allora la nostra influenza su Washington precipitera’ rapidamente (quest’anno e’ gia’ stata chiusa anche la base della Maddalena, in Sardegna – giusto perche’ nessuno se ne dimentichi). Che la perdita di influenza su Washington sia motivo di vanto o addirittura un fine politico da prediligere e’ cosa alquanto opinabile.

In secondo luogo, la disponibilita’ ad ospitare i soldati americani ci mette in prima fila all’interno dell’Alleanza Atlantica. Ovviamente ci da’ rilievo se si ritiene che la NATO continui ad essere il nostro principale veicolo di difesa. Se, invece, come si recita nel programma dell’Unione, la nostra fonte primaria di sicurezza e’ (o piu’ verosimilmente dovra’ essere) l’Unione Europea, allora la situazione cambia radicalmente.

Il Governo Italiano e’ convinto che nel futuro prossimo la NATO perdera’ la sua importanza, e che il suo posto sara’ preso dall’Unione Europea: di qui, in parte, le ragioni per affievolire progressivamente le relazioni transatlantiche. Il Governo italiano sta mostrando certamente una forte dose di coraggio: con un’Europa che ha bisogno di un pit stop ogni 15 metri e’ certamente un atto impavido quello che si sta compiendo. Soprattutto se lo si guarda dal lato della forza a disposizione dell’Italia (poca) e dei rischi che avvolgono il futuro (molti e da noi difficilmente sopportabili).

Nella Teoria delle Relazioni Internazionali c’e’ un grande dibattito sul comportamento delle grandi potenze: in particolare, gli studiosi si dividono tra chi crede che le grandi potenze bilancino (balancing) o seguano (band-wagoning) l’accumulazione di potere. In altri termini, gli studiosi si chiedono se di fronte alla dimostrazione di forza di un Paese A, gli altri N paesi siano piu’ proni ad aggregarsi per contrastare il potere di A; oppure se siano piu’ incentivati ad allearsi con quest’ultimo per avantaggiarsi della sua posizione dominante.

Cio’, appunto, riguarda le grandi potenze. Sulle piccole potenze non ci sono praticamente dubbi: seguono il piu’ forte, a meno che non siano spalleggiate da altre grandi potenze. Il motivo e’ semplice: se cercassero di opporsi alla volonta’ del piu’ forte verranno letteralmente stritolate.

Quasi inspiegabilmente il nostro Governo sembra voler sfidare una Grande Potenza sperando cosi’ di poter ottenere una sorta di posto in prima fila nella Grande Potenza in divenendo (?) chiamata Europa. Tutto ciò segue, come abbiamo spiegato, una logica precisa. Ma che questa logica sia fondata e’ tutto un altro discorso.

Cio’ che infine lascia particolarmente perplessi sono le giustificazioni assunte per motivare il diniego all’ampliamento della base di Vicenza: la presunta opposizione della popolazione locale. Forse conveniva dire che l’Italia vuole ripensare le relazioni transatlantiche e basta. Almeno sarebbe stata una prova di franchezza. Con la giustificazione adottata, invece, a Washington saranno liberi di interpretare la vicenda in due modi. Da una parte, appunto, vi sara’ la percezione di un ripensamento delle relazioni transatlantiche che pero’ non si ha il coraggio di manifestare. Dall’altra si pensera’ veramente che il Governo di Roma non e’ in grado di imporre la sua volonta’ per una questione centrale di sicurezza nazionale e internazionale su poche migliaia di persone. E tra le due interpretazioni non si sa veramente quale sia la peggiore.

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4 Comments

  1. bravo, ottimo post. hai delineato perfettamente qual è la scelta di politica estera che guida il governo: superamento delle intese politico-militari con Washington e “scelta europea”. quello che mi chiedo è: perché continua il richiamo ipocrita all’alleanza con un paese che tutto il governo detesta dal profondo del cuore? perché si trovano scuse per non ampliare la base? perché non glielo si dice chiaro e tondo agli yankee di levarsi di mezzo?

  2. Tutta la politica estera del Governo, al di là delle presunte avances di D’Alema alla Rice, è un progressivo riallineamento su posizioni terzomondiste d’antan, nella speranza di non irritare gli arabi, gli islamici, e il terrorismo di quella matrice. Spiace dover dire che il buffonesco modo di condurre la politica estera di Berlusconi era più rassicurante, in fondo. Quanto poi alla “puntata” d’azzardo sulla carta europea, chi ha studiato solo un po’ di storia sa che il prgetto federalista si arenò proprio sulla Comunità Europea di Difesa (CED) e che, da allora, nessun passo avanti è stato fatto in quel campo, mentre sul piano economico e politico qualche progresso, sia pure solo di tipo confederativo, c’è stato. Mala tempora currunt.

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