Riformare il sistema universitario

di Andrea Asoni

Il recente allarme lanciato dalla Conferenza dei Rettori sulla crisi dell’università italiana ha generato un ampio dibattito nei media. Vi è di che preoccuparsi; la scuola e l’educazione superiore svolgono due ruoli fondamentali nelle società occidentali. Non solo sono al centro del processo di creazione e diffusione di idee e tecnologie nuove, cuore della crescita economica e del benessere moderni, ma sono un importante strumento di eguaglianza delle opportunità, di mobilità sociale, un ponte per gli studenti volenterosi verso occupazioni meglio remunerate.

Il grido di dolore della CRUI si riferisce alla crisi finanziaria in corso, alla mancanza di fondi per pagare gli stipendi del personale ma il disfacimento del sistema italiano si manifesta anche in altro: nella bassa percentuale di laureati sul totale della popolazione (appena il 12% rispetto al 28% degli USA), nella mancanza di fondi per la ricerca (piuttosto che per il personale), nella scarsa partecipazione dei ragazzi provenienti dalle fasce reddituali più basse all’istruzione universitaria. Senza addentrarci nella descrizione dei mali italiani, effettuata approfonditamente nella lectio magistralis del Governatore della Banca d’Italia, vorremmo proporre ulteriori riflessioni.

Vi sono due crisi. Una immediata, la limitatezza di risorse economiche, e una di lungo periodo, l’incapacità dell’Italia di produrre innovazione, tecnologia e ricerca che facciano aumentare la produttività della propria forza lavoro. Una cosa che si dimentica spesso è che persone con una migliore educazione non solo sono più capaci nel proprio lavoro ma rendono più semplice anche i compiti dei propri colleghi. Meno laureati non significa solo meno manager e direttori ma anche operai e quadri meno produttivi con un enorme costo per tutto l’apparato italiano. Le due crisi sono ovviamente legate a doppio filo, una scuola senza soldi è incapace di svolgere il suo ruolo, e perché entrambe derivano da un erroneo sistema di incentivi e di responsabilizzazione delle persone. Con un approccio pragmatico di seguito discuteremo la crisi finanziaria e le soluzioni possibili, tenendo a mente che la soluzione della prima avrà impatti benefici sulla seconda.

Crisi finanziaria: cause
La crisi finanziaria attuale è frutto di una scellerata politica di assunzione che le università hanno portato avanti negli ultimi anni. Come meglio illustrato in questo articolo, i Rettori e le università hanno assunto professori che non erano in grado di pagare.
Come è possibile che le istituzioni depositarie del sapere e rette dalle nostre migliori menti non abbiano saputo fare un semplice “conto della serva” sui costi associati all’assunzione di nuovo personale?
E’ un tipico caso di irresponsabilità finanziaria; occorre spesso quando chi decide le spese è diverso da chi decide le entrate. A livello della singola università assumere un nuovo professore non è una grossa spesa: rispetto al proprio bilancio e alla mole di trasferimenti pubblici al sistema educativo è una misera frazione. Sfortunamente, se tutte le università seguono questo comportamento, l’effetto sul totale delle uscite, la somma delle spese di tutti, è rilevante e si arriva al caso in cui non vi sono più risorse per soddisfare le richieste di ognuno. Soprattutto quando l’economia non cresce a ritmi sostenuti ed è necessario effettuare tagli alle spese.

Se, al contrario, ogni università avesse dovuto finanziarie l’assunzione di un nuovo impiegato attraverso l’aumento delle proprie tasse, la riduzione degli sprechi e l’aumento della propria efficienza, tutto ciò non sarebbe avvenuto.

Crisi finanziaria: soluzioni
Alla luce di quanto spiegato si capisce immediatamente perché la soluzione proposta dalla CRUI, nelle parole del suo presidente, non è la soluzione più appropriata a risolvere il problema: “il rettore chiede un cambio di mentalità che deve essere accompagnato da nuove regole, da un nuovo patto tra atenei e Stato. Ai primi deve essere lasciato campo libero nelle decisioni gestionali e progettuali. Una volta destinate, le risorse devono essere amministrate con libertà. Al secondo va demandata invece la fase importantissima dei controlli sui risultati ottenuti. Controlli rigidi e puntuali”.
La prima parte della proposta è corretta, lasciare libere le università di decidere le proprie spese, la seconda invece attribuisce la responsabilità dei controlli ad un soggetto, lo Stato, il quale non è in grado di eseguirli in maniera efficace. L’unico vero controllo sui risultati delle università è posto dalla loro responsabilizzazione sul reperimento di fondi e la loro spesa e dalla scelta degli studenti tra le diverse proposte formative offerte dagli atenei.
Come sottolineato dal Governatore Draghi quello di cui il sistema italiano ha bisogno è maggiore concorrenza: mettere le università in grado di decidere il proprio futuro, la loro specializzazione e competere per offrire migliori servizi agli studenti e assumere i migliori ricercatori.

Un argomento comune contro una maggiore concorrenza tra università e un conseguente aumento delle tasse universitarie è l’universalità dell’accesso all’istruzione accademica. L’adagio recita che i poveri non saranno in grado di pagarsi l’istruzione universitaria. Se in teoria è complicato garantire che una maggiore concorrenza tra università non crei maggiori disparità tra ricchi e poveri, la pratica ci conforta parecchio. Si considerino gli Stati Uniti dove le università, sia private sia pubbliche, devono finanziare il proprio funzionamento attraverso le tasse universitarie raccolte. Oltreoceano non solo la percentuale di laureati sul totale della popolazione è maggiore rispetto all’Italia (28% rispetto a 12%) ma la percentuale di laureati provenienti da famiglie povere è superiore a quella italiana*; è superfluo ricordare come la qualità della ricerca universitaria sia superiore negli USA e che le migliori scuole del pianeta si trovino nel nuovo continente. Insomma, non solo ci sono più laureati ma tali laureati hanno studiato in istituzioni migliori e provengono in misura superiore da famiglie povere. Un risultato confermato indirettamente anche da recenti studi (I, II) che dimostrano come in US siano le capacità del singolo studente a determinare il suo accesso all’istruzione universitaria piuttosto che la disponibilità di fondi.

Un nuovo ruolo per lo Stato
Lo spostamento dell’onere finanziario dai contribuenti agli studenti, se assicura una maggiore capacità delle università di fare quello per cui sono pensate, richiede anche un ripensamento del ruolo dello Stato. E’ possibile pensare che il settore privato, ovvero le banche, possano trovare profittevole finanziare gli studenti (in media una laurea italiana è equivalente ad un trasferimento di ricchezza pari a 134.000 euro all’atto dell’iscrizione) ma al tempo stesso il pessimo stato del sistema bancario italiano e la necessità di una rapida implementazione della riforma suggeriscono un nuovo scopo all’intervento pubblico: lo Stato può agire da garante del prestito fatto agli studenti (proposta descritta in Bisin e Moro). Invece di trasferire soldi alle università, alimentando quel processo di deresponsabilizzazione descritto sopra, lo Stato si fa garante dei prestiti chiesti dagli studenti; in questo modo le banche non avrebbero incentivi a discriminare in base al reddito. Allo stesso tempo si responsabilizzerebbero gli studenti a iscriversi all’università per prendere una laurea e non per “parcheggiarsi” in attesa di un posto pubblico.

Il principio alla base di questo ragionamento è solidamente liberale; trasferire risorse a chi ne ha veramente bisogno (gli studenti) e ha interesse ad usarle in maniera produttiva e non ad un ente esterno (l’università) che ha incentivi distorti rispetto al migliore utilizzo dei denari pubblici. Invece che chiedere più denari allo Stato i Rettori e i politici farebbero bene a iniziare a pensare ad una riforma seria, in linea con quanto esposto sopra, del sistema di istruzione post scuola dell’obbligo.

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*Non esistono dati che riguardano l’Italia. Gersemann, 2004 riporta tale risultato per la Germania; essendo il sistema italiano affine a quello tedesco è ragionevole pensare che abbia gli stessi risultati. Una prova indiretta è data dal fatto che, nelle parole di Francesco Giavazzi, “Il merito conta poco […] In Italia il reddito dei genitori è ancor oggi più importante, nel determinare quello dei figli, di quanto non lo sia negli Usa”, visto che la via principale per uscire dalla povertà è data dall’acquisizione di una buona educazione

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