Restituire le banche al mercato

di Antonio Mele

Il sistema bancario italiano é affetto da una anomalia che sarebbe bene correggere quanto prima.
Infatti, le banche italiane sono nella maggior parte dei casi controllate da fondazioni bancarie, le quali o direttamente o tramite patti di sindacato con altri azionisti di maggioranza decidono delle sorti degli istituti di credito. Non ci sarebbe niente di male, in realtá, se tali fondazioni bancarie fossero istituti di diritto privato completamente al di fuori delle logiche politiche. Ma in realtá le fondazioni sono diretta emanazione del sistema politico locale, e pertanto soggette a criteri non solo economici nella gestione del credito.

Le fondazioni bancarie furono istituite nella loro forma attuale dal Dlgs. 356/1990 e dal Dlgs. 153/1999 con lo scopo di privatizzare il sistema bancario italiano, e modificate successivamente in maniera piú o meno incisiva dal precedente governo, nel 2001 e nel 2003. (per una descrizione sintetica dei principali interventi del legislatore, si veda questo agile documento). La cosidetta “Legge Tremonti”, ovvero l’art. 11 della legge 448/2001, ha fortemente ridotto l’autonomia delle Fondazioni, mettendole sotto il controllo degli Enti locali, ovvero riportando il sistema bancario sotto il controllo politico. Siamo al paradosso di un governo che proclamava ai quattro venti di essere liberista, e che invece produce una rinazionalizzazione delle banche.

Le Fondazioni sono enti dal patrimonio consistente: il Rapporto ACRI 2005 al 31 dicembre 2004 lo quantifica in 41 miliardi di euro. Ma cinque fondazioni contavano per la metá di tale cifra: Fondazione Cariplo, Fondazione Monte dei Paschi di Siena, Compagnia di San Paolo, Fondazione Cassa di Risparmio di Verona Vicenza Belluno e Ancona, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino.
Le partecipazioni in banche sono nel complesso il 29% dell’attivo di tutte le Fondazioni, e leggiamo nel rapporto ACRI che “attualmente […] su 88 Fondazioni 15 non hanno più partecipazioni dirette nella conferitaria; 57 ne detengono una quota minoritaria; le altre 16 hanno più del 50% (nel rispetto della normativa vigente, in quanto dotate di un patrimonio netto inferiore ai 200 milioni di euro al 31 dicembre 2002 o con sede in regioni a statuto speciale) e, nel loro complesso, rappresentano il 4,8% del totale dei patrimoni delle Fondazioni, mentre le banche da esse partecipate costituiscono meno del 2% dell’attivo dell’intero sistema bancario”.
Questo non deve far ritenere che il controllo delle Fondazioni sulle banche si sia attenuato. Come giá detto, i patti di sindacato di fatto blindano l’assetto proprietario e permettono il controllo con una partecipazione di minoranza, con un sistema ben noto al sistema finanziario italiano.
Per esempio, la Fondazione Cariplo é il secondo azionista (col 9.91% del capitale votante) di Banca Intesa, uno dei principali gruppi bancari del nostro Paese. Il controllo del gruppo avviene tramite un patto di sindacato tra i maggiori azionisti, che nomina il consiglio d’amministrazione in tal modo: “[Il CDA é] composto da 21 membri così designati: 5 dal Crédit Agricole, 4 dalla Fondazione Cariplo, 3 dal Gruppo Generali, 2 dal Gruppo Lombardo, 2 dalla Fondazione Cariparma e 5 dal Comitato Direttivo del Sindacato”. Si puó anche notare come in tale patto entri anche un’altra Fondazione bancaria. Il Gruppo Generali, d’altra parte ha come azionisti principali alcuni tra i maggiori gruppi bancari italiani (Unicredito e Capitalia, oltre a Mediobanca e Banca d’Italia). Il Gruppo Lombardo é composto di alcune banche (Banca Lombarda e Piemontese, IOR, Mittel, e Carlo Tassara S.p.a.), le quali sono sotto controllo di altre Fondazioni: per la Banca Lombarda e Piemontese trovate informazioni seguendo questo link, mentre lo IOR é la banca del Vaticano, Mittel invece é posseduta da Fondazioni varie e da Carlo Tassara S.p.a. (l’altro membro del gruppo Lombardo).
Per non tediare chi ci legge, evitiamo di elencare gli azionariati di tutte le societá, e ci limitiamo a notare come gli incroci azionari blindino il sistema di controllo, in un intreccio tra alta finanza e politica tipico del sistema Italia.

Una pessima idea

Perché é fortemente negativo che la politica possa dire la sua sulla gestione delle banche? Il sistema creditizio é fondamentale per la crescita economica e per il funzionamento dell’economia in generale. Il nostro sistema Paese é particolarmente orientato verso il finanziamento bancario delle imprese, al contrario di quello statunitense, dove il mercato borsistico é la maggior fonte di finanziamento aziendale. Se il credito viene allocato non in base ad una ragione economica, ma in base ad una esigenza politica di clientelismo, l’efficienza del sistema si riduce. Rafael La Porta e altri economisti mostrano come il fatto che il governo (inteso in senso ampio) possegga una buona frazione del sistema bancario si riflette in “un minore sviluppo del sistema finanziario, in minore crescita economica e in particolare in una bassa crescita della produttivitá” (traduzione mia).
Esiste anche un recente lavoro di Paola Sapienza proprio sulle banche italiane. La ricerca mostra come le banche italiane sotto controllo pubblico prestino ad un tasso inferiore a quello delle banche a proprietá privata (in media la differenza é di 44 punti base). Come si spiega questa differenza? Il motivo é prettamente politico: tali banche gestiscono il credito in maniera inefficiente, favorendo le imprese collegate ai loro politici di riferimento. Le imprese del Sud sono le piú beneficiate da tale sistema, consistentemente al fatto che il sistema clientelare é molto diffuso nel Mezzogiorno. Non solo, ma le banche collegate al sistema politico tendono a favorire le grandi imprese (che come sappiamo sono piú orientate a metodi di concertazione con i governi, piuttosto che ad una sana competizione sul mercato), a discapito delle piccole.
Il punto piú interessante é che il meccanismo dei prestiti é collegato alle vicende elettorali del partito di riferimento: il tasso di interesse praticato dalla banca é tanto piú basso quanto piú influente é il partito di riferimento nella zona in cui agisce l’istituto di credito.
Insomma, la commistione tra banche e politici sembra proprio una pessima idea. Ma quanto é forte in Italia il legame tra politica e credito? Andiamo a vedere due casi specifici.

Due casi emblematici

MPS. Il Gruppo Monte dei Paschi di Siena é un caso evidente della commistione tra sistema bancario e politica. La Fondazione Monte dei Paschi di Siena detiene il 58% del capitale votante della Banca MPS, che fa le veci di capogruppo; pertanto la Fondazione esercita il controllo di fatto e nomina gli amministratori della banca. Come vengono invece formati gli organi direttivi della Fondazione MPS? Nello Statuto leggiamo che esiste un organo di indirizzo (la Deputazione Generale) e uno amministrativo (la Deputazione Amministrativa). Quest’ultimo é responsabile dell’esercizio del diritto di voto in merito alla partecipazione nella Banca MPS, ed é nominato dalla Deputazione Generale, la quale in base all’articolo 7, comma 1 dello Statuto “… è composta da sedici membri nominati: otto dal Comune di Siena, di cui uno d’intesa con la Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura di Siena; cinque dalla Provincia di Siena, di cui uno d’intesa con la Consulta Provinciale del Volontariato istituita ai sensi dell’art. 6 della Legge Regionale Toscana 15/4/1996 n. 29 e del comma 4 dell’art. 10 dello Statuto della Provincia di Siena; uno dalla Regione Toscana; uno dall’Università degli Studi di Siena; uno dall’Arcidiocesi di Siena, Colle di Val d’Elsa e Montalcino”. Ovvero, 14 membri su 16 sono di nomina politica.
Il lettore non digiuno di equilibri politici italiani sa giá cosa significhi il precedente articolo dello statuto in termini di controllo politico, ma assumeró di trovarmi di fronte ad un pubblico estero che non conosce la politica locale italiana. Per non annoiare, invito solo a controllare la composizione del Consiglio Comunale del Comune di Siena, della Provincia di Siena e della Regione Toscana.

San Paolo IMI. É sotto il controllo di tre fondazioni: la Compagnia di S.Paolo, la Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, e la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.
La prima é dominata dai partiti di maggioranza delle amministrazioni comunali di Torino e Genova, dalla Provincia di Torino, e dalla Regione Piemonte, oltre che a varie associazioni di categoria locali.
La seconda fa politicamente capo al sistema politico emiliano e bolognese, come si puó vedere dalla formazione del suo consiglio d’indirizzo.
La terza é controllata dalle amministrazioni comunali di Padova e Rovigo, e da quelle provinciali di Padova e di Rovigo.
Esiste un accordo tra tali Fondazioni per agire in modo coordinato, e un altro accordo con gli altri azionisti per blindare il controllo.

Giú le mani dalle banche. O no?

Come risulta chiaro dai precedenti esempi, non c’é da star troppo allegri. Il governo dovrebbe intervenire ponendo dei limiti di tempo molto stringenti entro i quali le Fondazioni cedano le loro partecipazioni dirette o indirette, e rimettere tali pacchetti azionari sul mercato. Sembrerebbe tutto molto semplice, se non fosse per il fatto che molte delle Fondazioni (in particolare quelle di un certo spessore, come visto nei due esempi) sono in mano a politici collegati all’attuale maggioranza di governo. Non si puó pertanto non essere pessimisti sul futuro di tali enti: probabilmente continueremo per molto tempo ancora ad avere la lunga mano della politica dentro il nostro sistema creditizio.

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