L’Afghanistan, l’Italia e le relazioni transatlantiche

di Andrea Gilli

Mentre i nostri servizi segreti lavoravano per liberare l’ennesimo ostaggio italiano, questa volta catturato in Afghanistan, nel nostro Paese si è parlato del deterioramento della situazione nel Paese ex-dominio dei talebani.

Per primo è intervenuto il Ministro degli Esteri D’Alema, oramai due settimane fa, confermando sostanzialmente questa dato di fatto. Poi è intervenuto il suo sottosegretario Gianni Vernetti, che sabato scorso ha chiesto una Conferenza di Pace per l’Afghanistan, sulla scia del “successo” di quella organizzata per il Libano alla fine di luglio.

E’ certamente apprezzabile il fatto che il Ministro degli Esteri presti attenzione e riconosca il deterioramento dello scenario afghano, se non altro perchè sul posto sono impegnati un certo numero di soldati italiani. Ed è altrettanto apprezzabie il fatto che un Sottosegretario agli Esteri si preoccupi di organizzare addirittura una Conferenza di Pace per questo Paese, teatro di interminabili violenze.

Purtroppo, però, nè la preoccupazione del ministro, nè lo zelo del sottosegretario possono risolvere il vero problema dell’Afghanistan: l’instabilità. Le ricette facili sono lontane sia da quelle realistiche che da quelle accettabili. Fornire delle soluzioni è certamente difficile, ciò non toglie, però, che il nostro Paese possa, almeno marginalmente, compiere una semplice scelta per contribuire al miglioramento (o quanto meno al contrasto del peggioramento) delle condizioni operative in Afghanistan. Questa scelta consiste nell’aumentare le truppe in loco.

Le ragioni per cui una tale scelta dovrebbe essere compiuta sono prevalentemente operative (appunto la crescente instabilità del Paese), ma vi sono almeno altri tre motivi per cui, a seconda di chi scrive, il nostro Paese dovrebbe irrobustire il contingente afghano.

La prima ragione riguarda le relazioni transatlantiche. Sebbene la presenza di truppe straniere in Afghanistan sia legittimata da tutte le risoluzioni dell’ONU, l’Europa non vuole inviare nuovi contingenti. Ciò ovviamente appesantisce notevolmente gli Stati Uniti che si vedono già eccessivamente impegnati in Iraq. Accrescendo il nostro contingente in Afghanistan, anche in modo limitato, daremmo un notevole contributo, in primo luogo di immagine, agli Stati Uniti. E ciò, ovviamente, avrebbe delle conseguenze positive per ciò che concerne la nostra credibilità all’interno dell’Alleanza atlantica.

La seconda ragione riguarda l’Europa più in generale. Dopo il primo passo in Libano (i cui risvolti non sono ancora chiari), mandando delle nuove truppe in Afghanistan l’Italia potrebbe ulteriormente accrescere la sua influenza in Europa. In un momento di crisi esistenziale per il vecchio continente, un tale segno di vigore sarebbe certamente positivo, soprattutto perchè ricorderebbe quanto la nostra sicurezza sia legata anche alla stabilità in Afghanistan.

La terza ragione riguarda lo scenario internazionale. Il mondo con cui ci dovremo confrontare in futuro sarà sempre più incerto e insicuro. Viste le minacce che si prospettano, un Paese come l’Italia avrà davanti a sè due scelte: mandare i propri soldati in giro per il mondo per risolvere le situazioni di crisi che si volta in volta si paleseranno, o stare chiuso in se stesso, sperando che nessuno se la prenda con noi. La prima scelta comporterà rischi e costi, ma anche la possibilità di far sentire la nostra voce. La seconda ci relegherà in Serie B. Chi scrive è ovviamente dell’idea che sia da prediligere la prima opzione. Se anche questo Governo condivide questa posizione, allora sarebbe opportuno iniziare a guardare al lungo periodo, e quindi contribuire a risolvere le situazioni di crisi, prima che diventino irrisolvibili, compromettendo ulteriormente la sicurezza globale.

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