La condanna di Saddam e il giudizio di Sergio Romano

di Mauro Gilli

Dopo la condanna a morte inflitta a Saddam Hussein da un tribunale iracheno si sono alzate molte voci polemiche. La sentenza, d’altronde, rappresenta un punto centrale di uno degli eventi internazionali più controversi degli ultimi anni, la guerra in Iraq, e tanta attenzione sembra dunque naturale. Sergio Romano, sul Corriere della Sera (5 novembre), ha espresso dei giudizi molto critici sul processo in sè. Ci permettiamo di rispondere alle sue tesi.


Per Romano, innanzitutto, questa sentenza non rappresenta “un passo in avanti sulla strada di una migliore giustizia internazionale” in quanto si è trattato di un procedimento “oscuro” e caratterizzato da numerosi “incidenti procedurali”. Alla luce dei quali, riflette l’ambasciatore, sarebbe stato opportuno affidare Saddam Hussein al Tribunale Penale Internazionale. Quanto scritto da Romano è assolutamente vero, però tradisce una fiducia non proprio giustificata nelle istituzioni internazionali.

Nonostante il crescente i dubbi che aleggiano sul processo di democratizzazione in Iraq, non si può non riconoscere come sia certamente più ragionevole (e politicamente più lungimirante) lasciare il verdetto definitivo sui crimini di un dittatore al popolo che quei crimini li ha subiti, anche se ciò avviene attraverso processi “oscuri e poco trasparenti”; piuttosto che affidarlo ad un gruppo di supergiudici internazionali che opera a migliaia di chilometri di distanza, dove il senso di “giustizia” svanisce tra cavilli giuridici e carteggi infiniti, per essere sostituito dalla ricerca quasi ossessiva della “verità” e del giudizio storico.

In secondo luogo, per Romano questa sentenza non dà “un contributo alla conoscenza del regime di Saddam e dei metodi con cui governò il Paese dalla fine degli anni ’70 al 2003”. Anche su questo punto Romano ha ragione, e fa bene a menzionare l’esempio del processo a Slobodan Milosevic portato avanti dal giudice Carla del Ponte. Proprio questo esempio, però, dovrebbe indurre una magggiore cautela nel valutare l’operato del tribunale iracheno. Come dice il proverbio, “il meglio è nemico del bene”. Bisogna quindi chiedersi se per dare “un contributo alla conoscenza” abbia davvero senso affidarsi ad un tribunale internazionale (speciale o permanente, poco importa) che diventa uno show mediatico senza precedenti, quando esso, poi, non riesce neppure ad arrivare alla fine del processo per via della morte (sospetta, almeno al giudizio di alcuni) dell’imputato principale.

Certamente la decisione presa dal tribunale iracheno di processare Saddam per singoli episodi deve aver deluso molti intelletuali occidentali desiderosi di conoscere certe verità (soprattutto quelle relative ai rapporti tra Iraq e Stati Uniti negli anni ’80). Ma con una certa dose di arroganza si può affermare che almeno questo processo poco trasparente e pieno di ombre è arrivato ad un giudizio finale. Traguardo che, almeno per una buona parte di iracheni sembra essere importante (si veda il New York Times, 5 novembre). Quello trasparente e cristallino imbastito da Carla del Ponte, invece, no.

Dall’altra parte, bisogna riconoscere la correttezza della posizione di Romano. Per gli stessi iracheni e più in generale per la “giustizia internazionale” (ammesso che qualcosa del genere esista) sarebbe stata certamente preferibile una sentenza su tutte le atrocità commesse dal regime iracheno sotto Saddam Hussein. Detto ciò, in un Paese martoriato giornalmente da attentati terroristici, in cui circa il 60% della popolazione è analfabeta, non è avventato sostenere che per il cittadino medio una sentenza più complessa e articolata, con tanto di un giudizio “storico” sul regime baathista non avrebbe fatto alcuna differenza.

Infine, Romano si chiede se questa condanna sia utile “alla pacificazione dell’Iraq e alla costruzione di uno Stato federale”. Per rispondere a questa domanda l’ambasciatore propone alcuni dati. Lasciando probabilmente stupefatti molti dei suoi lettori, Romano cita uno studio pubblicato da una rivista britannica, Lancet, che ha calcolato le vittime civili dall’inizio del conflitto intorno alla cifra di 650.000. La rivista Lancet sarà anche “nota per la serietà” come Romano ci informa, ma che questo studio sia un caso straordinario di bufala mediatica è probabilmente una delle poche certezze che ci rimangono al giorno d’oggi. Anthony Cordesman del Center for International and Strategic Studies, uno dei massimi esperti al mondo di studi strategici, nonchè studioso molto critico della strategia americana in Iraq, ha usato parole che non necessitano di nessun commento: “This is not analysis, this is politics”, riferendosi al fatto che esso sia stato pubblicato appena tre settimane prima delle elezioni di mid-term.

Che i morti in Iraq siano numerosi non c’è alcun dubbio, ma il modo con cui lo studio è stato condotto (sondaggi casa per casa su un campione della popolazione, da cui si è derivato statisticametne il numero totale delle vittime), e il fatto che esso riprenda sostanzialmente uno studio del 2004 che fu pubblicato, come ammesso dal suo stesso autore Les Roberts, poco prima delle elezioni presidenziali del 2004 per influenzare l’esito elettorale, rendono le sue già poco credibili stime ancora meno attendibili.

Le conclusioni di Romano, invece, risultano quasi provocatorie tanto appaiono tendenziose. A suo dire, questa sentenza potrebbe promuovere Saddam al rango di martire. L’ex dittatore potrebbe così diventare “il simbolo della rivolta e uccidere più iracheni da morto di quanti ne abbia uccisi da vivo”. Romano non fornisce alcuna spiegazione di come ciò sia possibile. E anzi, dimentica che proprio il tribunale specale per l’Ex-Jugoslavia presieduto da Carla del Ponte ebbe – quello sì – l’unico effetto di trasformare Milosevic in un martire, portandolo persino ad essere eletto in Parlamento mentre era agli arresti all’Aja.

Per quanto riguarda l’Iraq, invece, gli ex-baathisti e più in generale la popolazione sunnita non hanno certo avuto bisogno di aspettare fino alla sentenza per ammettere la fine dell’era di Saddam e del predominio sunnita sull’Iraq. Affermare che la sentenza a morte potrebbe portare ad un aumento delle violenze è un’affermazione libera da ogni interpretazione logica o teoria sociologica. E infatti Romano non dice nulla su come queste violenze si verificheranno: se per via di un ingrossamento delle fila degli insorti, o di una intensificazione dei loro attacchi. D’altronde, anche se entrambi questi episodi si dovessero verificare nell’immediato futuro, rimarrebbe assai difficile ascriverli alla condanna a morte di Saddam Hussein. E sfidiamo chiunque dal dimostrare una tale correlazione.

Semmai, se si vuole usare la logica, verrebbe da affermare l’esatto contrario, e cioè che proprio il riconoscimento della fine dell’era sunnita potrebbe portare questa parte della popolazoine a più miti consigli, ma anche in questo caso si tratterebbe di una conclusione basata sul lancio di una monetina. Preferiamo pertanto astenerci.

In conclusione, vi sono molti dubbi sulla possibilità che l’Iraq si trasformarsi in una democrazia modello. Ma proprio per questo motivo non si può credere né pretendere che esso possa dotarsi di una giustizia modello. Per quanto imperfetta e oscura, la sentenza su Saddam Hussein è probabilmente quanto una cospicua parte degli iracheni – quelli che sono andati alle urne lo scorso anno – si aspettavano. Questa, per ora, sembra l’unica vera conclusione alla quale si può arrivare.

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