Finanziaria 2007 – Struttura fiscale e scelte future

di Andrea Asoni e Antonio Mele

Un recente articolo de LaVoce.info sostiene che l’aumentata progressività implicita nelle scelte fiscali della Finanziaria 2007 sia desiderabile ed in linea con risultati teorici ed empirici ottenuti dagli economisti.
Questo articolo propone una serie di dubbi e ripensamenti di tale posizione recentemente avanzati sia nella letteratura economica sia nella pratica dei policy maker di tutto il mondo. Ci pare che l’analisi del prof. Colombino e della letteratura a cui si ispira sia affetta dalla fallacia keynesiana del “nel lungo periodo siamo tutti morti”.

La tesi criticata può essere riassunta in poche righe. Essendo gli individui più poveri più inclini a rispondere in termini di scelte occupazionali alle aliquote fiscali decise dal Governo, si suggerisce che l’aliquota marginale, quella pagata sull’ultima parte del proprio reddito, debba crescere all’aumentare dello stesso. In altre parole si sostanzia un sistema fiscale fortemente progressivo. Tale risultato fu presentato per la prima volta nei primi anni ’70 e si basa su due ipotesi ragionevoli. La prima è che le persone sono diverse in termini di produttività; persone diverse hanno capacità diverse. La seconda è che ognuno conosce solo le proprie capacità e non quelle degli altri. In questo caso è dimostrabile che, per situazioni economicamente e statisticamente ragionevoli, è meglio avere una struttura fiscale progressiva sul reddito [Mirrlees, 1971, Diamond, 1998]. Da questo lavoro è scaturita una lunga serie di contributi sia teorici sia empirici sulla struttura ottima della tassazione. L’articolo de LaVoce.info fa proprio riferimento a questo filone di ricerca.

Esistono due tipi di critiche, ben fondate, a questo approccio. La prima riguarda la mancanza in questo approccio di considerazioni temporali; la seconda riguarda il risultato secondo cui gli individui più poveri sarebbero i più sensibili alle scelte fiscali. Lavori recenti sembrano suggerire piuttosto il contrario. Procediamo con ordine.

I. Struttura fiscale e scelte future
Il lavoro di Mirrlees si basa su una concezione statica dell’economia, datata a più di 30 anni fa e ormai non più utilizzata nella teoria e nella pratica economica. Negli ultimi anni si è cominciato a studiare la forma del sistema fiscale in un contesto in cui le persone prendono decisioni considerando il loro effetto anche sul futuro. Le capacità di ognuno non sono costanti, ma possono variare nel tempo, diminuire o aumentare. I nostri talenti e le nostre conoscenze inoltre non ci sono attribuite dall’alto ma sono il frutto di un nostro investimento, in termini di tempo dedicato allo studio o alla pratica di un mestiere. Non considerare l’effetto della struttura fiscale su queste scelte rischia di condurci verso conclusioni non solo inefficaci ma persino dannose. Recenti studi trovano, ad esempio, che la struttura fiscale sul reddito da lavoro dipende non solo dalle nostre capacità attuali ma anche dalla loro variazione nel tempo.
E’ un filone di ricerca ancora giovane (i primi lavori sono del 2003) ma che invita a pensare al rapporto tra efficienza ed equità in un contesto completamente diverso. Un contesto in cui le persone reagiscono nel tempo alle scelte pubbliche e non si limitano a subirle passivamente.

E’ facile spiegare il rapporto tra distribuzione e creazione della ricchezza con una metafora. La ricchezza prodotta da un paese in un certo anno è una grossa torta; il nostro compito è dividerla. Se lasciamo che sia la politica ad occuparsi della divisione in parti uguali quello che succede è che una fetta della torta cade per terra e si perde. Se invece lasciamo la divisione alle forze del mercato non buttiamo via nulla. In quest’ottica si può pensare che tutto sommato è accettabile la perdita di una fetta di torta in nome di una divisione più egalitaria.
Bisogna però chiedersi da dove viene la torta. La torta viene preparata e cucinata dagli sforzi di ognuno di noi. Sapendo che a prescindere dall’impegno profuso nello scegliere gli ingredienti, impastarli e pulire il forno ognuno di noi avrà una fetta di uguale dimensione, quello che conviene fare è sedersi e aspettare che gli altri si occupino di tutto. Ovviamente se tutti prendono questa decisione non vi sarà alcuna torta da dividere. Se, al contrario, ognuno sarà libero di appropriarsi di una fetta proporzionale al contributo dato, la torta tenderà a crescere nel tempo.
L’efficienza (ovvero il non sprecare risorse) e l’equità hanno implicazioni diverse nel lungo periodo: non solo con la redistribuzione parte delle risorse viene persa, ma tale processo comporta un disincentivo verso la produzione di più risorse.

Tornando al sistema fiscale, incrementare le aliquote sui redditi maggiori può avere effetti indesiderati e negativi. Alzare eccessivamente le tasse sui redditi più alti scoraggia tutte quelle azioni, creare un’impresa, investire i propri risparmi, conseguire un titolo di studio che ci renderanno più ricchi nel futuro.
Poniamo che la differenza tra il reddito di un giovane laureato e quello di un giovane senza laurea sia 100. Poniamo anche che il costo dell’università (diviso su base annua) sia 70. Un laureato avrà un guadagno netto di 30. Ora supponiamo che il governo decida di tassare tale reddito aggiuntivo con un’aliquota del 60%. A questo punto il guadagno aggiuntivo al netto delle tasse sarà uguale a 40, mentre il costo dell’università continua ad essere 70. Frequentare l’università non conviene più.

Incentivi monetari
Se il precedente esempio sembra arbitrario si considerino i seguenti dati. Negli Stati Uniti il “premio” universitario, ovvero la differenza nei guadagni di chi è andato all’università rispetto a chi non lo ha fatto è nettamente maggiore rispetto alla situazione italiana.
Secondo i dati dell’U.S. Census Bureau [Current Population Survey, 2006] e del Tax Policy Center [Tax Facts Database, 2006] un laureato in America guadagna in media, al netto delle tasse, circa 23.000 dollari all’anno più di chi si è fermato alle scuole superiori. In termini economici questo flusso è equivalente al ricevere circa 345.000 dollari all’atto dell’iscrizione dell’università [calcolato su una vita lavorativa di 40 anni e ad un tasso di sconto del 5%]. In Italia il differenziale è di circa 9.050 euro, ovvero 11.400 dollari, che si traducono in un trasferimento all’atto dell’iscrizione all’università di 169.000 mila dollari (ovvero 134 mila euro) [stime di Bisin e Moro]. Questa differenza non deriva dalla sola minore tassazione (i redditi considerati sono al netto delle tasse) ma anche grazie ad un mercato del lavoro più competitivo e ad un sistema universitario all’avanguardia nel mondo. La differenza tra prendere una laurea negli States e in Italia risulta essere di circa 176.000 dollari, ovvero prendere una laurea in America equivale a ottenere un differenziale di reddito sui non laureati doppio rispetto all’Italia (in termini monetari).
In realtà il differenziale potrebbe essere ancora più alto. Il laureato americano ogni anno guadagnerà circa 11.600 dollari in più di quello italiano. Questi dollari possono essere spesi immediatamente oppure investiti. Abbiamo calcolato che se venissero investiti ad un tasso costante di rendimento netto del 2% annuo (la media del rendimento azionario americano degli ultimi 100 anni), si otterrebbe un valore attuale di circa 715.000 dollari. Stiamo parlando di differenze tra laureati italiani e americani che si avvicinano al milione di dollari durante una vita lavorativa! Chiaramente questo è un caso limite, e probabilmente solo parte di tale somma sarà investita. Possiamo trarre un insegnamento: il gap effettivo sarà dato non solo dalla differenza di guadagni futuri, ma anche e soprattutto dall’impiego di tali guadagni futuri in attività che moltiplicano e accrescono la ricchezza. Tassando in modo lieve il reddito da lavoro degli scaglioni più elevati (a cui presumibilmente i laureati tendono a far parte) si liberano risorse per attività più redditizie e produttive, che rendono l’investimento in istruzione ancora più vantaggioso. Si genera quindi un circolo vizioso di maggiore ricchezza che a sua volta spinge ad acquisire maggiore istruzione e così via. Al contrario, con aliquote elevate si rischia di produrre l’effetto contrario.
Alla luce di queste considerazioni non sembra un caso che negli USA il 27% della popolazione (dati 2003) sia laureato mentre in Italia si sia fermi ad un misero 10% .

Vizi privati e virtù pubbliche
Va evidenziato un ulteriore punto. Solitamente ci si dimentica che chi investe nel proprio futuro non produce un beneficio solo per sé ma anche per gli altri. Aprire un’impresa significa creare posti di lavoro, ottenere un titolo di studio dà la possibilità di diventare insegnanti (contribuendo agli studi di altre persone) o di essere più capaci sul posto di lavoro, aumentando la produttività dei propri colleghi. Investire i propri risparmi significa finanziare la crescita di tutte le attività produttive del proprio paese. Scoraggiare l’accumulazione di ricchezza è un danno non solo per il giovane che vorrebbe laurearsi o il futuro imprenditore ma anche per tutti coloro che avrebbero potuto beneficiare della loro attività.

Con queste considerazioni in mente risulta chiaro che l’obbiettivo perseguito dal prof. Colombino, il mantenimento del gettito fiscale può essere ottenibile nell’immediato ma risulta più difficile da ottenere nel futuro (visto che produrre reddito tassabile non è più conveniente). Considerazioni successive sull’evasione fiscale ci suggeriranno che anche nel breve periodo il rischio è di sovrastimare la propria capacità fiscale.

Vi è da dire che misurare con certezza l’effetto di un inasprimento fiscale per un lungo periodo di tempo risulta essere difficile perché la complessità dei sistemi economici nasconde questi effetti insieme ad una moltitudine di altri fattori.

II. Misurare gli effetti di un inasprimento fiscale
Per controllare l’effetto di un inasprimento fiscale bisognerebbe avere una misura complessiva di come le persone modificano le loro scelte, anche nell’immediato e non solo nel futuro. Tali scelte riguardano non solo il numero di ore da lavorare (margine per definizione piuttosto rigido visto che tali ore sono solitamente definite in un contratto per una grossa fetta dei lavoratori italiani) ma anche l’impegno da esercitare nel proprio lavoro (difficilmente misurabile), la disponibilità ad eseguire degli straordinari, la decisione stessa se cercare un lavoro, oppure lavorare in nero, oppure rimanere disoccupato e ricevere l’aiuto dello Stato, oppure continuare ad essere uno studente. L’articolo del prof. Colombino non specifica a quali dati abbia fatto riferimento, se alle sole ore lavorate oppure ad altri margini. I risultati da lui ottenuti non sono però in linea con più recenti misurazioni.
Prendendo in considerazione diversi margini di aggiustamento si ottengono risultati che [si veda ad esempio Gruber e Saez, 2002] vanno nella direzione opposta a quella suggerita dall’articolo de LaVoce. Le persone che modificano i loro comportamenti in misura maggiore, coloro che sono più sensibili all’inasprimento (o alleggerimento) delle aliquote sono coloro che si trovano più in alto nella scala dei redditi. La ragione può essere trovata nel seguente ragionamento. Redditi intorno alla media provengono per lo più da una sola fonte, solitamente lavoro dipendente. Individui dal reddito più alto hanno invece più attività e ottengono parte della loro ricchezza da investimenti in capitale e spesso attività imprenditoriali. E’ chiaro come sia più semplice disinvestire i propri risparmi o ridurre il proprio impegno imprenditoriale piuttosto che modificare i propri comportamenti da lavoratore dipendente. Lo studio suggerito simula, usando questi risultati, la struttura fiscale volta a massimizzare il gettito e conclude che piuttosto che progressive, le tasse dovrebbero essere regressive al margine.

Progressività, evasione e conclusioni
Come già argomentato su Epistemes in alcuni interventi (I, II), l’aumento dell’imposizione fiscale si traduce in parte in maggiore evasione e minor gettito, a parità di altre cose. E’ ragionevole ritenere che l’aumento delle aliquote marginali sui redditi più elevati incentivi maggiore evasione da parte dei cittadini che si troverebbero a dover pagare più tasse. Se dunque l’obbiettivo è quello di mantenere il gettito invariato ci sembra che questo possa difficilmente essere ottenuto seguendo la via dell’inasprimento fiscale sui redditi più elevati.

La nostra opinione è che l’evidenza portata dagli economisti non è conclusiva su questo argomento; ci sembra che non si possa affermare che le scelte del governo siano sostenute dalla teoria economica. Ci sembra che l’approccio seguito dal prof. Colombino sia troppo limitato, non considerando alcun orizzonte temporale e basandosi su stime non univocamente condivise dalla letteratura economica, per poter trarre delle chiare conclusioni di policy a sostegno della politica fiscale del governo. Piuttosto le semplici considerazioni presentate in questo articolo sembrano suggerire che una struttura impositiva eccessivamente progressiva sia destinata a fare più danni che benefici, modificando in senso negativo gli incentivi ad investire in istruzione, ad evadere, a produrre nuova ricchezza.

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3 Comments

  1. avrei un dubbio da sottoporvi:
    per quanto concerne i consumi che effetto ha un incremento della progressività delle imposte sul reddito? è ragionevole supporre che la propensione al consumo è decrescente al margine, dunque un aumento della progressività dovrebbe incentivare i consumi odierni, giusto?
    mentre, mi pare di capire dalla vostra esposizione, scoraggerebbe i risparmi perchè la propensione al risparmio è crescente al crescere del reddito. ora, il problema in italia è che le famiglie non risparmiano abbastanza o che non investono a sufficienza tali risparmi in capitale di rischio, ad esempio preferendo il mattone alle azioni?

  2. “dunque un aumento della progressività dovrebbe incentivare i consumi odierni”.
    non necessariamente. se maggiore progressivita’ e’ ottenuta attraverso un aumento delle tasse sui redditi piu’ alti, tale maggiore progressivita’ non implica un aumento dei consumi.
    se la progressivita’ e’ ottenuta tagliando le tasse sui poveri allora ci si puo’ aspettare un aumento dei consumi (e degli investimenti, e dell’offerta di lavoro da parte dei poveri).

    c’e’ di piu’. una minore progressivita’ potrebbe implicare un aumento dei consumi se tale minore progressivita’ e’ ottenuta attraverso una diminuzione delle tasse sia sui poveri che sui ricchi. insomma non c’e’ legame diretto tra progressivita’ e consumi.

    per quanto riguarda il risparmio non conosco i dati a riguardo. se dovesse essere vero che le famiglie italiane investono “piu'” in mattone che azioni (sempre che ci si metta d’accordo su cosa significa “piu'” visto che stiamo parlando di equilibrio dove tutto per definizione e’ “giusto”) e’ solo perche’ l’investimento in mattone e’ percepito piu’ sicuro-redditizio di quello in azioni. le ragioni di cio’ vanno indagate con attenzione e non credo di poter dare una risposta immediata.

  3. il mio dubbio era riferito al caso in cui la maggiore progressività è ottenuta lasciando invariato il gettito totale: dunque una semplice redistribuzione senza aumentare o diminuire il gettito totale. in questo caso che succederebbe ai consumi odierni?

    sul risparmio: non ho dati sottomano ma mi pare di ricordare che il tasso di risparmio delle famiglie italiane è piuttosto alto rispetto gli altri paesi industrializzati, ma questo non si traduce in investimenti in capitale di rischio, d’altra parte è noto che il patrimonio immobiliare delle famiglie italiane è considerevole. tutte osservazioni che avrebbero bisogno del conforto dei dati naturalmente e che non spiegano comunque il o i perchè.

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