La curva di Phelps

di Andrea Asoni

Il Premio Nobel per l’Economia per il 2006 è stato attribuito a Edmund Phelps. Come si può leggere dalle motivazioni dell’Accademia Reale delle Scienze di Svezia, i contributi del ricercatore americano allo sviluppo della scienza economica sono stati diversi e hanno abbracciato diverse problematiche. Dalle riflessioni sulla relazione tra inflazione e disoccupazione, ai lavori sul salario di equilibrio fino allo studio del processo di accumulazione di capitale.

Possiamo considerare gli studi sul rapporto tra inflazione e disoccupazione il principale contributo di Phelps. Le ragioni sono molteplici. In primo luogo la comprensione delle cause e l’individuazione delle politiche adatte a sconfiggere l’inflazione sono tra le più importanti vittorie della scienza economica. L’alta inflazione che ha piagato le nazioni occidentali durante gli anni ’70 e ’80 è un problema definitivamente risolto. Le banche centrali mondiali oggi non hanno alcun problema a tenere l’andamento dei prezzi sotto controllo.
La seconda ragione riguarda l’evoluzione della scienza economica. Come spiegheremo nei prossimi paragrafi, con la sua (e di Milton Friedman) teoria dell’inflazione, e in particolar modo attraverso una diversa interpretazione di come gli individui reagiscono alle scelte delle autorità pubbliche, Phelps contribuì alla transizione dal paradigma dominante keynesiano all’attuale visione neoclassica della struttura economica.

Inflazione e disoccupazione
L’economista inglese Alban W. Phillips scoprì nel 1958 una interessante relazione tra inflazione e disoccupazione. All’aumentare dell’inflazione la disoccupazione diminuiva e viceversa. Ad una alta disoccupazione corrispondeva una bassa inflazione e viceversa. L’esistenza di tale relazione offriva interessanti prospettive di policy: le autorità di politica economica avrebbero potuto determinare il livello di disoccupazione (o di inflazione) desiderato semplicemente scegliendo un punto appropriato su tale curva.

Per qualche tempo, nei primi anni ’60, la “curva di Phillips” sembrò funzionare egregiamente ma agli inizi degli anni ’70 il meccanismo si ruppe. Le economie occidentali si trovarono a fronteggiare contemporaneamente alta inflazione e alta disoccupazione, caso impossibile secondo la recente scoperta di Phillips.
A chiarire tale puzzle intervenirono Phelps (1967) e Friedman (1968) proponendo la cosiddetta “curva di Phillips aumentata per le aspettative”. La spiegazione si basava sull’esistenza di aspettative da parte degli agenti economici (in questo caso non solo le persone ma anche le imprese) e sulla distinzione tra breve periodo e lungo periodo.
Nel breve periodo la curva di Phillips descritta da Phelps e Friedman era simile a quella individuata dall’economista inglese; il contributo principale è l’inserimento delle aspettative degli individui nella sua descrizione. Mentre Phillips aveva fatto riferimento al livello assoluto dell’inflazione e della disoccupazione i due economisti americani si riferiscono allo scostamento dell’inflazione reale da quella attesa dagli agenti economici.

Se ci si aspetta un’inflazione al 2% ma la politica monetaria fa crescere il livello dei prezzi in misura maggiore (aumentando la base monetaria), l’effetto immediato è una diminuzione del tasso di interesse reale e dei salari reali che spingeranno le imprese ad assumere e investire in misura maggiore causando un boom per l’economia. La disoccupazione così diminuirà.
Il periodo successivo gli individui, avendo osservato quello che è successo, si aspetteranno una inflazione maggiore. A questo punto le autorità di politica monetaria possono aumentare la base monetaria in misura ancora maggiore e “imbrogliare” nuovamente gli individui, garantendo un nuovo boom (e facendo aumentare l’inflazione attuale e l’inflazione attesa per il periodo successivo) oppure riflettere nelle loro scelte le aspettative degli individui. In questo secondo caso gli effetti espansionistici della misura del periodo precedente vengono completamente riassorbiti: i salari reali, il tasso di interesse reale e la disoccupazione tornano ai livelli pre-aumento della base monetaria e l’unico effetto rimasto sarà un livello dei prezzi più alto.

Le autorità di politica economica non possono pensare di “imbrogliare” gli agenti economici per sempre. Il messaggio più importante dell’analisi di Phelps e Friedman è che nel lungo periodo la politica monetaria non ha alcun effetto sulle variabili reali (ovvero tasso di interesse, i salari reali e la disoccupazione) ma si traduce solamente in un aumento dei prezzi. Nel lungo periodo l’inflazione reale è uguale a quella attesa e la disoccupazione è determinata dalle condizioni del mercato del lavoro e non dalla politica monetaria.

Dal paradigma keynesiano a quello neoclassico
Phelps e Friedman non ebbero vita facile nel convincere i loro colleghi economisti delle loro conclusioni. In questo ambito si inserisce la famosa polemica tra monetaristi, di cui Friedman e Phelps facevano parte, e keynesiani, tra i quali ricordiamo Tobin e il nostro Modigliani.
Le conclusioni di Phelps e Friedman raccolsero lentamente il consenso della maggioranza degli economisti e, quello che più conta, dei policy makers contribuendo alla sconfitta dell’inflazione nelle economie occidentali.

Non fu il solo risultato. L’idea di Phelps circa l’adattamento degli individui alle scelte di politica economica in parte anticipa la fondamentale rivoluzione della teoria macroeconomica che stava per nascere dalle parti dell’Università di Chicago, guidata da alcuni allievi di Friedman.
Perché limitarsi ad assumere che gli individui semplicemente imparino dalle passate scelte di politica economica e vi si adeguino e non invece pensare che gli individui siano capaci di anticipare le scelte di politica economica? Perché non assumere che gli individui abbiano aspettative razionali e non adattive?
Questo non cambia le conclusioni più importanti dei monetaristi ma cambia la natura del meccanismo all’opera. Mentre per i monetaristi gli effetti della politica monetaria sulle variabili reali dipendono da un non perfetto allineamento delle aspettative sull’inflazione con l’inflazione reale, nella teoria neoclassica questo effetto è inesistente e le ragioni degli effetti della politica monetaria sulla disoccupazione vanno ricercate nelle rigidità nei mercati del lavoro e dei prodotti. Nel lungo periodo, essendo i prezzi e i salari flessibili, ogni cambiamento nella politica monetaria si tradurrà in inflazione.

Una scienza utile
Molte delle conclusioni di Phelps oggi non sono solo standard nella teoria economica ma pervadono le decisioni delle autorità economiche dei paesi moderni. Chi crede che l’economia non debba solo essere un esercizio accademico ma soprattutto strumento di analisi della realtà e di proposizione di soluzioni concrete a problemi concreti non può che rallegrarsi per il Nobel dato ad un economista che ha contribuito all’analisi di un fondamentale fenomeno economico e alla soluzione di un problema con enormi riflessi sul benessere delle persone.

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