La povertà come bene di consumo

4 pensieri su “La povertà come bene di consumo”

  1. bel post, era un po’ che non ti impegnavi così. prima ti entrare nel merito, però, vorrei farti una domanda perchè sono sinceramente curioso di conoscere la tua risposta.

    La competizione premia le aziende più efficienti e punisce quelle meno efficienti. Perchè a livello di economie nazionali non dovrebbe succedere lo stesso? Non tutti gli stati sarebbero egualmente efficienti, quindi, in un contesto di libero mercato internazionale, alcuni sono destinati a fallire e non potranno mai essere tutti egualmente ricchi.

    ps. evita, per favore, di inferire la mia posizione al riguardo. sicuramente prenderesti un granchio.

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  2. il concetto di competizione tra stati nazionali e quello di mercato internazionale che dovrebbe punire gli stati inefficienti è difficile da definire (tradotto: ancora non ne ho una buona definizione, mia o presa a prestito).

    di certo l’efficienza di uno stato (burocratica) influenza i risultati delle aziende di tale paese nel mercato internazionale ma le conclusioni che trai mi sembrano azzardate. gli stati non falliscono come le imprese e non funzionano secondo la stessa logica; non hanno mercati da servire o competitor nelle stesse nicchie.

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  3. bene. io, in realtà, non ho tratto alcuna conclusione, ma solo riferito un’idea.

    sul tema.
    1. la definizione di aiuti: negli studi che citi, per aiuti si intendono i grants (dollar) e i grants concessional loans (easterly). vengono esclusi, giustamente, perchè hanno scopi diversi da quello dello sviluppo economico, gli aiuti privati, le ngos e, in parte, gli aiuti di emergenza. non si capisce, per tanto, perchè te la prendi con le nazioni unite e i donatori privati, che non c’entrano nulla con la definizione di aiuto data dagli studi che tu stesso citi. piuttosto prenditela con la banca mondiale e i governi oecd.

    2. anche quanto parliamo di grants and loans andrebbero fatte alcune specifiche. per esempio, il 92% degli aiuti italiani è “tied”, legato cioè all’acquisto di prodotti e servizi italiani. oppure, il primo destinatario di aiuti degli USA è israele, decisamente non un paese in via di sviluppo. il secondo, mi pare, è l’egitto. ancora, ci sono delle condizionalità legate alla concessione degli aiuti? per esempio: più aiuti in cambio di una maggiore spesa (in percentuale sul bilancio totale) per l’educazione e la sanità. costruire più scuole ed ospedali è una cosa buona in sè, ma l’impatto sulla crescita è zero. poi c’è il discorso della fungibility a minare l’efficacia delle condizionalità.

    so bene che lo scopo del tuo post non era fare un’analisi esauriente sulle politiche di aiuto. io qua vorrei solo mostrare come gli aiuti allo sviluppo hanno spesso altri scopi di tipo geopolitico o keynesiano o clientelare.

    3. personalmente penso che gli aiuti non bastino, ma potrebbero, teoricamente, aiutare lo sviluppo economico. se devi investire in un paese economicamente a terra, politicamente instabile, etc etc, hai bisogno di una qualche forma di rendita per rischiare propriò lì i tuoi risparmi. ecco che prestiti a tassi sotto mercato possono fornire i capitali necessari. questo rimane solo teoria perchè in pratica gli aiuti servono a ben altro.

    4. la storia che la globalizzazione abbia avuto successo come strumento di crescita economica è un po’ vaga per essere presa seriamente. se, invece, per globalizzazione si intende la liberalizzazione del commercio e dei flussi di capitale, questa storia è pure sbagliata, perchè si basa su un completo fraintendimento dell’esperienza asiatica (tutt’altro che apertissime, democratiche e incorrotte quando incominciarono a crescere come treni, e nemmeno ora….). come accennato prima: per generare dinamiche di sviluppo capitalistico hai bisogno di una rendita, non di competizione perfetta. il discorso cambia ad un certo stadio di sviluppo, ma qui stiamo parlando di paesi poveri e non di quelli a medio reddito. tra l’altro ne avevo già discusso con rabbì da luigi.

    5. le multinazionali etc etc: in colombia la cocacola ammazza i sindacalisti, in botswana la debeers sgombera i san, in congo, invece, hanno aperto la borsa dei booty futures, in liberia halliburton organizza i ribelli. mi pare normale che questo scateni una certa indignazione, che, tra l’altro, si basa sul tuo stesso assunto, liberale e sbagliato, che lo sviluppo economico possa essere un processo indolore. non lo è perchè non è solo un fatto economico, ma è anche una sanguinosa lotta di potere.

    6. concordo invece sul fatto che lo sviluppo economico del sud del mondo presupponga la perdita dei nostri privilegi. non un gioco a somma positiva, insomma. ne avevo scritto anche sul mio blog, come domani pubblico un post su bloggoverno sul tema aiuti ed emigrazione.

    ciao ispi.

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  4. come dici bene tu questo articolo non si proponeva un’analisi del sistema degli aiuti per cui non entro nei dettagli che proponi. come dici tu il problema e’ che gli aiuti spesso hanno altri ruoli rispetto a quello che dovrebbero avere.
    mi permetto solo un appunto sul fatto che lo sviluppo economico del sud non sia un gioco a somma positiva; di fatto lo e’. tu probabilmente intendevi che non e’ un miglioramento paretiano (ma anche su questo c’e’ da discutere. non mi stupirei se calcolando la life time utility di un individuo che nel breve si trova a perdere qualcosa la trovassimo aumentata in seguito alla crescita economica del sud del mondo).

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