“Da grande voglio fare l’IRI” – Breve analisi di uno strumento improprio

di Piercamillo Falasca

Nata a Torino nel 1850, con la funzione di ricevere depositi quale luogo di “fede pubblica” e investita dopo pochi anni del compito di finanziare gli investimenti in opere pubbliche degli enti locali attraverso le risorse provenienti dai libretti di risparmio postale, la Cassa Depositi e Prestiti è stata fino al 1983 una semplice direzione generale del Ministero del Tesoro.

Da quell’anno iniziò il processo di riforma della Cassa, la quale – pur vedendosi riconosciuta nel 1993 una propria personalità giuridica, separata da quella dello Stato – è rimasta però una amministrazione pubblica fino al 12 dicembre 2003, giorno della sua trasformazione in società per azioni (D.L. 269 del 30 settembre 2003 e successivo D.M. Economia e Finanze del 5 dicembre 2003). Siamo in piena era Tremonti.

Dopo soli undici giorni dall’assunzione a pieno titolo della natura di SpA, 65 fondazioni di origine bancaria hanno aderito all’invito del Ministero dell’Economia ad entrare nella Cassa Depositi e Prestiti acquisendo una quota complessiva delle azioni pari al 30% del capitale totale (il restante 70% resterà al Ministero).
Compagnia di San Paolo, Fondazione Cariplo, Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, Fondazione Cassa di Risparmio di Verona Vicenza Belluno e Ancona, Fondazione Monte dei Paschi di Siena e le restanti fondazioni, di dimensioni minori, hanno sottoscritto 105 milioni di azioni privilegiate che attribuiscono alle Fondazioni il diritto di voto  nelle assemblee ordinarie come in quelle straordinarie e che solo alla data del primo gennaio 2010 si convertiranno automaticamente in azioni ordinarie(art. 30 dello Statuto della Cdp).
La titolarità di azioni privilegiate dà alle fondazioni il diritto di prelazione, sia nell’assegnazione degli utili sia nella ripartizione del patrimonio sociale in caso di scioglimento della società, ed il diritto di recesso dalla Cdp Spa nel periodo compreso fra il primo gennaio 2005 e il 31 dicembre 2009 nel caso in cui il dividendo sia inferiore, anche per un solo esercizio, a quello minimo spettante alle azioni privilegiate. Inoltre le fondazioni bancarie avranno diritto di recedere al quinto anno, prima della conversione delle azioni privilegiate in azione ordinarie.

Nella polemica tra Francesco Giavazzi (“Altro che privato, è lo Stato che paga”) e Giulio Tremonti (“L’ho usata per privatizzare”) sul Corriere della Sera del 21 settembre, si puntava il dito proprio sulla presenza e sul ruolo delle fondazioni nella Cassa. Se è troppo semplicistico – come ha fatto Giavazzi – definire l’apporto delle fondazioni un “prestito alla Cassa”, è altrettanto vero che si tratta di una presenza nel capitale caratterizzata da rischi molto contenuti ma da vantaggi molto interessanti concessi a soggetti “ibridi” e molto discussi quali le fondazioni bancarie. Solleva però un qualche scetticismo che Tremonti giustifichi l’apertura della Cassa alle fondazioni, da lui decisa ai tempi in cui sedeva alla scrivania che fu di Quintino Sella, ricordando come la stessa Corte Costituzionale aveva definito le fondazioni “soggetti privati”.

Ma passiamo alle funzioni della Cdp. Sono racchiuse in due grandi rami di attività, il primo dei quali, la cosiddetta gestione separata è, in sostanza, l’attività tradizionale della Cdp. Essa ha per oggetto “il finanziamento, sotto qualsiasi forma, dello Stato, delle regioni, degli enti locali, degli enti pubblici e degli organismi di diritto pubblico, utilizzando fondi rimborsabili sotto forma di libretti di risparmio postale e di buoni fruttiferi postali (…) e fondi provenienti dall’emissione di titoli, dall’assunzione di finanziamenti e da altre operazioni finanziarie, che possono essere assistiti dalla garanzia dello Stato.” (art. 3, c. 1, lett. a dello Statuto).

Per tale gestione separata, restano in capo al Ministero dell’Economia e delle Finanze i poteri di indirizzo e di vigilanza mentre del controllo è responsabile la Commissione Parlamentare di Vigilanza.
In sintesi, la gestione separata consiste nella raccolta dei risparmi delle famiglie presso gli sportelli postali e in operazioni finanziarie garantite dallo Stato da usare per la concessione di mutui ai Comuni ed agli altri enti locali e pubblici.

Il secondo ambito di azione, la gestione ordinaria, è preposto al “finanziamento delle opere, delle reti, degli impianti e delle dotazioni destinati alla fornitura di servizi pubblici e alle bonifiche.” (art. 3, c. 1, lett. b dello Statuto)

Per queste attività la Cassa utilizza fondi provenienti dall’emissione di titoli, dall’assunzione di finanziamenti ed altre operazioni finanziarie, senza garanzia dello Stato ma, eventualmente, raccogliendo la provvista necessaria per queste attività anche “mediante l’utilizzo di contributi forniti a qualsiasi titolo dallo Stato, da enti pubblici o privati e da organismi internazionali e di qualsiasi risorsa propria ed entrata finanziaria compatibile con i fini sociali”.

Sempre l’articolo 3 dello Statuto precisa, al comma 2, che: “Per il perseguimento dell’oggetto sociale la società può (…) assumere partecipazioni ed interessenze in società, imprese, consorzi, raggruppamenti di imprese, sia italiani che esteri che siano strumentali, connesse o accessori all’oggetto sociale della CDP SpA”.

Dalla lettura di queste ultime disposizioni statutarie (che si rifanno alle norme costitutive) si inizia a ben comprendere la portata e le potenzialità dell’istituzione Cdp.
Da un lato la gestione separata, per la quale la Cassa gode della garanzia dello Stato, come un qualsiasi ente pubblico (pur non essendolo più); dall’altro, la gestione ordinaria, dove non ci può essere la garanzia dello Stato ma è possibile beneficiare di contributi forniti “a qualsiasi titolo” dallo Stato e da altri enti. In entrambi i casi, la Cdp potrà assumere – anche avvalendosi dei fondi provenienti dalla raccolta del risparmio postale, di pertinenza della gestione separata – partecipazioni in società la cui attività è funzionale o ausiliaria al compimento dell’oggetto sociale della Cassa o, in ogni modo, legata ad esso da un vincolo di interdipendenza o complementarietà.

Di fatto un raggio d’azione enorme: la Cassa può muoversi liberamente e con le spalle sufficientemente coperte dallo Stato in settori vitali dell’economia italiana (opere pubbliche, reti, impianti e dotazioni destinati alla fornitura di servizi pubblici), in virtù di una definizione statutaria sufficientemente generica ed ampia della natura delle attività in cui la Cassa può decidere di partecipare con il proprio capitale di rischio.
Di questo ampio spazio la Cdp ha dimostrato di saper far uso; basti citare l’acquisizione, attraverso STMelectronics Holding N.V., del 10,3% della società italo-francese STMelectronics, attiva nel settore della ricerca e della produzione dei semiconduttori e dell’alta tecnologia e quotata alla Borsa Italiana, al NYSE ed a Euronext Paris.
La domanda, sarcastica, nasce spontanea, come dice un noto conduttore televisivo: la produzione di semiconduttori è forse un’opera pubblica, una rete o una dotazione destinata alla fornitura di servizi pubblici? O, per caso, è essa stessa un servizio pubblico?
Nessuna di queste risposte, ovviamente. L’Ingresso della Cdp nella STMelectronics ha avuto motivazioni “politiche” specifiche e contingenti assolutamente slegate dall’oggetto sociale. Non per questo è un’operazione compiuta in violazione dello Statuto e delle norme costitutive della Cassa: si può azzardare che questa operazione sia rubricabile tra le “altre operazioni finanziarie” dell’art. 3 (c.1, lett. a) dello Statuto tramite le quali la Cassa raccoglie fondi per la gestione separata.
Come si vede, la flessibilità dello Statuto è rilevante.

Veniamo così ora al cuore della questione: la Cassa Depositi e Prestiti tenta molto, moltissimo. Francesco Giavazzi, nel suo articolo sul Corriere della Sera del 18 settembre (“Le tentazioni della Cassa”), l’ha definita la “madre di tutte le tentazioni”, argomento sollevato in toni non dissimili da Il Foglio del 20 settembre (“Iri, no grazie”).
Tenta perché – come abbiamo visto – il suo Statuto permette una ampissima capacità di movimento sullo scacchiere delle partecipazioni aziendali e perché la Cdp “ha i soldi per potersi muovere”. Un sacco di soldi.

Al momento della trasformazione della Cdp in società per azioni, il Ministero dell’Economia conferì alla Cassa la totalità dei libretti di risparmio in essere (52 miliardi di euro) ed una parte dei buoni fruttiferi (25 miliardi di euro).
Nel corso dei due anni successivi – 2004 e 2005 – vi è stata una spettacolare crescita del risparmio postale, che ammontava a circa 99 miliardi al 31 dicembre 2004 ed ha raggiunto i 123 miliardi nel 2005 (con un aumento del 23,6% rispetto all’anno precedente, quindi).
L’aumento ha contribuito alla robusta crescita della liquidità (giunta a fine 2005 a più di 62 miliardi di euro, più 58,7% rispetto ai 39 miliardi del 2004) e, quindi, delle “dimensioni” della Cdp, il cui attivo patrimoniale è stato nel 2005 pari a 138 miliardi di euro (oltre all’aumento dei fondi provenienti dal risparmio ha contribuito all’aumento dell’attivo anche l’utile del 2004, seppure in misura minore).

La gran parte delle maggiori disponibilità è affluita nella liquidità (cassa e disponibilità presso le banche centrali). Solo una frazione contenuta è andata in crediti verso la clientela (passati da 52 a 57 miliardi) e – per il momento – in partecipazioni azionarie (da 12 a 13 miliardi, aumento dovuto principalmente all’acquisto nel corso del 2005 del 29,99% di Terna SpA, società attiva nel settore della trasmissione e dispacciamento dell’energia elettrica).

Enorme liquidità della Cassa e sufficiente “elasticità” statutaria rappresentano – come dimostra la proposta “indecente” fatta al presidente di Telecom dallo staff del presidente del Consiglio – una formidabile tentazione per qualsiasi policy-maker di centrodestra o di centrosinistra: poter far leva sul proprio ruolo di “azionista” della Cdp per fare politica industriale, intervenire nel mercato e acquisire partecipazioni nelle società che più interessano, per le finalità che più si desiderano (salvataggio di una grande impresa, tutela dell’occupazione, italianità di una società e giù nella scala della liceità) ed in base alla visione politica che più aggrada (da chi crede che il capitalismo sia malato a chi vuole soggetti forti che operino nella equivalente realtà europea). Il tutto al riparo dai vincoli europei sul deficit, dai quali la Cdp – società privata – è esclusa.
La tentazione è assolutamente bipartisan.

Per Tremonti, nel già citato articolo sul Corsera, il rischio dell’uso improprio di uno strumento non qualifica come improprio lo strumento in sé.
Il rischio, a differenza di quanto pensa Tremonti, è che invece ci troviamo di fronte ad un uso assolutamente proprio – per Statuto e per possibilità economiche – di uno strumento improprio per una seria economia di mercato.

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2 Comments

  1. dunque la flessibilità dello Statuto a garanzie del rigurgito statalista. Ma l’Ue non potrebbe qualificarla come istituto agente in frode alla normativa comunitaria in materia di libera concorrenza e decretarne lo scioglimento?

  2. Caro ControProDicente,
    la tua osservazione è sacrosanta e mi trova d’accordo. Il problema è che istituti simili alla Cdp sono la norma nell’Europa continentale, dalla Francia alla Germania…

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