“Arrivi a fine mese?”: una ipotesi di lavoro

di Antonio Mele

Una popolare campagna politica dei DS di qualche mese fa recitava proprio cosí. La campagna si basava su uno studio condotto da Bersani e altri sulle famiglie italiane, studio che rilevava la difficoltá delle famiglie meno abbienti a comprare beni di prima necessitá nell’ultima settimana del mese. Ricorderanno i nostri lettori anche campagne di stampa molto vivaci su questo fenomeno rilevato dallo studio, e dibattiti feroci sulla veridicitá dei dati presentati.

In realtá, l’Italia pareva soggetta ad un impoverimento che non era rispecchiato nei dati reali. Stiamo pur sempre parlando di un periodo in cui la disoccupazione era in diminuzione e il tasso di povertá relativa era costante salvo fluttuazioni congiunturali (si veda per esempio, “La povertà relativa in Italia nel 2004”, ISTAT, ottobre 2005). Per non parlare del tasso di povertá assoluta, in diminuzione anche esso. Un bel dilemma per gli economisti.
Qualche mese prima, il changeover lira-euro aveva creato un altro puzzle interessante per i ricercatori: quello della estrema differenza tra inflazione rilevata e inflazione percepita. Da un lato, le massaie inferocite da Voghera a Caltanisetta che sbraitavano contro le patate il cui prezzo era raddoppiato; dall’altro lato, l’ISTAT e alcuni economisti che difendevano le rilevazioni ufficiali. Ricorderete anche in quel caso campagne di stampa, interviste, telegiornali che andavano nei mercati ortofrutticoli a verificare.

Nel lavoro che segue, si cercherá di proporre una linea di ricerca sui due fenomeni sopra menzionati e sulle loro cause ed i loro effetti sull’economia. L’idea che suggeriamo é che tali puzzle sembrano scatenati da una percezione distorta della realtá che si tramuta poi in visione comune entro breve tempo, probabilmente veicolata dai mass media. Tale percezione comune acquista poi inerzia, diventando persistente e (questa sarebbe l’ipotesi di un successivo lavoro di approfondimento) causando effetti reali tramite il crollo dell’indice di fiducia dei consumatori. Attenzione, non stiamo suggerendo che la crisi italiana degli ultimi anni sia imputabile a questo fenomeno; peró riteniamo importante analizzare se e in che misura il changeover e la distorsione percettiva dell’inflazione abbiano contribuito all’evoluzione macroeconomica degli ultimi anni.

Innanzitutto, verifichiamo sui dati cosa e’ avvenuto. Ci baseremo su alcuni indicatori ampiamente utilizzati in analisi di questo tipo, sia per la povertá che per l’inflazione, e mostreremo la discrepanza tra misure rilevate e misure percepite dalla popolazione. Andremo poi ad analizzare il perché ci sia questa discrepanza.

Abbiamo detto che la povertá relativa risulta costante nei dati. Per quanto riguarda invece la povertá percepita, ci possiamo basare sulla rilevazione dell’ISAE di cui riportiamo vari grafici. La povertá soggettiva é la percentuale di persone che alla inchiesta condotta dall’ISAE indica la propria famiglia come povera (per i dettagli sull’indagine, rimandiamo al sito dell’ISAE).
Il primo grafico mostra come nel tempo la povertá percepita sia aumentata, in particolare circa un anno dopo il changeover. Ma bisogna anche notare la portata di tale fenomeno: attorno al marzo 2002, meno del 50% delle famiglie italiane si ritiene povero; attorno al settembre 2005, tale percentuale é superiore al 75%. Tutto ció con una povertá relativa costante nei dati ufficiali e la disoccupazione in calo!

Il prossimo grafico ci dá una idea del perché la gente si senta cosí povera. Si vede infatti la discrepanza tra reddito effettivo e reddito ritenuto necessario. Si puó notare come i due indicatori siano abbastanza in linea sino a circa settembre 2003, poi divaricandosi in maniera esagerata.

Una prima idea del perché ce la fornisce l’ISAE:
“[…]La povertà relativa [..] è definita tramite il confronto tra le risorse (redditi o consumi) di ogni individuo o famiglia e quelle “medie” dell’intera popolazione; […] [n]ella povertà soggettiva, viceversa, entrano in gioco anche aspetti non obiettivi, relativi all’inflazione percepita da ogni individuo (non solo quella effettiva), ed alle sue valutazioni riguardo a una “vita dignitosa”: l’ammontare di reddito ritenuto adeguato dipenderà, quindi, non solo dalle effettive necessità, ma anche dai desideri, dalle abitudini di spesa, dal bisogno di uniformarsi allo standard ed all’opinione corrente dell’ambiente sociale in cui si è inseriti.”
Si cita l’inflazione percepita, e su questo punto torneremo dopo. Concentriamoci ora su un altro motivo di discrepanza: i desideri. Nella seguente tabella, tratta da uno studio dell’ACRI presentato nella Giornata Mondiale del Risparmio, troviamo un dato interessante: anche nelle famiglie in cui il tenore di vita si é ridotto o comunque che hanno avuto difficoltá a mantenere lo stesso standard, le spese di telefonia risultano costanti o in crescita. Notiamo anche che una persona in difficoltá non riduce il consumo di elettronica e elettrodomestici. Sembrerebbe insomma che i vari gadget tecnologici quali cellulari di ultima generazione, tv al plasma, ipod et similia stiano pian piano entrando nell’abitudine di spesa del consumatore. É palese che in tal caso la percezione del reddito necessario lieviti. Chiaramente non abbiamo dati sufficienti per trarre conclusioni, ma parrebbe una buona direzione di indagine. L’aumento del credito al consumo nel medesimo periodo, tipico strumento di finanziamento per beni di consumo durevoli, ci porta a sospettare che siamo sulla strada giusta.

Se é lecito avanzare qualche dubbio sull’analisi svolta sopra, che comunque non vuole essere conclusiva, ma solo suggerire una ipotesi di ricerca, non si potrá negare che questi nuovi desiderata nel paniere del consumatore sono veicolati dai mass media. Non solo quelli tradizionali, ma anche internet, ovviamente e in special modo. Le novitá tecnologiche si susseguono ad un ritmo frenetico per cui un pc diventa obsoleto nel giro di 18 mesi, anche meno. La dilatazione dei desideri generata dalle innovazioni tecnologiche ha sicuramente molti vantaggi, peró per questo lavoro sottolineaiamo che ha probabilmente contribuito a creare una distorsione tra reddito percepito come necessario e reddito effettivo, che comporta appunto una percezione eccessiva della povertá. Probabilmente é un effetto transitorio, peró potrebbe essere una delle cause del pattern dei dati.

E veniamo ora all’inflazione percepita. Come giá sottolineato, i dati rilevano una inflazione bassa e piú o meno stabile, attorno al 2-3%, mentre la percezione comune spesso rivendicava il raddoppio dei prezzi. (1)
Un altro lavoro, di Del Giovane e Sabbatini (“L’introduzione dell’euro e la divergenza tra inflazione rilevata e percepita”, Banca d’Italia Temi di Discussione 532, 2004) ci dice che “[l]’aumento delle percezioni può essere in gran parte spiegato sia dal modo in cui esse si formano, più influenzato dalle variazioni di prezzo positive e di maggiore ampiezza e da quelle osservate più spesso, sia dall’andamento dei prezzi effettivamente registrato in coincidenza o successivamente al changeover, caratterizzato da una proporzione più elevata di quotazioni variate, da incrementi più forti per i prodotti acquistati più frequentemente e da rincari eccezionali di specifici prodotti.”
Gli autori infatti producono una tabella (che il lettore interessato puó trovare nel paper indicato) con i rincari maggiori per beni inseriti nel paniere ISTAT, che casualmente coinvolgono prodotti di maggior uso, per esempio pomodori, patate e cipolle.
Ma andiamo avanti: “Appare inoltre rilevante il legame reciproco tra le percezioni sull’inflazione e l’eccezionale attenzione rivolta al fenomeno dai mezzi di informazione, di gran lunga superiore a quella riscontrata in passato durante fasi di tensioni sui prezzi. “
Gli autori producono quindi una interessante analisi dell’impatto delle notizie di inflazione sulla inflazione percepita. Come si puó peró misurare l’impatto dei media sull’inflazione, senza una misura di tale impatto? Gli autori seguono una metodologia giá utilizzata spesso negli USA per simili scopi, sia per l’analisi dell’effetto delle news sull’inflazione, sia per l’analisi delle notizie recessive sul clima di fiducia dei consumatori (si veda per esempio questo paper): si raccolgono gli articoli di quotidiani nazionali e le notizie dei telegiornali serali che trattano di inflazione (o recessione, a seconda dell’obiettivo dell’indagine; per i dettagli invito il lettore a consultare il testo originale). Si contano letteralmente quanti articoli parlano dell’argomento, e si usa tale dato per analisi piú elaborate. Per il lavoro in questione, purtroppo, gli autori utilizzano solo i dati di Sole 24 Ore e La Stampa, non disponendo di dati televisivi (probabilmente piú indicativi) né di altri giornali. Il risultato sono questi due grafici:

Sole 24 ore

La Stampa

Si puó notare una esplosione del numero di articoli che parlano di inflazione piú o meno in corrispondenza del periodo di changeover.
Il lettore attento potrebbe obiettare che il campione di giornali non é rappresentativo e che i telegiornali, primaria fonte di informazione per l’uomo della strada, sono esclusi dal campionamento. In realtá questa sembra un’obiezione che va in senso contrario: i telegiornali hanno probabilmente enfatizzato ancora di piú la percezione inflattiva, rispetto ad un giornale economico serio come Il Sole 24 Ore.
Sarebbe interessante estendere il campione e ripetere l’analisi anche per gli articoli contenenti riferimenti a recessione, stagnazione e simili. In particolare sarebbe interessante analizzare l’effetto di tali news sull’indice di fiducia dei consumatori e dei produttori. Non avendo i dati grezzi, e non volendo essere questo un articolo scientifico ma solo divulgativo, ci limitiamo a fare una cosa piú semplice e molto casereccia: visto che le news hanno un effetto sull’inflazione percepita, andiamo a cercare una relazione tra indice di fiducia dei consumatori e inflazione percepita. Questa relazione non é ovviamente conclusiva, ma ci fornisce un’idea della sensatezza della nostra ipotesi di lavoro. Nel grafico seguente potete notare l’indice di fiducia dei consumatori (rilevato dall’ISAE, per dettagli http://www.isae.it) posto in relazione con due misure di livello dei prezzi percepito, fornite dalla Unione Europea (Business and Consumer Survey)
É particolarmente rilevante notare la forte correlazione tra le due misure, specialmente tra indice di fiducia e livello dei prezzi percepito degli ultimi dodici mesi:

a partire da Dec 99 -0,630
a partire da jan 85 -0,305
tra gen 2001 – dic 2003 -0,892
tra gen 2002 – dic 2002 -0,953

Chiaramente si tratta solo di una correlazione, ma come punto di partenza per una analisi piú approfondita non é male.

Notiamo anche un’altra cosa: nel grafico seguente é visibile la serie dell’indice di fiducia dei consumatori dal 1982 a settembre 2006. Come si puó notare, l’indice di fiducia nel 2004 é a livelli toccati solo nella crisi del 1992.

Ora chiediamoci: é possibile che la percezione dei consumatori sia cosí disastrosa, quando i fondamentali dell’economia sono ben diversi? Nel 1992 ci fu una recessione molto forte, l’inflazione era elevata, furono prese misure urgenti e drastiche per sanare la finanza pubblica, e la disoccupazione viaggiava a due cifre. Nel 2004 eravamo in crescita (bassa, ma pur sempre positiva), l’inflazione era del 2%, la spesa pubblica era in aumento e la pressione fiscale costante, mentre la disoccupazione raggiungeva i minimi dagli anni 70. Non solo, ma ricordiamoci che negli anni recenti, grazie ai tassi di interesse molto bassi, molte famiglie hanno stipulato un mutuo per comprare una abitazione di proprietá. C’é evidentemente qualcosa che non quadra.
L’analisi casereccia che stiamo portando avanti suggerisce la seguente cosa: le news negative sull’inflazione (e probabilmente anche sulla stagnazione economica, ma non abbiamo dati e perció di questo taciamo) influenzano l’inflazione percepita e il clima di fiducia dei consumatori (data la correlazione forte rilevata sopra tra inflazione percepita e indice), generando forse degli effetti reali sulla economia.
I nostri autori suggeriscono anche un’altra causa delle differenze di percezione d’inflazione rispetto all’inflazione ufficiale:
“[…] la percezione di una forte perdita di potere d’acquisto, in particolare da parte delle famiglie meno abbienti, sembra da mettere in relazione con fenomeni economici non direttamente riferibili all’inflazione ma da essa difficilmente distinguibili nell’esperienza delle famiglie, quali l’evoluzione dei redditi e l’andamento dei prezzi delle abitazioni…”
I dati non sembrano peró dare molto peso a queste variabili . La seguente tabella mostra il reddito per condizione del capofamiglia. Possiamo notare che in ogni caso il reddito procapite della famiglia ha una crescita reale, anche se minima.

Benché il periodo considerato nella tabella sia ridotto, e’ comunque indicativo.
In sintesi, sembra che la componente mass media abbia un effetto preponderante. E come abbiamo visto, poiché la stessa inflazione percepita influisce sulla povertá percepita, l’effetto é a cascata, trascinando riflette anche sull’indice di fiducia dei consumatori. Come giá sottolineato, sarebbe interessante integrare questa analisi esplorativa con dei dati sul credito al consumo, ma non ne disponiamo.
D’altronde, l’indice di fiducia ISAE é il miglior leading indicator per l’economia italiana, ovvero é la variabile che anticipa meglio i movimenti reali dell’economia, in particolare del PIL: un indice elevato fa presagire una crescita sostenuta dell’economia nel trimestre successivo, un indice basso una stagnazione o addirittura una recessione.
Chiaramente siamo nel campo delle riflessioni e delle ipotesi di ricerca, ma da questa prima analisi dell’evidenza questa linea di indagine non sembra del tutto assurda.

(1) Un lavoro interessante a questo proposito é quello di Angelini e Lippi, della Banca d’Italia ( “Did inflation really soar after the euro cash changeover? Indirect evidence from ATM withdrawals”, Temi di Discussione Banca d’Italia, n. 581, 2004), che hanno analizzato l’evidenza dei dati bancomat per verificare l’effetto inflazionistico del changeover. Intuitivamente, se l’inflazione é maggiore di quella rilevata dall’ISTAT, ci dovrebbe essere un riscontro nel maggior utilizzo dei bancomat (in termini sia di numero di prelievi che di quantitá di denaro prelevato), in quanto é necessario avere con sé piú contante. L’analisi dei bancomat non rileva nessuna anomalia: l’inflazione é erroneamente percepita piú alta del reale.

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One Reply to ““Arrivi a fine mese?”: una ipotesi di lavoro”

  1. la mia impressione: il cittadino/consumatore italiano ha traslato, nell’erronea percezione circa il costo della vita, un’insicurezza ed una sfiducia più profonda e strategica nei confronti del paese.

    Forse per la prima volta è affiorata quella consapevolezza sulle debolezze strutturali dell’Italia non avvertite nemmeno in periodi più critici (come il 92).

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