La guerra in Iraq e gli effetti sul terrorismo

di Mauro Gilli

Il New York Times, qualche giorno fa, ha reso note le conclusioni di un rapporto interno dell’intelligence americana (che sarà accessibile a ridosso delle elezioni di metà legislatura, a novembre) secondo le quali la guerra in Iraq, invece di ridurre la minaccia terroristica, non avrebbe fatto altro che aumentarla.

Molti commentatori hanno trovato in queste parole una conferma delle loro analisi, e si sono lanciati in un orgoglioso “io l’avevo detto”: Guido Olimpo, per esempio, sul Corriere della Sera (25 settembre), non ha mancato di puntualizzare che “certamente il qaedismo ha origini lontane (primo attacco nel 1993), ma non vi è dubbio che la guerra irachena è diventata un formidabile carburante.” Per Filippo Andreatta, invece, “la guerra in Iraq […] ha fornito un catalizzatore ideologico al fondamentalismo” (Corriere, 26 settembre).

Prima di poter dare ogni tipo di giudizio sulle conclusioni di questo rapporto, sarebbe opportuno prenderne visione. Anche perchè, stando al New York Times, esso sembra contenere informazioni su una molteplicità di aspetti (n particolare, sembra dedicare molta attenzione a quelli relativi alla guerriglia e, più in generale, al warfare). Dall’altra parte, le immediate reazioni a queste conclusioni permettono alcune considerazioni a margine.

Il nesso causale tra guerra in Iraq e terrorismo islamico è diventato, nel corso degli ultimi anni, uno slogan molto diffuso sia nell’opinione pubblica che nella carta stampata, affermandosi come una verità assoluta. Il fatto che venga riproposto nuovamente, dunque, non aggiunge nulla di nuovo al dibattito. Purtroppo, però, nonostante il suo successo, questa spiegazione del terrorismo è tanto imprecisa quanto generica.

E’ innegabile che la questione irachena sia diventata un facile strumento di propaganda in molti Paesi islamici, andando a rinforzare quel senso di vittimismo diffuso e profondo che si annida tra i musulmani (arabi in particolare). Ciò, però, non permette di tracciare alcun collegamento diretto tra la guerra e la diffusione del terrorismo.
Infatti, non si può ignorare come, senza il bisogno di una guerra, negli ultimi anni, nel mondo musulmano siano stati usati molti pretesti (si veda il caso delle parole del Papa Benedetto XVI; o quello delle vignette di Maometto) e soprattutto molte falsità (la famosa “strage di Jenin” nei territori occupati palestinesi, nel 2002; il sempre presente complotto ebraico; ecc.) per rinvigorare il sentimento di odio verso l’Occidente .

Inoltre, se si considera il caso specifico del terrorismo suicida, l’accettazione di questo nesso di causalità significa un ritorno alle analisi sociologiche di inizio Novecento. E’ credibile che una persona normale, con una vita normale, si faccia saltare in aria per per via di una guerra in un Paese nel quale magari non ha mai neanche soggiornato?

Se ciò fosse vero, analogamente, in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001, si sarebbe dovuto registrare un aumento dei reclutamenti negli eserciti europei. Cosa che non sembra essersi verificata.

Cosa qui si vuole contestare non è l’idea che la guerra in Iraq possa aver portato alcuni soggetti sulla strada del terrorismo, ma il tentativo di dedurre una legge generale, se non addirittura una teoria sociologia: la spiegazione secondo la quale la guerra in Iraq avrebbe aumentato la minaccia terroristica non riesce infatti a fornire alcuna giustifazione al fatto che la maggioranza dei musulmani rimanga estranea a questo fenomeno.

Così come per le tesi che individuano nella povertà, nella fame e nella mancanza di democrazia le cause originarie del terrorismo, anche questa si scontra con una verità oggettiva: la mente umana non si limita ad uno “stimolo-risposta”. Essa è molto più complessa.

Individuare in un singolo fattore (per quanto importante) il determinante di un fenomeno sociale può essere utile nel mercato delle informazioni, ma non può certo avanzare alcuna pretesa di rigore e scientificità. Prima della pubblicazione di questo rapporto, quindi, ogni considerazione può risultare azzardata. Specialmente se prova a rintracciare rapporti causali difficilmente dimostrabili, senza nemmeno portare alcun elemento a loro sostegno.

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6 Replies to “La guerra in Iraq e gli effetti sul terrorismo”

  1. Mi trovo abbastanza d’accordo con la tua analisi, caro M.

    Però sono molto tentato dal ribaltare la frittata.

    una delle ragioni che ha portato gli US ad invadere l’Iraq è stata proprio quella della lotta al terrorismo.

    Quanto il regime di Saddam poteva effettivamente essere considerato come causa (fonte) o concausa del terrorismo?

    Forse veramente la guerra all’Iraq non c’entra con il terrorismo. non c’entrano

  2. L’hai detto tu stesso: “E’ innegabile che la questione irachena sia diventata un facile strumento di propaganda in molti Paesi islamici”. In questo senso essa è andata a costituire uno delle miriadi di fattori che contribuiscono a far di uomo un terrorista. Concedo: probabilmente si tratta di pretesti che poco incidono su una volontà omicida.

    Mi collego però a quanto diceva Kerub. Si è andati in Iraq avanzando ragioni che già in un primo momento sembravano tutt’altro che certe… però a quel punto si è scoperchiato il vaso di Pandora.

    L’Iraq poco c’entrava col terrorismo internazionale al tempo di Saddam e poco c’entra ancora, probabilmente. Ma se pensi all’incremento del terrorismo interno nell’Iraq stesso, con decine di attentati ogni settimana…

  3. L’equiparazione terrorismo – guerra in Iraq è permeata di un flusso ideologico e alimentata dal “mercato delle informazioni”, come sottolineava m . REALISTICAMENTE parlando la guerra in Iraq può aver prodotto risentimenti e odio nel mondo musulmano. La tesi però è limitata dal fatto che l’Iraq, come sappiamo non è uno stato Islamico nel senso alto del termine, e che quindi una reazione spropositata in Medio Oriente può essere solo dovuta alle parole,mai nascoste purtroppo, dei “predicatori d’odio”. Di quelli però siamo pieni qui,in Iraq e in tutto il resto del mondo.

  4. Dubito fortemente che il NIE, in sostanza, dica quanto riportato dal New York Times.
    A parte ciò pensare che l’Iraq abbia aumentato il pericolo e la minaccia terroristica (perchè dire che è “aumentato il terrorismo” non ha senso) è totalmente errato e privo di qualunque aggangio con la realtà storica del fondamentalismo islamico. Anzi, mi spingo anche oltre. La vicenda iraqena, per inciso gestista malissimo dall’intera Amministrazione USA, ha assestato un notevole colpo ad Al Qaeda, soprattutto alla fazione “internazionalista” di questa organizzazione, la quale non è riuscita ad inserirsi mai veramente nella dinamica politica iraqena, ha perso presto (se mai l’ha avuto) il supporto della popolazione (la fine di Zarqawi ne è un ottimo indicatore) ed ha visto l’eliminazione a decine dei suoi migliori operativi.

  5. Nella parte declassificata del NIE si legge la condivisibile osservazione che:
    “Should jihadists leaving Iraq perceive themselves, and be perceived, to have failed, we judge fewer fighters will be inspired to carry on the fight.”
    E ciò – per usare un modo di dire molto poco animalista – mi pare tagli la testa al toro.
    Giuste o sbagliate che siano state la decisione di intervenire in Iraq e la gestione del conflitto, il fronte iracheno non può essere lasciato sguarnito e deve anzi essere rafforzato.
    Il ritiro auspicato dall’intelligentsia di entrambe le sponde dell’Atlantico consentirebbe al jihadismo di vantare una significativa vittoria contro il “grande Satana” e di accrescere, conseguentemente, le sue capacità di reclutamento.
    Il recente trionfalismo di Hezbollah e quello di Hamas in occasione del ritiro israeliano da Gaza dimostrano che le organizzazioni terroristiche eccellono nel marketing.

  6. Non so se questo e’ il posto per commentare il video di Ronald Steele che avete messo sulla colonna sinistra. Devo dire che non mi ha impresso molto. Con fare pacato e supponente ha espresso vari giudizi storici di parte che mi sembra potrebbero benissimo essere contraddetti (es: il concetto di ‘self-determination’ come concetto che contraddice il multiculturalismo USA. Ma dove mettiamo la rivoluzione del 1776, non era forse anche quello un esempio di self-determination). L’impressione poi e’ che critica critica critica ma proposte poche, a parte che bisogna discutere di piu’ (sembra di sentire Prodi). Infine, le previsioni che fa (intervista del Marzo 2004) lasciano alquanto perplessi: 1. Bush si ritirera’ dal’Iraq prima di Novembre, 2. I fanatici islamici non attaccherebbero mai la Danimarca e i danesi.
    Ciao.

    Calca.

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