Elezioni e riforme in Svezia

di Andrea Asoni

La Svezia è, non a torto, considerata uno dei paesi più socialisti d’Europa. Il governo preleva poco più del 50% della ricchezza nazionale sotto forma di tasse (si consideri che lo stesso dato in Italia è intorno al 42% e negli Stati Uniti intorno al 25%). L’aliquota marginale sul reddito personale più alta è di circa il 57%  (in Italia è al 43%), l’IVA è al 25% (20% da noi) [dati OECD].

Dal 1932 il partito socialdemocratico è il partito di maggioranza relativa. In due tornate elettorali ha raggiunto da solo la maggioranza assoluta dei voti e, in coalizione, con altri partiti di sinistra ha perso le elezioni solamente tre volte in 74 anni. Anche nell’ultimo confronto elettorale, nonostante abbiano perso, i socialdemocratici hanno raggiunto la maggioranza relativa in Parlamento con circa il 35% dei voti. Hanno distanziato così di ben nove punti percentuali il secondo partito, quello dei Moderati, che esprime l’attuale premier Reinfeld.

La forte dominazione del partito socialdemocratico e il ruolo importante che lo Stato ricopre in economia non devono dare l’impressione che la cultura politica di questo paese sia soprattutto socialista. La destra svedese rientra a pieno titolo nella famiglia delle destre anglosassoni caratterizzate da una visione fortemente individualistica della società e solidamente basate su valori conservatori. Al centro della visione politica moderata vi è la società civile piuttosto che la burocrazia pubblica, il “limited government” e la libera impresa. Fino alla svolta del 2002, quando l’attuale leader dei Moderati cambiò nettamente il volto del suo partito e della coalizione, la destra era caratterizzata da una posizione che molti non esiterebbero a definire liberista, di aperta critica al Welfare State e con un programma di liberalizzazioni e tagli alle tasse rilevanti. Il partito socialdemocratico aveva buon gioco a presentare questa destra come nemica degli svedesi e ad annunciare che in caso di vittoria alle elezioni della coalizione avversaria, la Svezia avrebbe visto aumentare la povertà, diminuire i salari e smantellate le reti sociali che garantivano il benessere dei suoi cittadini.

Dal 2002 ad oggi, il partito dei Moderati, il più grande della coalizione di destra che si appresta a governare, ha cambiato volto. Sempre portatore di una ideologia liberale di cui si parlerà in seguito, ha compiuto alcuni passi verso il centro dello schieramento politico sia frutto di un cambiamento di strategia politica, sia di uno spostamente dell’asse del partito stesso. Anzitutto ha cambiato il proprio nome da “Partito della Destra” in “Partito dei Moderati” ed invece di porsi in aperto contrasto con il sistema di Welfare svedese, ha proposto importanti riforme volte a risolvere la piaga della disoccupazione, riducendo i disoccupati che non cercano lavoro (in seguito si chiarirà questo concetto) e incentivando le imprese ad assumere più facilmente.
Ha presentato un piano di riduzione del carico fiscale da finanziarsi non attraverso lo smantellamento dello Stato sociale ma attraverso la riduzione di alcune spese inutili. Nel perseguire questa strategia Reinfeld è stato molto abile a presentarsi come un riformatore della macchina burocratica svedese piuttosto che come il distruttore delle reti sociali così care agli svedesi.
In questo è stato aiutato dall’ex Primo Ministro e leader dei socialdemocratici, Goran Persson, che ha condotto una campagna elettorale aggressiva, basata su una forte retorica di difesa dello Stato Sociale, risultata inefficace nei confronti di un avversario che non si dichiarava nemico del Welfare. Quello che Reinfeld prometteva erano una serie di riforme che senza toccare i diritti acquisiti dai lavoratori e dai cittadini, avrebbero mirato al cuore degli attuali problemi dell’economia scandinava.

Il programma elettorale e di governo della coalizione di destra è basato su quattro misure fondamentali: riduzione delle aliquote sul reddito personale per i poveri e la classe media, riduzione delle tasse a carico dei datori di lavoro, riduzione delle tasse per il settore dei servizi. A questa riduzione del carico fiscale si affianca la riforma dei benefici previsti per i disoccupati (unemployment benefits). Attualmente in Svezia gli unemployment benefits sono molto alti e praticamente vitalizi. Tale sistema tende ad allontanare gli individui dal mondo del lavoro, a ridurre al minimo gli incentivi alla partecipazione al processo produttivo.
La proposta non prevede un taglio netto dei benefici ma il mantenimento dell’attuale livello per un certo periodo di tempo (si parla di duecento giorni, che diventano quattrocento se si ha famiglia) e poi diminuirli gradualmente fino ad una soglia successiva con la quale scatta il “lavoro garantito”: da quel momento il disoccupato non potrà rifiutare nessun lavoro che gli venisse offerto a meno di non  perdere ogni diritti ai trasferimenti pubblici.

Le misure previste dal nuovo governo agiscono sia sul lato dell’offerta di lavoro, con la diminuzione delle aliquote sui redditi da lavoro e il taglio degli unemployment benefits, sia sulla domanda di lavoro, attraverso il taglio delle tasse pagate dai datori di lavoro in tutti i settori e in particolare in quello dei servizi. Il risultato è quello di spingere più persone verso il mondo del lavoro e di incentivare le imprese ad assumere di più.
La  “Alleanza per la Svezia” formata dai Moderati, dai Liberali, dai Cristiano-democratici e dai Centristi (al 26% i primi e tra il 6% e il 8% gli altri) ha deciso di porre al centro della loro politica la questione del lavoro percepito come il piu’ grave per l’economia svedese insieme al declino dell’economia nel suo complesso.

Nei primi anni ’90 una crisi economica paragonabile a quella che l’Italia ha affrontato nello stesso periodo, ha fatto crollare le ore lavorate di circa il 15% e da tale basso livello la Svezia non si è più ripresa come si vede dal seguente grafico.

Ore lavorate

[Fonte: calcoli dell’autore su dati del Servizio Statistico Svedese e Census per gli USA. Si ringrazia Tino Sanandaji autore del report che ha ispirato questa analisi

La linea più  chiara rappresenta le ore lavorate in media settimanalmente in Svezia mentre quella più scura lo stesso dato per gli USA. Il paese scandinavo traccia fedelmente l’andamento delle ore lavorate americane fino alla crisi del 1990-1991 quando crollano ad un livello molto inferiore per non risalire più. Il grafico sotto invece tratto dal Report sull’Economia svedese pubblicato qualche settimana prima delle elezioni, indica il relativo declino della Svezia rispetto agli altri paesi dell’OECD.

 

GDP

[Fonte: Economist]

Il relativo declino e la riduzione delle ore lavorate sono due tra i problemi principali del paese. Mentre il declino del paese scandinavo pare partire da lontano, la riduzione delle ore lavorate è un fenomeno più recente causato soprattutto dell’aumento della disoccupazione. I dati ufficiali riferiscono di una percentuale di disoccupati intorno al 5% ma altri calcoli la danno a cifre ben superiori, intorno al 17%-20%. Tale discrepanza è data dal fatto che nelle statistiche ufficiali non vengono considerati “disoccupati” coloro che percepiscono una qualche forma di assistenza sociale oppure coloro che pur essendo disoccupati fanno parte dei programmi governativi di formazione. Vi sono poi coloro che pur essendo disoccupati vengono inseriti nella categoria dei pre-pensionati. Se aggiungiamo anche parte di coloro che si dichiarano malati ma che di fatto malati non sono, arriviamo ad una figura intorno al 20% [analisi più completa al seguente link].

Quello della malattia è un problema particolare in Svezia che descriviamo a titolo esemplificativo delle distorsioni introdotte nel sistema lavorativo da leggi poco oculate.  In Svezia il datore di lavoro non ha alcun diritto di verificare la “malattia” dei suoi impiegati. E’ sufficiente dichiararsi malati per non presentarsi al lavoro. Ovviamente il risultato è che in media 14% dei lavoratori si trova a casa per malattia; ogni lavoratore infatti si prende all’incirca 30 giorni di malattia all’anno! Vi sono poi episodi emblematici per cui durante le partite della nazionale di calcio il picco di lavoratori malati assume proporzioni quasi ridicole.

Il programma dell’Alleanza copre molti altri campi. E’ prevista la privatizzazione di numerose aziende pubbliche, tra cui la Absolut Vodka (che si prevede di vendere ad  un prezzo pari a 30 miliardi di dollari); si prepara un inasprimento delle leggi contro il crimine, in crescita esponenziale in Svezia negli anni ’90. Ad oggi la Svezia ha un numero annuale di stupri più alto dell’intera città di New York, nonostante New York ospiti più persone dell’intera Svezia. L’Alleanza inoltre vorrebbe migliorare l’efficacia delle scuole, soprattutto di quelle primarie, correggendo alcune riforme introdotte dal precedente governo che eliminavano, ad esempio, i voti (il Partito Comunista aveva proposto persino di eliminare i compiti a casa, per evitare ogni tipo di discriminazione). Pur non volendo intaccare l’importanza dei programmi sanitari e di educazione pubblici, il governo intende aprire tali settori ad una maggiore concorrenza, sia tra enti pubblici che tra enti pubblici e privati.
Un’altra misura prevista nel programma è l’eliminazione della “tassa sulle proprietà”, una misura particolarmente invisa agli svedesi. Un’aliquota dell’1.5% viene infatti applicata al valore netto della ricchezza posseduta da ogni individuo. Questo si traduce di norma in una doppia tassazione, tripla in alcuni casi, degli asset finanziari e immobiliari detenuti da ognuno.

Quello che la destra guidata da Reinfeld ha capito è che gli svedesi non vogliono riforme radicali del sistema di Welfare. Vorrebbero correggerne gli aspetti più grotteschi, come il problema della “malattia”, la totale inefficienza del sistema sanitario (la Svezia e’ uno tra i paesi con le liste di attesa più lunghe per le più banali operazioni), limitare alcuni eccessi ideologici come quelli delle scuole e risolvere il problema della disoccupazione e del sistema di protezione sociale che ha creato una “divisione sociale” tra quelli che lavorano e quelli che percepiscono i trasferimenti dello Stato. La popolazione svedese è cosciente del fatto che le alte tasse pagate invece di finanziare un efficiente sistema di protezione sociale hanno creato enormi distorsioni nelle decisioni degli individui e un sistema di premio per la pigrizia o la mancanza di serietà sul lavoro. Hanno affidato all’Alleanza per la Svezia il compito di cambiare lo stato delle cose, riducendo il carico fiscale e modificando il sistema degli incentivi senza però smantellare il sistema delle reti sociali che hanno volute costruire venutosi a formare dagli anni ’60 in poi.

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4 Comments

  1. insomma, abbiamo trovato delle risposte a questa prevedibile debacle socialdemocratica e nuovi spunti per coloro che stanno dibattendo(si) sul futuro del socialismo…
    bravo ispirati, l’aria di questo posto ti fa bene 😛

  2. Un articolo documentato, rigoroso, assolutamente interessante. Complimenti per lo stesso e per l’intero progetto :). Una eccellente dimostrazione di come il bloggin può diventare vero e proprio giornalismo, e di buona qualità!

    //Kaelidan

  3. Ciao a tutti e complimenti per la nuova iniziativa: ci rincontriamo!

    Il post mi piace anche se alla fine mi sarei aspettato qualche pensiero più personale.

    Penso che la Svezia possa ancora mantenere a stento uno stato sociale così imponente per il semplice fatto che sono “quattro gatti”. Affrontare una sfida come quella che sta affrontando la destra svedese con argomenti e proposte che potrebbero essere difficilmente digeribili da quelle parti, non è una cosa da poco. Questo dimostra che hanno coraggio e fiducia nelle loro idee. Il coraggio che manca alla gran parte della destra italiana e soprattutto a quella francese. Chirac sullo stato sociale potrebbe fare concorrenza a Marco Ferrando.

  4. Negli U.S.A. il carico fiscale è pari solamente al 25%? E’ vero che il sistema sanitario nazionale italiano rappresenta la fonte di maggior spesa o quasi per lo stato (insieme alle pensioni) ma è possibile che ciò venga alimentato con ben il 20% circa del reddito procapite (la differenza tra l’aliquota media italiana e quella U.S.A.)?
    Qualcuno sa indicarmi delle fonti per approfondire il discorso?

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