La ripresa c’è ma l’Italia perde l’attimo, intossicata dalle promesse elettorali

Dopo il 4 marzo sarà inevitabile il ritorno alla realtà ma intanto perdiamo ogni credibilità come interlocutori in Europa

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Le minute della riunione della Banca centrale europea dello scorso 14 dicembre, pubblicate giovedì scorso, mostrano un evidente cambio di tono e di orientamento nella lettura della situazione congiunturale.

Ad esempio, non si parla praticamente più di “ripresa” bensì di “continua, robusta e vieppiù autosostenuta espansione”, mentre le previsioni sulla crescita  sono state riviste al rialzo e portate al 2,4% per il 2017 e al 2,3% per quest’anno, il valore massimo dalla nascita dell’istituto di emissione dell’eurozona. L’inflazione, prevista a 1,7%, dovrebbe posizionarsi appena sotto il target del 2% nel 2020, ma c’è fiducia che la crescita possa condurre prima al ritorno di pressioni sui prezzi da domanda e non da costi, visto che l’output gap, cioè la distanza del sistema economico dal suo potenziale di pieno impiego, appare sostanzialmente chiuso.

I mercati restano molto attenti a cogliere anche il minimo segnale di normalizzazione globale della politica monetaria, pronti a vendere i titoli obbligazionari e rialzare i rendimenti. Da questo mese e sino al prossimo settembre la Bce acquisterà solo 30 miliardi di obbligazioni al mese, mentre i mercati scontano il primo rialzo dei tassi ufficiali, oggi negativi per lo 0,4%, solo a metà del 2019. In questo contesto, caratterizzato da una confortante ripresa (anche nel nostro paese), l’Italia si avvia alle elezioni di marzo in una fantasmagoria di costosissime promesse elettorali, oltre che di classica narrativa che vede nelle istituzioni europee il nemico da combattere.

Alcuni esponenti politici perseverano in quelle che appaiono ormai autentiche farneticazioni, come quella secondo cui il nostro paese sarebbe vittima di una fantomatica “austerità”, o che senza lo sforamento della soglia del 3% di deficit-Pil non sarà possibile ridurre il debito.

Detto in altri termini, mentre tutti i paesi europei hanno l’occasione del decennio per sfruttare la crescita riducendo deficit e debito, e in molti la stanno effettivamente cogliendo, i leader politici italiani invocano a squarciagola una demenziale politica fiscale pro-ciclica, che causerebbe l’immediato aumento del premio al rischio paese, riportandoci rapidamente ai “fasti” del funesto 2011. Da fantasiose doppie circolazioni monetarie a immaginari momenti di debolezza franco-tedesca da sfruttare per ottenere di poter fare più debito, l’intero caravanserraglio della dichiarazia italiana svetta in Europa in un vero e proprio baccanale di promesse di risorse fiscali che non esistono.

Dopo il 4 marzo, anche ipotizzando per assurdo una coalizione stabile, coesa ed autosufficiente, gli unici esiti possibili saranno quello del ritorno alla realtà, con annesso immancabile rosario di recriminazioni e vittimistica ricerca di un complotto esterno, oppure quello che ci vedrebbe imboccare la strada dell’autodistruzione.

Comunque vada, con questa politica l’Italia sta confermando ed aggravando, se possibile, la propria delegittimazione come interlocutore in Europa.

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