La Fed normalizza la politica monetaria, ma l’inflazione continua a latitare

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La Federal Reserve ha comunicato che da ottobre inizierà il processo di progressivo decumulo dei titoli acquistati durante la crisi e che ne hanno quadruplicato il bilancio, portandolo a 4.500 miliardi di dollari. Inoltre, i membri della banca centrale statunitense non escludono entro fine anno un ulteriore rialzo dei tassi ufficiali, anche se l’inflazione continua a non rappresentare un pericolo, visto che le previsioni aggiornate hanno addirittura spostato al 2019 il raggiungimento dell’obiettivo del 2% nella componente al netto di alimentari ed energia.

Quello della mancanza sostanziale di pressioni al rialzo sui prezzi resta un enigma, anche considerando che il tasso di disoccupazione resta prossimo ai minimi storici. Per gli economisti la curva di Phillips, che esprime la relazione tra disoccupazione ed inflazione, si è fortemente appiattita nel senso che riduzioni sostanziali della disoccupazione non paiono generare inflazione ma Janet Yellen ed i suoi colleghi restano preoccupati: il rialzo dei prezzi potrebbe manifestarsi in modo repentino, cogliendo di sorpresa la banca centrale.

Mercati ed analisti si interrogano su questa fase di prezzi freddi. Le spiegazioni restano quelle proposte da tempo: la crescita del commercio online, che schiaccia i prezzi; l’indebolimento della rappresentanza sindacale, che impedisce di scaldare i salari; catene di fornitura globalizzate che di fatto ampliano a livello sovranazionale la dimensione del mercato del lavoro disponibile per le aziende. Alcuni analisti segnalano tuttavia che sui mercati si sta affermando una progressiva concentrazione che aumenta il potere di fissazione di prezzi per le maggiori aziende; inoltre il commercio online non dovrebbe essere decisivo, poiché rappresenta ancora una quota molto contenuta di quello totale (8% secondo Goldman Sachs).

Come che sia, questo enigma rischia di causare errori di policy se la Fed stringerà troppo, inducendo un rialzo dei tassi reali non giustificato dall’attuale fase di crescita. La banca centrale statunitense ha ormai incorporato nella sua funzione di reazione la stabilità finanziaria, cioè la prevenzione di bolle ed anche questo pare giustificare, almeno a livello teorico, la progressiva rimozione dello stimolo monetario. Questo quadro di elevata incertezza è ulteriormente complicato da un evento rarissimo: a febbraio, alla scadenza del mandato di Yellen,

Donald Trump sarà nella condizione di nominare ben cinque dei sette membri della Fed. Una potenziale mutazione genetica, che potrebbe improntare per molti anni a venire politica monetaria e regolazione finanziaria statunitensi alla visione del presidente. Che non dimentica, da immobiliarista grande debitore, che un basso costo del denaro resta una potente leva di consenso, anche se rischia di trasformarsi in un boomerang per l’economia. Prosegue quindi la navigazione a vista di mercati dove ai massimi storici, oltre alle quotazioni, c’è l’incertezza.

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