Benessere equo e sostenibile, l’indice che prova a nascondere la crescita zero

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La legge 163/2016 di riforma del bilancio dello Stato ha introdotto gli indicatori di benessere equo e sostenibile (BES) nel ciclo della programmazione economica e di bilancio. La funzione di tali indicatori dovrebbe essere quella di impegnare il governo a guardare oltre la stima “bruta” del Pil e delle sue variazioni, considerando le “dimensioni del benessere”. Questa innovazione, per il modo in cui viene presentata da più parti, politiche e sociali, appare il prodotto di spinte anti mercato, quando non più propriamente anticapitaliste, che spesso invocano in modo strumentale i presunti “padri nobili” del concetto di benessere equo e sostenibile.

Come Bob Kennedy ed il suo celebre discorso del 18 marzo 1968 all’Università del Kansas, in cui il giovane senatore criticò il Pil “che misura anche i lucchetti che mettiamo alle nostre abitazioni e le prigioni per chi li forza”, o “le ambulanze che ripuliscono le autostrade dalle carneficine”, o le tipiche esternalità negative (che tuttavia possono essere prezzate e contrastate proprio attribuendo loro un prezzo), quali sigarette ed inquinamento. A mezzo secolo di distanza, l’Italia ha deciso di seguire queste nobili orme istituendo presso l’Istat il “Comitato per gli indicatori di benessere equo e sostenibile”, presieduto dal Ministro dell’Economia e composto dal Presidente dell’Istat, dal Governatore della Banca d’Italia e da “due esperti della materia di comprovata esperienza scientifica”, con il compito di definire tali indicatori e raccordarli alle decisioni di bilancio.

La scelta delle misure non si presenta semplice ma per iniziare a partire col monitoraggio se ne sono identificate quattro: il reddito medio disponibile aggiustato (cioè depurato dall’inflazione) pro capite, l’indice di disuguaglianza del reddito disponibile, definito come il rapporto tra il reddito equivalente totale ricevuto dal 20% della popolazione con il più alto reddito e quello ricevuto dal 20% col più basso reddito, il tasso di mancata partecipazione al lavoro e le emissioni di CO2 e altri gas “clima alteranti”. Sono indicatori molto grezzi ed embrionali della misurazione di un effettivo benessere “equo e sostenibile”, non privi di criticità e bias ideologici. Ad esempio, perché considerare “iniqua ed insostenibile” la diseguaglianza rilevata nei termini prescelti e non focalizzarsi invece su misure di povertà?

Il sospetto è che da più parti si utilizzi il concetto di benessere equo e sostenibile in modo autonomo e isolato da ciò che ne è imprescindibile presuppposto: la crescita del Pil, che fornisce i mezzi per attuare politiche redistributive, di welfare, sanità, istruzione. Il concetto di BES rischia così di divenire il cavallo di Troia ideologico della decrescita assai poco felice, in un paese in declino conclamato e che avrebbe bisogno di redistribuire ricchezza e non l’impoverimento che spesso pare caparbiamente perseguito come reazione “difensiva” agli anni della crisi ed a quelli della stagnazione.

Annunci