Il fragile miracolo della Spagna: molte ombre ma almeno cresce

Sempre più deficit, sicurezza sociale sbilanciata e salari ridotti. Ma anche riforme, investimenti e banche ripulite

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La Spagna pare violare la forza di gravità ed il senso comune: un paese privo di governo da dieci mesi, quindi imprigionato in una gabbia di incertezza, e che tuttavia continua a crescere ad un passo invidiabile. Ma un paese che è anche violatore seriale delle regole della Commissione europea sul bilancio pubblico, e che di recente è stato “graziato”, non subendo sanzioni per tali sforamenti. La Spagna chiuderà il 2016 con un rapporto deficit-Pil al 4,6%, mentre le previsioni di primavera della Commissione Ue ipotizzavano il 3,9%. Attesa una crescita del Pil intorno al 3%, in lieve rallentamento il prossimo anno.

La vigorosa ripresa del paese data dal 2014 quando il Pil, dopo tre anni di profonde contrazioni, cresce dell’1,4%, ma il decollo di attività è del 2015, con +3,2%. La crescita è in larga parte imputabile ad una vibrante ripresa degli investimenti: +3,5% nel 2014, +6,2% nel 2015, +4,7% atteso quest’anno e +5% il prossimo. La draconiana riforma del mercato del lavoro, avvenuta nel 2012, e la forte disoccupazione hanno contribuito ad abbattere il costo del lavoro, migliorando la competitività. Il paese ha puntato sulla manifattura, attraendo costruttori automobilistici europei mentre utilizzava risorse fiscali per un protratto programma di rottamazione dei veicoli. Anche il turismo, dal versante dei servizi, ha contribuito alla crescita mentre, dopo la riduzione di indebitamento privato di 45 miliardi di euro e la ripulitura del sistema bancario dai crediti inesigibili, effettuata ricorrendo a 41 miliardi di aiuti del fondo europeo ESM, l’erogazione di prestiti è risultata sinergica alla ripresa.

Nel 2015, il governo Rajoy ha messo mano ad una vasta ed organica riforma fiscale, abbassando la curva Irpef e riducendo la tassazione del risparmio, che in Italia Renzi ha invece inasprito. La ritenuta d’acconto per i lavoratori autonomi è stata tagliata di 4 punti percentuali, dal 19% al 15%, fornendo liquidità aggiuntiva. Tali interventi sono avvenuti in deficit: il saldo strutturale di bilancio, cioè rispetto a Pil potenziale e fase del ciclo economico, è infatti passato da un deficit di 1,9% del 2014 a 2,9% del 2015, e quest’anno dovrebbe eccedere il 3,1% previsto in primavera dalla Commissione Ue. Resta poi intatto il forte deficit della Sicurezza sociale, che prima o poi presenterà il conto.

La ripresa spagnola degli ultimi due anni appare quindi un mix di forte recupero di competitività, che ha spinto gli investimenti, ma anche di espansione fiscale, che ha consentito di capitalizzare shock positivi esterni come il crollo dei tassi e del petrolio. In Italia, nello stesso periodo, l’espansione fiscale attuata con riduzione di avanzo primario ed aumento del deficit-Pil corretto per il ciclo, non ha riavviato gli investimenti ma si è risolta in una pioggia disordinata di mance, senza revisione organica dell’Irpef né taglio sostanziale del cuneo fiscale. Non tutti sanno cogliere le opportunità.

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