Crolla il Pil e sale lo spread: non era la fine del tunnel?

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

I politici continuano a professare ottimismo, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco parla di “graduale miglioramento”, ma l’Istat rivede ancora al ribasso le stime sul Pil italiano nel 2013: -2,1 per cento. Stiamo uscendo dal tunnel della crisi o la strada è ancora lunga? Ecco i punti da chiarire.

Spread: il sorpasso dell’Italia sulla Spagna nel costo del debito pubblico è colpa nostra o merito loro?
Entrambi i Paesi continuano a mostrare vulnerabilità e un percorso di riforme incompiuto. Alcuni osservatori enfatizzano i lusinghieri risultati dell’economia spagnola in termini di riduzione del costo del lavoro, il cui risultato più evidente è stato sinora il rilancio delle esportazioni. Ma in nessun caso un’economia come quella spagnola potrà pensare di uscire dalla depressione utilizzando solo il motore dell’export, e con una domanda interna debole. Quanto alle riforme, è vero che gli spagnoli sono stati ben più incisivi di noi sul mercato del lavoro, con una drastica riduzione dei costi di licenziamento, ma la Spagna non ha praticamente fatto ancora nulla dal versante delle pensioni, a differenza nostra. La situazione del mercato spagnolo del lavoro resta drammatica, quanto e più di quella italiana. E’ bastato che le case d’investimento suggerissero un sovrappeso relativo di Spagna su Italia, motivato con la nostra instabilità politica, per determinare riallocazioni di portafoglio che hanno rovesciato la dinamica dello spread tra Roma e Madrid.

I numeri dell’Istat sul Pil (-2,1 per cento nel 2013) sono compatibili con l’ipotesi di una ripresa imminente?
I numeri dell’Istat fotografano soprattutto il passato. Gli indici dei direttori acquisti mostrano un’espansione dell’attività in manifattura e servizi, in linea con quanto sta verificandosi negli altri Paesi sviluppati. Non è ancora chiaro se tale espansione sarà l’effimero frutto di ricostituzione delle scorte o qualcosa di diverso. Molto dipenderà dalle dinamiche globali, quali la prosecuzione dell’espansione statunitense e la stabilizzazione con ripresa dell’economia cinese. Un elemento tossico per la nostra fragile economia e il suo elevato debito è però la tendenza al rialzo dei tassi di interesse globali: per un Paese che ha già un costo medio del debito pubblico ben superiore alla crescita del proprio Pil nominale, questa è una autentica iattura, che probabilmente sta anche avendo un ruolo nelle scelte degli investitori internazionali. Anche la Spagna ha un problema analogo, ma partendo da minore stock di debito.

II governo continua a promettere interventi espansivi con la legge di stabilità. Che margini di intervento ha?
Molto pochi, in assenza di crescita vera, e quindi di generazione spontanea di risorse fiscali. Sinora il governo, con enorme difficoltà e gettando via tempo e preziose risorse sull’Imu, ha effettuato solo interventi al margine dell’esistente, per manifesta mancanza di risorse spendibili. Lo stesso ossessivo ricorso a interventi sulle accise come copertura indica un Paese in grave affanno fiscale.

II tetto del deficit al 3 per cento del Pil sarà rispettato nel 2013 o è a rischio?
Il nostro governo ha dato rassicurazioni non formali alla Ue sul rispetto del tetto, ed è quindi verosimile che verrà fatto di tutto per restare entro il “numero magico» (la Spagna chiuderà quest’anno, se andrà bene, poco sotto il 7 per cento). Il problema è che, se non avremo crescita economica, l’esecutivo sarà costretto a una nuova stretta, che rischia di avvenire dal lato delle entrate, cioè alzando le tasse.

Quanto è preoccupante la situazione delle banche italiane? I toni del governatore Visco ieri erano allarmati.
Le banche italiane sono alle prese con una profonda ripulitura dei propri bilanci da crediti in sofferenza, per i quali in numerosi casi vi sono insufficienti coperture. Ciò genera perdite che tendono a erodere il capitale proprio, nel momento in cui invece le istituzioni internazionali di vigilanza chiedono alle banche di rafforzarsi patrimonialmente: l’economia si avvita, le sofferenze bancarie aumentano, le banche prestano meno e si torna al punto di partenza. Ma la situazione spagnola, da questo versante, è ben peggiore della nostra. Hanno fatto ricorso a prestiti internazionali per 40 miliardi di euro, finiti nel debito sovrano, è stata creata una bad bank che fa enorme fatica a “sgorgare” il sistema dalle enormi sofferenze soprattutto sui crediti immobiliari. Inoltre le banche spagnole si accingono a una ulteriore emersione di sofferenze, quelle sui prestiti ristrutturati.

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