I tedeschi si arricchiscono sui nostri guai

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Se esiste un errore di lettura di quanto sta accadendo in Eurozona in questi mesi e settimane, è quello che vuole che i rendimenti dei debiti sovrani siano rappresentativi di “premi” e “sanzioni” per comportamenti “viziosi” e “virtuosi” dei singoli paesi. Una visione che insiste a credere che l’Eurozona sia la sommatoria di diciassette economie del tutto indipendenti le une dalle altre, e non un inviluppo di relazioni commerciali, monetarie, bancarie e (soprattutto) istituzionali, frutto spesso casuale e mediato sino alla esasperazione di scelte di governance.

Questo esercizio di moralismo appartiene soprattutto ai tedeschi, da sempre abituati a ragionare in termini di “colpa” per tutto quanto accade sui mercati. Mesi addietro Jens Weidmann, la guida della Bundesbank che Mario Draghi ha chiamato per nome quale sua effettiva “controparte” negoziale, aveva esplicitato che “alti tassi d’interesse sono anche uno stimolo per le riforme”. Concetti analoghi sono stati espressi un po’ da tutto lo spettro politico-economico tedesco, da Wolfgang Schaeuble ad Hans-Werner Sinn.

Il concetto in sé sarebbe anche astrattamente condivisibile, se non fosse che questa non è una dialettica tra paesi indipendenti. I mercati, anche a seguito della crescente insofferenza tedesca a continuare a sostenere paesi in cui la violenza della stretta fiscale apre nuovi buchi di bilancio che vanno finanziati, hanno cominciato a scontare una non trascurabile probabilità di dissoluzione dell’euro, o di uscita di alcuni paesi. Da qui, gli investitori hanno cominciato a dirottare fondi verso la Germania, nella speranza di lucrare un guadagno in caso di ritorno del marco e, specularmente, a disimpegnarsi dal debito di paesi come il nostro, visti a rischio di uscita dalla moneta unica, causando rialzi non sostenibili del costo del debito.

Senza disconoscere duttilità e produttività dell’economia tedesca, e specularmente tutti gli elementi disfunzionali della nostra, rendimenti nulli o negativi sui Bund non sono frutto di virtù ma di enormi distorsioni, e rappresentano l’equivalente di un sussidio, come indicato di recente dal governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. Ragionare in modo sistemico e non di singolo paese e prendere consapevolezza che gli investitori spostano volumi di capitali che nel breve periodo possono alterare anche pesantemente i fondamentali è il primo passo per uscire da un’analisi moralistica che sin qui ha contribuito in modo determinante a causare enormi danni.

(N.B. Nella stessa pagina del Fatto, l’opinione alternativa di Tobias Piller, corrispondente dall’Italia della Frankfurter Allgemeine Zeitung, che conferma ad abundantiam la più completa assenza di pensiero sistemico e punta su una ristrutturazione della competitività del sistema-paese. Che è cosa buona e giusta, ma che a nulla vale se il paese va in default prima di aver completato tale ristrutturazione.)

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