Lo spread non fa l’Italia

di Mario Seminerio – Il Tempo

Nella giornata di venerdì 2 marzo lo spread sul titolo di stato decennale tra Italia e Spagna è tornato al livello zero, dopo mesi di sofferenze che ci avevano portato a differenziali di quasi tre punti percentuali. Sulla scadenza a tre anni, inoltre, il nostro Btp rende oggi trenta centesimi di punto percentuale meno del corrispondente Bono del Estado. C’è soddisfazione nei commentatori, spesso frammista a quella singolare forma di nazionalismo che ci porta a leggere l’andamento degli spread come un campionato di calcio. Ma cosa c’è dietro questo risultato, e quali letture occorrerebbe evitare per non ricadere in antichi errori? Cosa è davvero cambiato, e cosa no?

Sappiamo che rendimenti e differenziali del nostro paese hanno cominciato a scendere in corrispondenza di due eventi: le misure adottate a fine anno dal governo Monti e l’eccezionale fornitura di liquidità operata dalla Banca centrale europea. Dopo l’asta triennale del 21 dicembre, quella del 29 febbraio ha visto la partecipazione di circa 800 banche europee (incluse le britanniche), che hanno richiesto oltre 500 miliardi di euro. Queste operazioni straordinarie permetteranno alle banche di ricomprare parte del proprio debito subordinato, realizzando plusvalenze che andranno ad irrobustire la base di capitale, oltre di fatto a rinnovare il proprio debito senior in scadenza nel 2012 – ed oltre. Gli istituti di credito sono poi tornati ad investire pesantemente su titoli di stato, come mostrano gli ultimi dati.

La liquidità, quindi, resta il dominus con diritto di vita e di morte sui destini degli emittenti di debito, soprattutto sovrano. Il nostro paese era stato messo in ginocchio, nei mesi scorsi, dall’inaridimento delle fonti di domanda del nostro debito, allo stesso modo in cui ora stiamo beneficiando di un “ritorno di marea”. Nel frattempo il quadro europeo si è calmato, con la sigla del Fiscal Compact da parte di 25 dei 27 paesi della Ue, mentre la Grecia sta rassegnatamente svolgendo le incombenze legate all’erogazione dei nuovi aiuti. Tutto bene, quindi, chiudiamo il libro di questo racconto dell’orrore? Non proprio.

Intanto, a nessuno è sfuggito il ruolo decisivo della Bce (ma anche delle altre banche centrali) nel superamento del momento più drammatico della crisi. Oggi il mondo galleggia su un oceano di liquidità di proporzioni inimmaginabili. In questo contesto, basta l’assenza di cattive notizie a produrre flussi di fondi verso gli attivi più remunerativi (e rischiosi). Si finisce così in una sorta di grande gioco di specchi in cui le condizioni finanziarie distorcono la realtà, inducendo di volta in volta nella politica e nel dibattito pubblico un falso senso di sicurezza ed autocompiacimento (alta marea), oppure una flagellazione collettiva che sfocia nel panico (bassa marea e siccità).

Si prenda la lettura politica del confronto tra noi e la Spagna. Ad ogni variazione dello spread tra i due paesi sono stati versati fiumi d’inchiostro sulle presunte cause, con spericolate inferenze, tipiche di un paese il cui dibattito pubblico non brilla per analisi né per fact-checking, in cui si è di volta in volta affermato che gli spagnoli avessero la ricetta più liberale perché impegnati in una correzione centrata su tagli di spese e non aumento di entrate, oppure che l’Italia stesse avendo la meglio perché impegnata in una importante azione di liberalizzazione. C’è assai poco di vero in entrambe le chiavi di lettura, che sono invece diventate slogan del dibattito politico tra fazioni.

Mariano Rajoy, che aveva fatto una campagna elettorale molto “tedesca” promettendo sangue, sudore e lacrime tramite inasprimenti di tasse e minacce di commissariare le recalcitranti autonomie locali e la loro propensione alla spesa, si è trovato di fronte gli effetti dell’austerità e si è preso paura: disoccupazione in aumento inarrestabile, crollo di gettito fiscale che si autoalimenta. Da qui la sfida alla Ue ed alla ortodossia di bilancio tedesca. La Spagna non rispetterà il target di un rapporto deficit-Pil del 4,4 per cento quest’anno, che avrebbe richiesto nuova austerità per 43 miliardi di euro, stroncando definitivamente il paese, ma si impegna a raggiungere il 3 per cento il prossimo anno. Che accadrà, ora, con l’inchiostro del Fiscal Compact ancora fresco proprio mentre Rajoy proclama che quanto da egli deciso è parte della sovranità spagnola? L’Europa aprirà una procedura d’infrazione contro la Spagna?

Quanto al nostro paese, per quanto si aguzzi la vista, e premettendo che un governo in carica da tre mesi non può correggere tendenze “culturali” vecchie di decenni, le cosiddette liberalizzazioni sono e restano un miraggio. Quello che resta acquisito, al momento, è un forte aumento di pressione fiscale, a rilevante contenuto patrimoniale, ed una epocale riforma delle pensioni. La riforma del mercato del lavoro resta minacciata, oltre che dall’abituale muro ideologico sull’articolo 18, soprattutto dalla assenza di risorse per finanziare i nuovi ammortizzatori sociali. I rendimenti scendono vistosamente ma non per il sistema delle imprese, che restano intrappolate in un drammatico credit crunch. Al termine di questa transizione potremmo scoprire che il paese è cambiato assai poco, e non certo per cattiva volontà del premier e dell’esecutivo. In questo senso, la storia avrebbe ripetuto se stessa, dopo il governo Ciampi del 1993, per molti anni letto come discontinuità storica agli italici vizi ma che di fatto nulla cambiò, ad esempio sulla dinamica di “tassa e spendi”. E’ il sistema-Italia ad avere troppa inerzia.

La verità è che sono le condizioni dei mercati a decidere il destino dei paesi, piaccia o meno alla politica. Non sappiamo quello che ci aspetta nella prossima legislatura. Quello che sappiamo per certo è che dobbiamo evitare con ogni mezzo che questa difficile stagione si risolva in un altro giro di giostra al termine del quale l’unica certezza è un aumento della pressione fiscale e del peso della spesa pubblica sull’economia.
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Twitter: @Phastidio

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