L’inutile tragedia greca

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Ora che il parlamento greco ha approvato l’ennesima austerità per ottenere l’ennesimo “salvataggio”, è bene riflettere su ciò che aspetta il paese ellenico. Nessuna novità, saranno ancora lacrime e sangue.

In assenza della possibilità di deprezzare il cambio, alla Grecia viene richiesta una svalutazione interna, fatta di tagli a salari, stipendi e pensioni, pubblici e privati. Ma la Grecia è un paese “peculiare”: corruzione pervasiva, un sistema di esazione delle imposte che è praticamente inesistente, un’economia che ha nel sommerso il proprio asse portante. La soppressione della domanda interna di fatto sta avvenendo, come dimostrano i dati di Pil degli ultimi tre anni, ma mai come nel caso greco si assiste allo scontro tra una concezione da libro di testo del riequilibrio macroeconomico e la realtà. E il dramma è che la cocciutaggine tedesca nel perseguire una feroce politica pro-ciclica credendo che questo da solo basti per riportare la crescita determina un muro di tragica incomunicabilità. La trappola è scattata da tempo, e qualunque azione si rivela controproducente.

La Grecia non può pensare di dichiarare un default unilaterale e di ritirarsi dall’Eurozona. Ciò causerebbe un collasso senza precedenti dell’economia del paese, senza contare le difficoltà operative di reintrodurre una valuta nazionale. Vi sarebbero durissimi controlli sui capitali che rapidamente volgerebbero in soppressione delle libertà civili, si tornerebbe a forme di baratto e di economia di sussistenza ed autoconsumo, le istituzioni affonderebbero, il paese (che è membro della Nato) diverrebbe uno stato fallito, con tutto quello che ne conseguirebbe in termini di sicurezza per l’intera regione.

La stessa idea che una deflazione entro un regime di cambio fisso possa servire a rilanciare l’export è pura illusione, nel caso greco (ma anche in quello portoghese, la prossima euro-tragedia). La Grecia nel 2011 aveva ancora un deficit delle partite correnti pari ad un enorme 8,6 per cento del Pil, senza nessun sostanziale miglioramento dall’inizio della crisi. I mercati da tempo non intendono più finanziare questo deficit. L’aggiustamento si preannuncia quindi incredibilmente doloroso, per non dire tragico. Ma pensare (come fanno le ricette della Troika, mutuate da quelle del FMI per le crisi di bilancia dei pagamenti) che la Grecia possa uscire dalla crisi attraverso il rilancio dell’export non ha alcun senso, almeno nel breve e medio termine, perché la base di esportazioni greche è a bassissimo valore aggiunto: praticamente niente meccanica di precisione, chimica fine, software. Lo stesso turismo, che secondo una semplicistica vulgata potrebbe rappresentare una fonte di riequilibrio della bilancia commerciale, dovrebbe aumentare il proprio giro d’affari a livelli del tutto irrealistici, multipli dell’attuale.

Un processo che trasformi la Grecia in una Irlanda al centro del Mediterraneo, cioè con una vocazione all’export ad elevato valore aggiunto, non si crea dall’oggi al domani ma in lustri, ammesso e non concesso di riuscirvi. Con ciò non si vuol sostenere che questa trasformazione non vada perseguita, ma semplicemente che esiste una sfasatura temporale tra esigenze dei mercati e quelle dell’economia reale che si dimostra ingestibile, in assenza di aiuti esterni.

E soprattutto una cosa è pensare di ristrutturare un’economia potendo disporre di risorse per gestire la transizione, tutt’altra cosa è farlo in condizioni di crescente deprivazione della popolazione. Basti pensare all’impatto di una riforma del mercato del lavoro che elimini i contratti collettivi e le garanzie di stabilità occupazionale (almeno quelle che sono rimaste), per accrescere la produttività. Fare ciò potendo contare su risorse di welfare che trasferiscano la protezione dal posto di lavoro al lavoratore è un discorso, farlo abbandonando milioni di persone alla transizione di una elevata disoccupazione è cosa del tutto differente. E questo i tedeschi dovrebbero almeno tentare di immaginarlo.

La stessa implementazione delle misure di austerità, per le quali la Germania invoca un commissario europeo che possa sostituirsi ad esecutivo e parlamenti nazionali necessita di una legittimazione democratica attraverso revisione dell’architettura comunitaria. La sensazione è che siamo solo all’inizio di un percorso di dolore, malgrado le enormi sofferenze già inflitte. Il popolo greco è comunque in trappola, ma questo nelle cancellerie europee è da tempo un segreto di Pulcinella.

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