L’Europa paga il conto tedesco

di Mario Seminerio – Il Tempo

La decisione dell’agenzia di rating Standard& Poor’s, che venerdì ha tagliato il rating di nove paesi dell’Eurozona, mantenendoli peraltro con outlook negativo, è stata accolta con reazioni che oscillano tra l’irritato e lo sprezzante, in un frastuono in cui il tradizionale cospirazionismo contro “gli americani che vogliono distruggere l’euro” si è mescolato a recriminazioni sul mancato effetto salvifico che ci si attendeva da nuovi governi, soprattutto da quelli tecnocratici. Le cose stanno in termini al contempo più semplici e più complessi.

La realtà è che S&P ha espresso un pesantissimo voto di sfiducia sulla costruzione europea e sulle sue modalità di governance, incluse quelle che stanno per vedere la luce con l’elaborazione del cosiddetto fiscal compact. La critica dell’austerità fiscale come esclusivo generatore di fiducia e crescita è impietoso: “riteniamo che un processo di riforma basato sul solo pilastro di austerità fiscale rischi di diventare autolesionistico (self-defeating)”, scrive S&P nelle motivazioni delle valutazioni. Per l’agenzia di rating persistono “condizioni di stress sistemico”, ma tali condizioni non sono frutto di oscure trame esterne ma fatale conseguenza delle politiche della Ue, imposte di fatto dai soli tedeschi. Il direttorio franco-tedesco si è dissolto: l’economia francese non tiene più il passo di quella tedesca, e presto Sarkozy potrebbe scegliersi nuovi alleati europei, a poche settimane dalle elezioni presidenziali.

La Germania, oggi, beneficia di condizioni monetarie eccezionali: il livello dei depositi presso le banche tedesche è in continua ascesa, mentre le aste dei Bot di Berlino vengono assegnate con rendimento negativo, cioè gli investitori pagano la Repubblica Federale per il privilegio di prestarle soldi. Queste distorsioni sono segno inequivocabile della profonda sfiducia dei mercati finanziari, consapevoli che l’intero edificio potrebbe crollare e che non esiste ad oggi alcuna solidarietà a difesa dei paesi che non riescono a tenere il passo con le richieste tedesche di austerità, pur avendo fatto i “compiti a casa”. Ognuno per sé, che “unione” è mai questa?

Persino il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, durante l’ultima conferenza stampa, ha criticato in termini molto netti, sia pure con toni altrettanto diplomatici, lo stress test della European Banking Authority, fortemente voluto dai tedeschi e che di fatto ha iniettato nel sistema europeo ulteriore pro-ciclicità, costringendo le banche a tagliare il credito nel momento peggiore. Tragica differenza rispetto a quanto accadde negli Stati Uniti all’indomani del crack Lehman: là, dopo gli stress test, ci furono ricapitalizzazioni delle banche con soldi pubblici, letteralmente imposte ai banchieri dal Tesoro. E non è certamente un caso che, dopo la presa di posizione di Draghi, la prossima tornata di stress test, prevista per l’estate, sia stata messa in sonno dagli euro-burocrati.

Affermare poi che questo giudizio di S&P è la bocciatura del governo Monti vuol dire guardarsi l’ombelico. Alla Spagna, frettolosamente indicata da alcuni nostri editorialisti come modello virtuoso, è stato inflitto un trattamento identico al nostro.

Se proprio vogliamo insistere nella tesi del “complotto contro l’Europa”, diciamo che questo è un “complotto” per impedire che l’Eurozona esploda investendo l’intero pianeta, a causa dei marchiani errori strategici della sua cosiddetta leadership. Ora serve crescita, riforme di struttura, mutualità e condizioni meno moralisticamente punitive per i paesi che debbono riportare in equilibrio i propri conti pubblici e ristrutturare la propria economia.

Diversamente, i diciassette euro-scalatori marceranno a tappe forzate, imposte dal capo-cordata, verso il fatale crepaccio che li inghiottirà.
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Twitter: @Phastidio

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