Sviluppo, basta con mance e sussidi

di Mario Seminerio – EconomiaWeb

Gli appelli degli imprenditori sembrano solo richieste di sostegno al proprio ambito di attività

L’esecutivo, anche per ridurre la pressione delle imprese e l’inquietudine del capo dello Stato, ha deciso di diffondere una bozza di quello che sarà il lungamente atteso “decreto-sviluppo”.

Mutui e calamità, ma con che soldi? – A una prima lettura, ci sono elementi che suscitano perplessità. Ad esempio, la “garanzia” dello Stato a favore di giovani coppie senza contratto di lavoro a tempo indeterminato, per poter accendere un mutuo. Intenzione lodevole, ma probabilmente sarebbe stato preferibile lavorare sulle cause strutturali della precarietà, anche se qui ci si sposta su logiche di struttura della società italiana. Il tutto ipotizzando che esistano fondi pubblici per coprire la garanzia, ovviamente, e al netto degli immancabili abusi.

Oppure la polizza anticalamità. Anche qui serviranno delucidazioni: chi presterà la copertura assicurativa? Assicurazioni private, si immagina. E quale sarà il premio assicurativo per stabili che sorgono in zone a notorio rischio dissesto idrogeologico? Il premio semplicemente non ci sarà, perché il rischio, in tali zone, non è assicurabile.

Misure indefinite – Altri provvedimenti sono ancora largamente indeterminati, come le zone a “burocrazia zero”, o la razionalizzazione e accorpamento dei controlli amministrativi, per recare “il minore intralcio” alle imprese. Per la realizzazione di grandi opere infrastrutturali sono poi previste agevolazioni per i concessionari, inclusa la possibilità di dedurre dal reddito d’impresa gli aumenti di capitale che i concessionari possano aver sostenuto per realizzare l’opera.

Tecnicalità a parte, i problemi di fondo restano. Perché è vero che “la crescita non si fa per decreto”, come amano dire esponenti dell’esecutivo, ma è altresì vero che nulla viene fatto per agire sulle limitazioni alla competizione. Si pensi al caso della liberalizzazione delle professioni e alla presenza degli Ordini professionali.

Spezzare i veti corporativi – È vero che il Paese è in crisi fiscale e quindi nessuno può seriamente pensare che sia possibile spingere la domanda attraverso stimoli e spesa pubblica in deficit. Ma proprio per questo motivo servirebbe la capacità di spezzare veti corporativi che stanno determinando il declino, o più propriamente la decadenza del Paese.

Le stesse organizzazioni imprenditoriali, che si segnalano per l’invio, ormai ad intervalli regolari di ultimatum e suppliche al governo “perché il tempo è scaduto”, non paiono esprimere qualcosa di realmente differente da richieste di sostegno, implicito ed esplicito, al proprio ambito di attività.

Questa pare essere la radice del male italiano: la genetica tendenza ad associarsi per preservare le proprie rendite di posizione. La natura associativa del “capitalismo” italiano è un continuo tentativo di creare steccati intorno al proprio ambito di operatività e limitare l’incombenza di outsider. È così nel mercato del lavoro, con insider protetti che scaricano il peso dell’aggiustamento (cioè la precarietà) su chi è fuori dal sistema. È così nei servizi pubblici locali, i bastioni del socialismo municipale. È così per le categorie professionali, dove quelli che gli anglosassoni chiamano “special interests” hanno modo di difendere il proprio giardino. Senza rendersi conto che il giardino sta inevitabilmente morendo, soffocato da questo gioco a somma minore di zero.

Inutile aspettare sussidi – All’Italia non servono attese messianiche per “decreti-sviluppo”, che vengono sistematicamente deluse dal fatto che “non ci sono i soldi”. Il tempo dei sussidi e delle mance è terminato.

Se il Paese non riuscirà a liberarsi di un modello culturale basato sul senso di appartenenza a clan che a sua volta genera una continua domanda di “protezione” al legislatore, ci attende un futuro molto cupo.

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