Chi ha le ore più contate tra l’UE e la NATO?

di Andrea Gilli

Non sono un fan della NATO. Questo è chiaro. A mio modo di vedere, l’alleanza atlantica oramai non ha più una ragion d’essere. Mi pare però, che allo stato attuale, l’Unione Europea sia messa in una situazione ancora più precaria.

Non mi focalizzo qui sull’Euro o sull’Unione politica – entrambe non proprio in un momento di forza e salute. In questa sede mi concentro sull’Unione Europea di difesa: ovvero tutte le iniziative volte a cooperare ed integrare gli apparati di difesa e di sicurezza dei Paesi membri.

Negli ultimi anni, l’UE ha fatto notevoli passi avanti in questo campo. In generale, la retorica europea ha descritto questi sviluppi come toni epocali e trionfali. In realtà, chiunque avesse occhi per leggere poteva constatare la fragilità della politica di sicurezza e difesa comune. In Europa abbiamo 6 differenti programmi di sottomarini convenzionali, nove differenti programmi di carri armati, il famoso concetto dei battlegroups (che nelle intenzioni doveva rappresentare la rivoluzione dell’Europa di difesa) si è arenato, l’integrazione e la pianificazione comune è quasi inesistente. Le organizzazioni europee svolgono ruoli marginali o secondari: la European Defense Agency ha un bilancio di 30 milioni di euro (più o meno quanto il cartellino di Cavani), l’OCCAR non gestisce quasi nessun programma comune e, quando ciò accade, i risultati non sono del tutto esaltanti (leggere alla voce A400M).

Finora tutto ciò era sopportabile: non c’erano minacce serie da affrontare e la poca spesa che l’Europa dedicava alla difesa era sostenibile. Con la crisi finanziaria, il secondo assunto è stato messo in discussione. Tutti i Paesi stanno tagliando i bilanci dei loro Ministeri della Difesa e le contraddizioni di ieri diventano pesanti fardelli oggi e, soprattutto, domani.

La logica vorrebbe, in queste circostanze, una maggiore unione politica. Alla fine, dalla cooperazione possono derivare importanti risparmi economici. E’ però possibile che non finisca così.

Lo scorso anno Londra ha firmato un accordo bilaterale con la Francia in tema di difesa che – di fatto – ha messo in secondo piano l’UE. Oggi il Ministro della Difesa britannico Liam Fox mette in discussione l’intera idea di un’Europa della difesa.

Qualcuno dirà che sono i soliti inglesi. Può essere. Il problema è che con la Germania e l’Italia che investono sempre di meno in difesa, e con la Germania che si dimostra assolutamente inaffidabile quando si parla di missioni militari (leggi: Libia), la Francia non ha molte scelte. O coopera con la Gran Bretagna con cui, nonostante la diversa visione dell’Europa, condivide pragmatismo, interessi internazionali e, soprattutto un analogo livello militare e industriale. Oppure Parigi deve farsi carico di tutta la difesa Europea da sola: vista la precaria situazione di bilancio della Francia, quest’opzione non sembra fattibile.

Per assurdo, dunque, proprio la crisi europea può dare nuova linfa alla NATO. C’è solo da capire fino a che punto gli Stati Uniti saranno disposti a tollerare questo free riding o quali condizioni imporranno all’Europa negli anni a venire.

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