Tedeschi scettici d’Europa

di Mario Seminerio – Il Tempo

I mercati finanziari stanno vivendo una delle settimane più difficili dall’inizio di questa crisi epocale, finora drammaticamente fraintesa dai politici e dai banchieri. La pressione sul nostro paese aumenta in parallelo alla riduzione delle speranze che la Grecia eviti il default, dopo l’ennesima ammissione di un ulteriore sforamento dei conti di Atene, nel circolo vizioso di austerità che causa depressione che a sua volta causa austerità. Ma il nostro paese ne mette anche del suo, con una manovra surreale ed in continuo divenire, che ha ormai fatto perdere la pazienza a mercati, cancellerie e Banca centrale europea.

Non c’è nulla di più vendicativo della realtà, di solito, per la politica ed i suoi stralunati teoremi, ed anche questa situazione tragica ma farsesca non farà eccezione. Questa settimana sono in scadenza quasi 15 miliardi di titoli di stato italiani, 63 miliardi nel mese di settembre, massimo storico di tutti i tempi per il nostro paese. Nella giornata di giovedì la Bce farà il punto, nel proprio meeting periodico, sullo stato degli acquisti di titoli dei PIIGS, segnatamente italiani e spagnoli. Anche in questo caso, la traiettoria era sinistramente prevedibile, visti i precedenti di paesi ben più piccoli e gestibili, quali Grecia, Irlanda e Portogallo. Comprare titoli di stato italiani senza una missione definita è un rischio potenzialmente esiziale. Occorre tenere fermo il rendimento su livelli di sostenibilità? Se così fosse, la Bce dovrebbe comprare “a piè di lista”, e ciò è del tutto irrealistico. I mercati, ben consci di queste irrisolte contraddizioni della Bce e della Ue in generale, hanno rapidamente puntato la preda, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Ma questa settimana avremo anche il pronunciamento della corte costituzionale tedesca sugli euro-salvataggi. La percezione è che questa volta gli otto supremi giudici tedeschi si “limiteranno” a chiedere più voce in capitolo per il Bundestag, senza far deragliare rovinosamente l’euro-treno, ma le certezze non sono di questa epoca e lo stato d’animo tedesco è inquieto e frustrato, come dimostrano anche i pronunciamenti del presidente della Repubblica Federale, Christian Wulff, che ha accusato la Bce di debordare dalle proprie attribuzioni istituzionali e guidare un salvataggio tecnocratico dell’Eurozona. I tedeschi insistono molto sul tema della legittimazione democratica di ogni intervento di sostegno. Lo stesso ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, di fatto non ha rigettato il concetto di eurobond, ma ha detto che serve un processo decisionale democratico per giungervi, di certo di non breve periodo.

Nel frattempo, Angela Merkel, ormai abbonata a cocenti sconfitte elettorali amministrative, ha categoricamente escluso ipotesi di rottura dell’Eurozona ed espulsioni dei paesi reprobi, proprio mentre il maggiore banchiere tedesco, Josef Ackermann, confessava candidamente che le banche dell’Eurozona non riuscirebbero a sopravvivere ad una valutazione a livelli di mercato dei titoli di debito sovrano nel loro portafoglio. Questa è l’ipocrisia tedesca, alla fine: aver invocato rigore sui conti pubblici altrui anche e soprattutto al fine di impedire default che avrebbero travolto il sistema bancario tedesco, che di carta dei PIIGS è inzeppato. Da questa posizione, e dalla ripetuta fallacia secondo la quale la crisi deriverebbe da conti pubblici non in ordine (ma Spagna e Irlanda avevano ampi surplus di bilancio e basso debito, quando la crisi è esplosa), originano le contraddizioni del timoniere tedesco, così convinto della bontà della formula delle esportazioni come volano di crescita da pensare di imporlo a tutta l’Europa, dimenticando che per ogni esportatore deve pur esserci un importatore, da qualche parte.

Come finirà? Una dissoluzione dell’euro sarebbe l’equivalente di un inverno nucleare. Per tutti, tedeschi inclusi. Serve un colpo d’ala, di fantasia e di spirito europeo “nobile”; quello dei Padri Fondatori. Un gruppo di prominenti figure pubbliche, europee e non, tra cui Tony Blair, Gerhard Schroeder, Mario Monti, Nouriel Roubini, hanno invocato gli “Stati Uniti d’Europa”. Fuori dalla suggestione, che ci riporta ai tempi di Helmut Kohl e, prima di lui, di Konrad Adenauer, serve più integrazione politica, quindi fiscale. La strada è lunga, accidentata e dolorosa, molto dolorosa. Nel frattempo, la Bce potrebbe scoprirsi un po’ più americana e puntellare l’edificio con una nuova espansione monetaria, magari non convenzionale, piegando ancora una volta i trattati alle esigenze della realpolitik economica. Ma nessuno è autorizzato ad illudersi: andrà molto peggio, prima di andare meglio.

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