Due crisi diverse ma convergenti

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La fase di sollievo dei mercati, dopo le decisioni assunte dal vertice europeo di giovedì scorso, pare essere durata molto poco. L’euforia ha ceduto il passo ai dubbi e la regola aurea resta che, in caso di dubbi, si vende. Il fondo di stabilizzazione europea (EFSF), al quale pare essere stato attribuito il ruolo di embrione di un qualcosa che Nicolas Sarkozy ha definito Fondo Monetario Europeo, resta con una dotazione al momento invariata e pari a 440 miliardi di euro, comprensivi delle garanzie prestate dai paesi dell’Eurozona per riuscire a conseguire il massimo rating e poter quindi raccogliere fondi sui mercati dei capitali a condizioni vantaggiose. Il problema, tuttavia, è quello di votare l’aumento delle sue munizioni, passando per le forche caudine delle approvazioni nei singoli parlamenti nazionali.

I conti di Grecia e Portogallo restano in profondo rosso, e ancora molto lontani dal raggiungimento di quell’avanzo primario che consentirebbe loro di andare in default, magari discriminando tra le proprie banche e quelle estere, e riuscire a galleggiare senza ricorrere ai mercati internazionali. Mentre appare molto difficile fare accettare agli austeri creditori nordici (della vecchia “area del marco”, per intenderci), un tasso sui prestiti di salvataggio pari al 3,5 per cento, spesso addirittura inferiore a quello che alcuni di questi paesi riescono a spuntare nelle aste del proprio debito pubblico.

Il problema resta la solvibilità, e queste misure di mitigazione della pena inflitta da manovre di austerità ferocemente pro cicliche non appaiono in grado di quadrare il cerchio. Ma soprattutto, tutti sanno che, nelle decisioni di giovedì scorso, la Grecia ha ormai assunto il ruolo della comparsa, mentre i bersagli grossi si chiamano Spagna e (soprattutto) Italia. Come evidenziato ormai da tutti gli analisti, per creare uno scudo protettivo attorno a questi due paesi servirebbe un EFSF dotato di non meno di 3000 miliardi di euro. Come arrivarci, resta largamente indeterminato, ammesso che sia politicamente fattibile, ed i mercati si preparano a testare questa risoluzione.

Sull’altro lato dell’Atlantico, nel frattempo, scorrono le ore in attesa che Casa Bianca e Repubblicani trovino un accordo per alzare il tetto del debito federale prima della fatidica scadenza del 2 agosto, in cui potrebbe accadere il primo default (pur se tecnico) della storia americana. Questa crisi è del tutto differente da quella europea, ma resta potenzialmente destabilizzante, potendosi sommare ad un quadro dei mercati finanziari già molto nervoso ed incerto.In Eurolandia il problema è quello di una unione monetaria che sembra lentamente trasformarsi in unione politica (e quindi destinata a divenire anche unione fiscale), ed in cui oggi gli squilibri dei singoli membri non trovano compensazione di alcun tipo, se non la prospettiva di un default, condizione necessaria ma non sufficiente per ripartire, visto che resta il contesto di un cambio irrevocabilmente fisso che governa quella che non è un’area valutaria ottimale.

Gli Stati Uniti, per contro, restano il paese emittente della valuta di riserva mondiale, malgrado una lenta erosione del proprio ruolo di potenza economica mondiale. Dover alzare il tetto del debito dopo aver già approvato in Congresso misure di spesa che aumentano il deficit è surreale, ma consente agli attori (soprattutto ai Repubblicani) di assumere posture negoziali molto aggressive, accompagnandole alla richiesta di feroci tagli di spesa e nessun aumento di imposte. Tutto ciò, mentre oggi la pressione fiscale federale è ai minimi degli ultimi 60 anni (circa il 15 per cento del Pil), e gli stati si muovono in modo pro ciclico, licenziando personale pubblico per raggiungere il pareggio di bilancio.

Non è chiaro quali potrebbero essere le effettive conseguenze di un default tecnico americano. Molto dipenderà dal tempo necessario a trovare un accordo eventualmente successivo alla data del 2 agosto, ed alla consistenza dei tagli concordati. Molto più difficile appare evitare comunque un declassamento del debito statunitense, anche solo di un livello, o eliminare l’outlook negativo delle agenzie di rating. Per conseguire ciò, servirebbero tagli di non meno di 3-4000 miliardi di dollari che allo stato appaiono improbabili.

Un elemento comune alle due crisi, di qua e di là dell’Atlantico, è però la natura largamente autoinflitta delle medesime: nel caso europeo l’illusione che una semplice unione monetaria con incorporata la finzione di un patto di stabilità finto potesse bastare a controllare e riassorbire gli squilibri, amplificati dalla leva finanziaria di banche transnazionali. Nel caso americano, un braccio di ferro ferocemente ideologico da parte dei Repubblicani, egemonizzati dai Tea Parties, rischia di far ricadere il paese e l’Occidente in una spirale recessiva, nel momento in cui la Federal Reserve ha pressoché esaurito le munizioni e mentre alla Casa Bianca siede un inquilino che a tratti pare un Repubblicano moderato, mostrando una propensione ai tagli di spesa mai neppure lontanamente esibita dal suo predecessore George W.Bush, colui che ha posto le basi per il corrente dissesto della finanza pubblica americana.

Non ci attende la fine del mondo, ma certamente un periodo di forte volatilità.

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