Tagli di bilancio e sicurezza internazionale

di Andrea Gilli

Di debito non soffre solo l’Italia. Anche gli Stati Uniti, seppur in maniera diveesa, hanno un problema di bilancio reso difficile dalle divisioni politiche tra poteri del Paese. La situazione ha importanti implicazioni sulla sicurezza internazionale.

Come i giornali ci informano, il 2 agosto gli Stati Uniti rischiano di andare in default. Sebbene lo sviluppo sarebbe prevalentemente tecnico, dal punto di vista amministrativo e, soprattutto, psicologico, gli effetti sui mercati sarebbero devastanti. Con una situazione finanziaria non delle migliori, non è esattamente ciò di cui si sentiva il bisogno.

Obama è intervenuto ieri dicendo che taglierà sanità e difesa. In effetti, la difesa ha oramai raggiunto cifre stellari (700 miliardi di dollari l’anno) e rimane tra le principali voci di spesa a livello federale. Piaccia o non piaccia, se si vuole il bilancio in ordine questo capitolo non può essere lasciato da parte (per quanto ne dicano taluni).

Il dato interessante riguarda le implicazioni politiche della scelta. Ieri la Cina ha detto, per esempio, che gli Stati Uniti farebbero bene a spendere di meno in difesa e a guardare al loro bilancio. Non pare un consiglio del tutto disinteressato, anche perché segue le operazioni congiunte tra Stati Uniti e Vietnam, proprio mentre il Vietnam è coinvolto in una disputa sui diritti di trivellazione nel Mare Cinese del Sud.

Come, quanto e dove la difesa americana verrà tagliata non ci è dato sapere. Ci sono, però, una serie di conseguenze che possiamo esaminare in breve.

Alcuni programmi verranno tagliati. La speranza è che ai tagli orizzontali di tremontiana memoria segua una logica più selettiva, per cui i tagli maggiori dovrebbero intaccare il bilancio dell’Esercito e dei Marines, così da lasciare all’Aviazione e alla Marina USA i mezzi per rimanere il poliziotto del mondo.

Alcune basi verranno eliminate. Gates non ci è riuscito. Vediamo se, dove e quando si procederà in questa direzione. Certo è che, visto lo spostamento verso Est degli equilibri geopolitici mondiali, continuare a mantenere basi in Europa pare sempre di più una follia.

Vista l’alta disoccupazione americana, è anche possibile che alcuni dei benefits riservati ai mlitari (sanità, educazione, etc.) vengano drasticamente ridotti. In un sistema di servizio militare volontario e robusto mercato del lavoro, questi servivano per attrarre certe fasce della società. Può darsi che per gli anni a venire ciò non sia più necessario, specie se gli USA inizieranno a ridurre i teatri mlitari nei quali sono coinvolti.

Qui arriviamo all’ultimo punto. Le guerre in Iraq e Afghanistan assorbono circa 200 miliardi di dollari l’anno. Dieci volte quanto l’Italia spende per tutto il suo apparato della difesa in un anno. Chiudendo questi due fronti i risparmi sarebbero immediati.

Quali conseguenze, però?

A livello interno, pork barrel politics prenderà di sicuro il sopravvento. Non è detto, dunque, che si realizzino tutti i risparmi sperati. Ciò detto, è possibile che ci sia un consolidamento dell’industria militare, in particolare nel campo di terra. Non è da escludere qualche fusione nel campo aerospaziale. Mentre è quasi certo che diverse aziende che forniscono servizi dovranno uscire di scena, consolidare, o vendere a terzi.

A livello internazionale le conseguenze sono più difficili da decifrare, anche perché dipenderanno molto da come e dove si taglierà. Certo il commento della Cina è istruttivo. I cinesi si stanno già sfregando le mani. Il compito di Obama non è esattamente facile: mantenere invariata la posizione internazionale degli USA mentre taglierà la spese in difesa. E’ ovvio che uscire dall’Iraq e dall’Afghanistan significa compromettere l’influenza regionale nel breve periodo. Dall’altra parte, vista la crescita della Cina, ci sono buone ragioni per concentrarsi altrove, anche e soprattutto in una situazione di bilancio che deve essere risolta.

Verosimilmente assisteremo ad una strategia di fine-tuning volta a minimizzare i costi politici, in un quadro generale di riposizionamento strategico. Studiosi come Christopher Layne, Barry Posen, Robert Pape suggeriscono da anni di fare l’off-shore balancer. Identificare un Paese in ogni regione sul quale appoggiarsi e acquistare mezzi militari adatti per interventi rapidi ed efficaci in caso di conflitti regionali. Il resto del tempo gli Stati Uniti dovrebbero godersi il loro splendido isolamento geografico.

In vista delle elezioni del 2012 questa sarebbe la strategia più efficace. Ma come ricordava Giovanni Sartori, la democrazia è il diritto dei popoli di sbagliare. E gli Stati Uniti possono continuare a sbagliare ancora un po’. Fino a quando a bloccarli non sarà la nascente flotta cinese, ma i mercati internazionali.

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