Stretti nella morsa tra tagli fiscali e inflazione

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

L’ultimo dato di inflazione, riferito al mese di marzo, segna curiosamente lo stesso risultato numerico sui due lati dell’Atlantico. Il 2,7 per cento su base annua per l’Eurozona, altrettanto per gli Stati Uniti. Eppure, mentre la Banca centrale europea ha iniziato ad alzare i tassi, la Fed di Ben Bernanke non dà segno di voler intraprendere presto la stessa strada. Dietro lo stesso numero ci sono situazioni e valutazioni differenti delle due banche centrali.

Negli Stati Uniti esiste un ampio output gap, il “buco” di attività tra il Pil potenziale e quello attuale, che trova espressione in un elevato numero di disoccupati e di sotto-occupati (ad esempio, i lavoratori costretti al part time per impossibilità a trovare un impiego a tempo pieno). Il buco di attività europeo appare minore, e in Eurolandia convivono realtà dove l’economia è prossima al surriscaldamento (come nel caso della Germania) ed altre che sono in una profonda crisi di debito, che le misure di austerità e le riforme imposte dalla Ue e dal Fondo Monetario Internazionale hanno finora solo esacerbato.

Bce e Fed hanno inoltre un differente mandato istituzionale. La prima è figlia della Bundesbank, ed ha come unico obiettivo la stabilità dei prezzi; la seconda ha il doppio mandato di stabilità dei prezzi condizionata al pieno impiego dei fattori produttivi. Altra differenza rilevante pare risiedere nel tipo di inflazione che le due banche centrali monitorano. La Fed segue l’inflazione core, quella al netto di alimentari ed energia, che da qualche anno sono diventati le principali sorgenti di shock nell’economia globale; la Bce, per contro, sembra aver scelto di reagire quando l’inflazione complessiva (inclusi quindi alimentari ed energia) supera il 2 per cento. Interessante osservare che, sia in Eurolandia che negli Stati Uniti, l’inflazione core resta molto contenuta, di poco superiore all’1 per cento.

Vi sono evidenze empiriche secondo le quali reagire all’inflazione complessiva e non a quella core rischia di iniettare inutile volatilità nella performance dell’economia: in assenza di condizioni in cui le retribuzioni rincorrono i prezzi, un aumento dell’inflazione è destinato ad essere transitorio. L’elevato tasso di disoccupazione ed il tasso basso e calante di sindacalizzazione negli Usa suggeriscono a Bernanke che non vi sarà alcuna spirale prezzi-salari. Alla pressione di alimentari ed energia si somma quella delle importazioni dalla Cina, dove le imprese occidentali hanno delocalizzato negli ultimi anni. Le aziende cinesi stanno facendo partecipare i propri dipendenti alla formidabile crescita di produttività e ciò si traduce in rincari di merci come tessile-abbigliamento ed elettronica.

A questo scenario si somma poi l’orientamento di alcuni economisti, tra i quali si ha motivo di ritenere vi sia lo stesso Bernanke, che non si straccerebbero le vesti se il tasso d’inflazione facesse un gradino all’insù, posizionandosi ad esempio intorno al 4 per cento. In questo modo si aiuterebbero i debitori svalutando il peso reale del debito, ed in un contesto di tassi d’interesse nominali fermi si otterrebbero tassi d’interesse reali negativi, stimolando ulteriore crescita. Ecco perché oggi, negli Stati Uniti, qualcuno potrebbe mettersi a flirtare con l’inflazione.

L’effetto collaterale di questo approccio è però il progressivo impoverimento della parte di popolazione i cui redditi non si adeguano all’inflazione, in un paese che già oggi è al massimo storico di partecipazione al programma dei food stamps: 43 milioni di persone, il 14 per cento del totale. Date le premesse, per Eurolandia non si prevedono tempi facili: spingere sul rialzo dei tassi soffocherebbe la ripresa, accentuando peraltro il dualismo tra il centro tedesco e l’indebitata periferia. Al momento, un primo effetto restrittivo si sta già ottenendo attraverso la rivalutazione dell’euro sul dollaro, perché il mercato valutario premia la divisa che alza il costo del denaro.

Quali conseguenze per l’Italia? L’inflazione sale ovviamente anche da noi, per la dinamica dei prezzi internazionali ma anche a causa di mercati domestici (soprattutto nei servizi) scarsamente competitivi e di un sistema di tariffe amministrate che da sempre sono nostri focolai d’inflazione. La perdita di potere d’acquisto deprimerà ulteriormente i consumi, già cronicamente esangui per le condizioni di estrema debolezza del mercato del lavoro. I nostri conti pubblici, estremamente vulnerabili a causa della nostra persistente assenza di crescita, sono destinati ad andare rapidamente fuori linea, e l’obiettivo del pareggio di bilancio entro il 2014, come previsto nel Documento economico e finanziario elaborato dal ministero dell’Economia, richiederà una manovra correttiva persino più ampia di quanto previsto dalla Banca d’Italia, nel suo ultimo Bollettino Economico.

Questo è il pedaggio che si paga ad una realtà in cui il nostro paese resta solvibile solo attraverso continue strette fiscali, ed alla truffa intellettuale che vuole che noi ne usciremo meglio di altri, anche perché abbiamo un elevato risparmio privato. Ancora per poco, data la situazione.

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