La diagnosi (pericolosa) della Bce sulla crisi del debito pubblico

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Mentre l’Unione europea attende con ansia di conoscere, questo mese, in che modo verrà modificata la governance macroeconomica dell’area, i problemi strutturali e le incoerenze della costruzione europea, che ad oggi non è altro che una unione monetaria, tendono a scaricarsi sulla Banca centrale europea.

Come noto, dopo i reiterati fallimenti del patto di stabilità e crescita e dopo il collasso di alcuni paesi periferici, si è posta l’esigenza di impedire il verificarsi di nuove crisi. Vaste programme, avrebbe sentenziato il generale De Gaulle, soprattutto se il principale attore dell’area, la Germania, terrorizzata dalla possibilità che si giunga ad una Transferunion, cioè un’entità in cui (secondo i tedeschi) flussi di sussidi scorrono dal nucleo centrale teutonico fiscalmente virtuoso alla periferia dissipatrice, ha elaborato un “piano di competitività”, che ritiene che la causa prima della crisi risieda nel lassismo fiscale. Cosa che palesemente non è vera.

Prima dell’implosione dei loro sistemi creditizi, Irlanda e Spagna avevano infatti confortanti surplus di bilancio pubblico. Ma i tedeschi sembrano ignorare queste semplici evidenze e proseguono tetragoni a credere che l’Unione europea possa reggersi su alcune semplici regole fiscali, come la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio. Una regola che è suggestivamente risolutiva, ma che esprime una concezione piuttosto naïf di come i popoli si governano e si autodeterminano. Una regola è un costrutto creato da uomini, e come tale attende solo di essere infranta, quando viene vissuta come punitiva. Ne sappiamo qualcosa noi italiani, con l’articolo 81 della Costituzione, che sulla carta è garanzia per il conseguimento di pareggi di bilancio. Altra esperienza “modello” fu quella della legge Gramm-Rudman-Hollings, nata negli Stati Uniti per tagliare in modo automatico il deficit di bilancio negli anni del reaganismo in assenza di accordo tra Congresso e Casa Bianca, e che non venne mai applicata.

I tedeschi si ostinano a non voler sentir parlare di squilibri delle partite correnti e di regolazione bancaria sovranazionale, ma sono questi i due maggiori elementi alla base della crisi. Ad esempio, il forte deficit delle partite correnti di Irlanda e Spagna ha alimentato enormi afflussi di capitale, e la vigilanza quasi esclusivamente nazionale sulle politiche creditizie di sistemi bancari sempre più transnazionali ha permesso alla bolla di gonfiarsi oltre ogni limite, fino allo scoppio. Sulle banche i tedeschi, per voce della Bundesbank guidata da Axel Weber (che a breve passerà ad un remunerativo impiego privato in Deutsche Bank), di solito così pronti a stigmatizzare le debolezze altrui, si dicono contrari a nuovi e più rigorosi stress test, che finirebbero con l’evidenziare che le banche tedesche sono giganti dai piedi d’argilla. A Berlino sembrano quindi non aver chiara la radice della crisi: rendere realmente cogenti i limiti di Maastricht è condizione necessaria ma non sufficiente per scongiurare nuovi dissesti.

In questa situazione di stallo, cresce la frustrazione della Banca centrale europea e di Jean Claude Trichet, ormai prossimo alla fine del suo mandato. L’ingegnere minerario francese che guida l’Eurotower vorrebbe sanzioni automatiche per i paesi che sforano i parametri di Maastricht, tentando di resuscitare lo spirito originario del Patto di stabilità, ma si scontra con la realtà. Contemporaneamente, la Bce si trova a dover gestire il surriscaldamento della congiuntura tedesca, che richiederebbe un rialzo dei tassi, nel momento in cui c’è un’Europa che si trova con una crescita anemica (Italia, Francia), o con una recessione (Spagna, Portogallo) che sconfina in depressione (Grecia). Discorso a parte, ma se possibile ancora più grave, per l’Irlanda. L’esito delle elezioni politiche, con l’annichilimento del Fianna Fail e l’affermazione dei centristi del Fine Gael (che tuttavia avranno bisogno, per governare, dei laburisti) apre la strada alla possibilità che il nuovo governo di Dublino si rivolti contro le misure di austerità ad esso imposte, e decida unilateralmente una ristrutturazione del debito, con decurtazione del rimborso per gli obbligazionisti senior, in caso non riuscisse ad ottenere una riduzione del tasso pagato sugli aiuti comunitari. Un default sul debito innescherebbe un effetto-domino in tutta Europa, precipitando la crisi per il canale bancario, e causerebbe perdite pesantissime alla Banca centrale europea, che negli ultimi mesi ha finito col riempirsi di titoli di stato greci, portoghesi ed irlandesi, senza per questo impedire il crollo delle loro quotazioni (e non poteva essere altrimenti).

La verità è che la via maestra per risolvere la crisi era quella di prendere atto, molto tempo addietro, che alcuni paesi semplicemente non riusciranno ad evitare il default. Per fronteggiare questa eventualità, ed il contraccolpo sulle proprie banche, i paesi creditori avrebbero dovuto apprestare linee di difesa che prevedessero la ricapitalizzazione con fondi pubblici delle proprie banche. Oggi possiamo solo sperare di non commettere nuovi errori.

Prosegue quindi il dialogo tra euro-sordi, e le probabilità di esiti distruttivi aumentano.

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