Chi paga i tagli di Obama

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Nei giorni scorsi Barack Obama ha presentato il progetto di bilancio federale da 3700 miliardi di dollari che dovrebbe ridurre il deficit statunitense di 1100 miliardi di dollari in un decennio. Il piano è già stato considerato insufficiente dai Repubblicani, i quali tuttavia restano su posizioni molto ambigue riguardo le aree in cui operare dei tagli. La corsa alle presidenziali del 2012 è così cominciata, e Obama non appare più così sfavorito.

Il deficit di bilancio federale stimato per quest’anno è pari ad un enorme 10,9 per cento del Pil, 1600 miliardi di dollari in valore assoluto, contro la precedente stima di 1400 miliardi. Il punto di minimo sarebbe raggiunto nel 2015, quando Obama prevede il conseguimento di un pareggio del saldo primario ed il deficit sarebbe quindi composto esclusivamente di spesa per interessi, prevista per quell’anno a 607 miliardi di dollari, un ancora robusto 3,2 per cento del Pil, dopo avere scontato uno scenario di tassi d’interesse in forte ascesa.

Obama ha impostato il bilancio per due terzi sulla base di tagli di spesa e per un terzo per maggiori entrate. Dal versante della spesa, la proposta della Casa Bianca è quella di un congelamento per un quinquennio delle spese discrezionali non legate alla Difesa, tra le quali figurano anche capitoli che destano perplessità, come il pesante taglio ai sussidi sul riscaldamento per le famiglie a basso reddito e l’aumento dei tassi sui prestiti agli studenti, mentre dal versante delle maggiori entrate Obama parte dal presupposto che i tagli d’imposta di Bush, reiterati per un biennio poche settimane fa dopo compromesso con i Repubblicani, non saranno rinnovati per i contribuenti più agiati, a fine 2012. Obama intende anche operare una sorta di redistribuzione dei sussidi energetici, riducendo quelli ai produttori di combustibili fossili ed aumentandoli per le energie alternative e rinnovabili.

I Repubblicani, per contro, non intendono sentir parlare di aumenti di entrate, e pensano che l’intero bilancio possa essere risanato esclusivamente attraverso tagli di spesa. E qui sorgono i problemi, o meglio lo scontro con la realtà. Il bilancio della Difesa, che sotto Obama ha toccato nuovi massimi storici e che sarà ulteriormente ingrassato dallo sviluppo della ricerca sul cyberwarfare, appare pressoché intangibile, malgrado rappresenti una delle principali voci di spesa. I Repubblicani per contro si sono intestarditi a vedere enormi squilibri attuariali nella Social Security, e premono per aumentare l’età pensionabile e ridurre le prestazioni previdenziali. Il punto è che tali squilibri epocali semplicemente non vengono segnalati da nessuna proiezione demografica. I più maliziosi sospettano che il desiderio di intervenire su questa voce di spesa rappresenti un regalo ai contribuenti più agiati, visto che la previdenza pubblica rappresenta una voce di reddito rilevante per gli strati sociali più bassi.

L’altra grande area di spesa che appare intangibile è quella sanitaria in senso lato, con i due enormi programmi pubblici del Medicare (per soggetti ultrasessantacinquenni) e Medicaid (per i poveri). I Repubblicani in quest’ambito restano su posizioni ambigue, e di certo non aiutano i recenti sondaggi secondo i quali un’ampia maggioranza di cittadini (inclusi quelli che vorrebbero generici tagli di spesa) non intendono vedersi decurtare il Medicare, che peraltro faticano a percepire come erogazione sociale e pubblica. Riguardo le politiche fiscali, al momento né Obama né i Repubblicani appaiono intenzionati a mettere un tetto alla deducibilità degli interessi passivi sui mutui; altra misura che, dietro al “sogno americano” della proprietà della casa di abitazione, cela enormi sussidi a favore dei più ricchi ed è quindi fortemente regressiva.

E così si va avanti, con un progetto di bilancio che appare soprattutto un ballon d’essai di Obama che intende far emergere le contraddizioni dei Repubblicani e porsi come presidente fiscalmente conservatore pure se attento alle nuove tecnologie e ad evitare forme di darwinismo sociale.
Alcuni dati potrebbero essere utili per meglio inquadrare i termini della questione: la spesa pubblica in senso lato, inclusa quella statale, appare su un sentiero di crescita per nulla esplosivo, perché gli stimoli di Obama sono stati controbilanciati dai tagli a livello statale e municipale. Ma soprattutto, è di rilievo il fatto che la pressione fiscale federale sul Pil sia prossima ai minimi storici: oggi è intorno al 15 per cento a fronte di valori medi di lungo periodo pari a circa il 20 per cento. Questo sia per effetto del crollo di gettito causato dalla Grande Recessione che per le misure adottate da Obama, soprattutto dopo l’ultimo pacchetto di stimolo, centrato su tagli d’imposta nel complesso assai poco efficienti.

Se si vuole tenere questo livello di pressione fiscale, come vorrebbero i Repubblicani, serviranno tagli veri e profondi su Difesa e Medicare, cioè sulla carne viva del sistema di constituencies americane, rigorosamente bipartisan. Diversamente, si continuerà a restare in stallo in attesa del “giudizio divino” del novembre 2012, mentre il bilancio pubblico continuerà a produrre deficit. Ma Obama potrà presentarsi come soggetto centrista e fiscalmente responsabile rispetto ai Repubblicani, che predicano l’entrata dell’America in una “età adulta” della finanza pubblica, ma continuano ad illudersi che tagli d’imposta “alla Bush” (cioè in deficit) possano da soli fare il miracolo, perché “spesa pubblica improduttiva” è sempre quella di cui beneficiano gli altri.

(Pubblicato il 25 febbraio 2011)

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One Reply to “Chi paga i tagli di Obama”

  1. I agree with much of your analysis of the federal deficit problems facing Obama and the US. But I don’t understand why you didn’t include the rather glaring problem of the corporate taxation system. The failure of corporations to pay their fair share of taxes in the US is also a major contributor to the shortfall in the federal budget (although I do agree that defense spending is the giant culprit). An article earlier this month in the New York Times analyzes the current problems with corporate taxes. Here’s an excerpt:

    “….It is an extreme case, but it’s hardly the only company that pays far less than the much-quoted federal corporate tax rate of 35 percent. Of the 500 big companies in the well-known Standard & Poor’s stock index, 115 paid a total corporate tax rate — both federal and otherwise — of less than 20 percent over the last five years, according to an analysis of company reports done for The New York Times by Capital IQ, a research firm. Thirty-nine of those companies paid a rate less than 10 percent.”

    Link here: (“The Paradox of Corporate Taxes”) http://www.nytimes.com/2011/02/02/business/economy/02leonhardt.html

    Best regards,
    Rebecca Helm-Ropelato

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