Cosa succede in Libia e come aiutare il popolo libico

di Andrea Gilli e Mauro Gilli

Poiché iniziano a girare storie fantasiose su come aiutare il popolo libico, è bene essere chiari a proposito. Se lo vogliamo aiutare, l’unico vero modo è attaccando gli aeroporti e le basi militari della Libia, così da distruggere o per lo meno limitare la capacità di Gheddafi di “punire” i rivoltosi e il popolo inerme. Tutte le altre strategie possono farci sentire meglio, ma serviranno a poco.

Ritorsioni economiche. Con l’eccezione della Rhodesia, le sanzioni economiche non hanno mai funzionato. O meglio: non hanno mai promosso cambiamenti significativi e rilevanti. In alcuni casi hanno promosso politiche ambientali più favorevoli, in altri hanno costretto un paese ad abbandonare la caccia alle tartarughe marine in via di estinzione, ma quando si tratta di “national security”, o meglio, della sicurezza di un regime autocratico, i risultati sono stati spesso deludenti. Le sanzioni non hanno spinto India, Pakistan, Corea del Nord e Iran di abbandonare lo sviluppo di armi nucleari. Analogamente, non hanno portato alcun risultato significativo contro Cuba – il cui regime si è al contrario rafforzato dall’imposizione dell’embargo, sfruttando retoricamente la minaccia esterna per guadagnare consenso interno.

Relativamente alla Libia, ci sono due ragioni per cui eventuali sanzioni economiche non funzioneranno: la presenza di altri paesi – come la Cina – disposti ad acquistare eventualmente le sue materie prime; e la determinazione di Gheddafi a rimanere al potere, pena la sua stessa vita.

Embargo commerciale. Un embargo commerciale è efficace solo quando il paese oggetto dell’embargo non ha altri mercati di sbocco sui quali dirotare le proprie esportazioni. Ciò può accadere in soli due casi: quando vi è un solo partner commerciale che acquisti i prodoti del paese in questione (ossia vi è un monopsonio) oppure quando tutti i partner commerciali concordano nel non acquistare da questo paese, e riescono a mantenere questo impegno (ossia, riescono ad impedire la defezione di anche un solo paese).

Da un paio di anni i paesi occidentali hanno imparato che la ricerca di materie prime da parte della Cina rende la minaccia di sanzioni economiche poco credibile e molto poco efficace. La Cina è sempre alla ricerca di paesi ostracizzati dall’Occidente con i quali concludere contratti pluri-decennali. Basti dire che Iran, Venezuela, Sudan, Guinea sono diventati partner commerciali di Pechino dopo che gli Stati Uniti hanno minacciato o imposto sanzioni economiche contro di loro. Quindi, anche se i paesi occidentali riuscissero ad imporre delle sanzioni contro la Libia, queste sarebbero inutili senza la cooperazione Cinese. E poiché è difficile credere che la Cina si voglia schierare a favore della democrazia, ogni ulteriore discussione ha poco senso.

Sanzioni economiche intelligenti. Anche nel caso di “sanzioni intelligenti”, ossia di sanzioni che non colpiscono le esportazioni (e quindi tutta la popolazione) ma solo la leadership del paese, è assai difficile credere che queste possano portare ad alcun risultato concreto. Gheddafi è alle corde. Non solo il suo regime è a rischio, ma anche la sua stessa sicurezza personale e la sua vita sono appese ad un filo – la sopravvivenza del suo regime. Stiamo parlando di un personaggio che ha governato il suo paese da tempo immemorabile e la cui unica fonte di ricchezza e sicurezza è data dal regime autocratico che ha imposto sul popolo libico. Senza di esso, non ci sarebbe più posto per tutte le sue buffonate e il suo stile di vita grottesco, inclusi i monologhi senza fine all’ONU e  le 40 donne “guardie del corpo” che lo accompagnano.

Inoltre, la sua ricchezza deriva dalle risorse naturali del suo paese. E per quanto lo possiamo impoverire, non lo potremo mai impoverire a sufficienza. E’ davvero credibile che un uomo nelle sue condizioni, possa abbandonare la presa perché deprivato di sue ricchezze? La risposta è no. Come l’esempio di Saddam Hussein insegna, i dittatori non amano perdere. E quando la sconfitta si avvicina, cercano di ribaltare il tavolo – dopo aver tirato un po’ di calci da sotto. Gheddafi abbandonerà il potere solo per mettersi in salvo. Altrimenti, è assai difficile che lo faccia perché più povero.

Mobilitazioni di massa, condanne pubbliche, risoluzioni dell’ONU, discorsi del Papa. Molte persone, in buona fede, credono che una o alcune di queste azioni possa avere un qualche effetto positivo. Scusate la franchezza, ma questo è possibile – forse – in un altro mondo. La Libia è uno dei paesi più repressivi al mondo, subito dopo la Corea del Nord. E’ assai difficile che eventuali mobilitazioni nelle piazze europee piuttosto che condanne pubbliche da parte dei leader europei riescano a muovere qualche coscienza nel regime libico. Può succedere, non lo escludiamo. Ma se fossimo cittadini libici, riporremmo la nostra fiducia altrove.

Quindi, che fare? Se le cifre che circolano sono accurate, e sono morte più di 1.000 persone, è facile pensare che Gheddafi non si fermerà. C’è da credere che non si tratta solo di una dimostrazione di forza, ma che è disposto a difendere il suo regime ad ogni costo. Se così stanno le cose, e se i paesi occidentali vogliono impedire un ulteriore spargimento di sangue, l’unico modo per farlo è privando Gheddafi dei mezzi per reprimere le masse. In altre parole, è necessario colpire gli aeroporti e le basi militari. Non stiamo qui dicendo che questo è quello che deve essere fatto. La situazione è complessa e ci sono costi (anche umani) e benefici che devono essere valutati attentamente. Stiamo dicendo che, se si vuole bloccare la repressione, questo è l’unico modo efficace per farlo.

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4 Comments

  1. Vorrei chiedere se e quanto pesa la situazione di degrado nei paesi piu’ moderati dello scacchiere medio orientale. Non credo che questa sia una protesta antioccidentale o pro occidente mi sembra piu’ un malcontento alla stregua delle soap opera di berluconi in villa arcore.
    Le manifestazioni di violenza sono un punto di non ritorno ma mi chiedo ci sono dei validi intelettuali che possono intervenire per sedare?
    La volontà di gheddafi di non dimettersi è un chiaro punto di non ritorno.

  2. Faccio due domande a Gilli&Gilli:

    1) quali possono essere, secondo voi, le probabilità di intervento internazionale in Libia, per motivi umanitari, di stabilizzazione o altro, e chi potrebbero esserne i promotori e attori principali?

    2) se ci fosse questo intervento, in ambito Onu/Nato/Ue/circolo bridge, quale ruolo dovrebbe e potrebbe avere l’Italia, e in che misura – prescindendo dal fatto che il governo è in molte altre faccende affaccendato – tenendo conto (secondo il mio modestissimo avviso):
    – dell’esigenza, reale o apparente, di scrollarci di dosso l’etichetta dataci, a torto o a ragione, di amici del regime vecchio/morente/si dice prossimo a morire;
    – dello status di ex potenza coloniale;
    – dei legami economici con la Libia e della vicinanza geografica;
    – del fatto che la conseguente emergenza umanitaria arriverebbe sulle nostre coste e che forse, quindi, sarebbe meglio avere un ruolo in un eventuale intervento;
    – della disponibilità degli alleati a coinvolgerci;
    – dell’effettiva disponibilità di mezzi, uomini, risorse in ambito militare?

  3. Daniela, non ho capito benissimo la domanda. Ci sono altri post su quanto sta accadendo in Medio Oriente che spiegano – brevemente – quanto sta accadendo.

    Gheddafi ha tutto da perdere. I libici non ne possono più.

    Corrado:

    1) quasi nulle.

    2) l’Italia spera che non si intervenga perchè rischia di essere un nuovo Afghanistan. Crollato Gheddafi, lì non rimane nulla e avremo milioni di persone che vogliono venire in Italia. L’Italia non potrà tirarsi indietro, anche perchè rischia, altrimenti, che gli altri Paesi le facciano le scarpe. Per questo la speranza è di una transizione interna soft.

  4. Io credo che l’azzeramento delle capacità militari di Gheddafi sia un’ottima cosa per il popolo libico, ma molto meno per l’Italia; il motivo è che esiste il concreto rischio di favorire una partizione della Libia.

    Dobbiamo partire da un dato: a differenza delle rivolte in Tunisia ed Egitto, non sappiamo quasi nulla delle finalità e degli obiettivi politici che si pongono i manifestanti, se non che vogliono defenestrare Gheddafi; ancor peggio, il poco che sappiamo non ha nulla o quasi di democratico; andiamo da tendenze più o meno islamiste a spinte secessionistiche in Cirenaica. Questo è il poco che sono riuscito a capire dai media occidentali.

    Ora è chiaro che l’azzeramento delle capacità militari libiche costituisce una condanna a morte per Gheddafi; e dopo? In Egitto avevamo l’esercito, la Tunisia è un paese piccolo, con la popolazione più occidentalizzata di tutto il Maghreb e tutta una serie di credibili alternative a Ben Alì.
    In Libia non c’è nulla di tutto questo.

    Passo successivo, cos’è la Libia? La Libia è una creazione coloniale italiana, a differenza dell’Egitto non ha mai avuto una significativa storia come stato unitario; deriva dall’unione di Fezzan, Tripolitania e Cirenaica; quest’ultima, in verità una semplice striscia di terreno profonda poche decine di km prima del deserto e delle tribù che lì abitano (e che appoggiano Gheddafi) è abitata da una popolazione di etnia diversa (i Senussi) e perseguitata dal regime.

    Con questi ingredienti, tutti e tre gli esiti più probabili se provochiamo noi il crollo militare di Gheddafi senza avere prima una credibile alternativa sono sfavorevoli: una Cirenaica indipendente ed islamica, una somalizzazione della Libia (che ci obbligherebbe ad intervenire con truppe a terra, a meno di non vedere la Libia trasformarsi nel crocevia di tutti i migranti dell’Africa) oppure un nuovo dittatore di pari ferocia e dubbia fedeltà.

    Se vogliamo delle similitudini, la Libia di Gheddafi può venire accostata all’Irak di Saddam, ma certo non all’Egitto di Mubarak.
    Io non ho idea di quale sia l’opzione migliore per il nostro paese, ma certamente creare artifialmente con le armi occidentali un vuoto di potere come gli americani hanno fatto in Irak nel 2003 è la scelta peggiore.

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