Fiat, ma non spelliamoci le mani

di Mario Seminerio – Libertiamo

Ora che è stato firmato l’accordo tra Fiat e sindacati (senza la Fiom-Cgil) sulla newco di Pomigliano, facciamo un respiro profondo e fermiamoci a riflettere sulle conseguenze. Quelle che ci sono e ci saranno, tangibili, e quelle che si limitano al piccolo recinto della politica declamatoria ed impotente.

Ci voleva, un simile accordo? Pensiamo di sì, serviva un cambio di passo ed una iniziativa di rottura che producesse un simbolismo, anche se la flessibilità gestionale in questo paese di mini e micro imprese è la silenziosa norma, lontano da riflettori ed editoriali, molto spesso con il concorso del sindacato. Il nuovo disegno della turnazione è ovviamente mirato a produrre un gradino all’insù nella curva della produttività del gruppo Fiat. Ma basterà? E l’aver messo all’angolo la sigla sindacale maggiormente rappresentativa nel gruppo torinese produrrà contraccolpi di varia intensità e natura, oggi non immediatamente prevedibili?

Si potrebbe obiettare che non c’è alcuna conventio ad excludendum, ma che è la Fiom ad essersi chiamata fuori, e questa sarebbe a grandi linee affermazione corretta. Tuttavia, quanti oggi strepitano contro il passatismo ed il conservatorismo dei metalmeccanici della Cgil forse ignorano che la Fiom ha stipulato e stipula in tutta Italia contratti aziendali anche fortemente innovativi ed assai poco ideologici. Ma certo tutto ciò che riguarda Fiat ricade nel regno del simbolismo, e forse il richiamo della foresta ha tradito tutte le parti in causa, Marchionne incluso.

Veniamo alla politica, che in queste ore si divide tra chi parla di “svolta storica” e chi si arrampica sui vetri per cercare di trovare la quadra di quel “ma anche” che consenta di non farsi tacciare di immobilismo al limite della decrepitezza ed al contempo difendere quella che resta l’anima ed il traino dell’elettorato storico della sinistra italiana. Ma è difficile non pensare che fosse compito della politica lavorare per dare compiuta attuazione al dettato dell’articolo 39 della Costituzione, da sempre inapplicato. Ovviamente, la cultura emergenziale scolpita nei cromosomi di questo paese e l’incapacità progettuale della nostra “classe verbale” hanno per l’ennesima volta avuto la meglio, ed oggi a destra assistiamo a corse e rincorse per intestarsi i meriti di quello che tutto appare tranne che un game changer certo.

In passato abbiamo più volte detto che la malattia italiana è una insufficiente produttività totale dei fattori, che è cosa diversa dalla semplice produttività del lavoro, ma è il mix sinergico di iniziativa imprenditoriale e di sistema-paese, che consente di guidare lo sviluppo. Credere che non aver più la Cgil tra i piedi durante la contrattazione collettiva possa coincidere col punto di svolta di un intero paese è alquanto naif. Che farà, ora che pare non aver più alibi, il condottiero Marchionne, nel caso i risultati (non di produttività ma di vendite) non arrivassero? Se promettete di non toglierci il saluto, vorremmo citarvi un passo dell’editoriale di oggi di Massimo Giannini su Repubblica. Dimenticatene l’autore, pensate di averlo trovato sulla spiaggia, dentro una bottiglia:

«Nessuno ha ancora capito di cosa parla l’azienda quando esalta, giustamente, la via obbligata del recupero di produttività. Con le condizioni pessime nelle quali versa il Sistema-Paese, c’è davvero qualcuno pronto a credere che questa sfida gigantesca si vince riducendo le pause di 10 minuti al giorno, o aumentando gli straordinari di 80 ore l’anno? E’ vero che in Germania e in Francia le pause sono già da tempo minori che in Italia. Ma solo un cieco può non vedere che Volkswagen e Renault hanno livelli di produttività giapponesi, macinano utili e aumentano quote di mercato grazie all’innovazione di prodotto e di processo, prima ancora che all’incremento dei tempi di produzione»

Già. Fiat continua a perdere quote di mercato. Per Marchionne si tratta di una strategia deliberata di rinvio di nuovi modelli a tempi congiunturali migliori, ma credere alle fiabe è sempre più difficile, in questo mondo così aspro. Che accadrà se la nuova Fiat iperproduttiva, dopo aver riempito i piazzali, si troverà in affanno per quote di mercato cedenti quanto e più di oggi? E’ forse parte della “maledizione italiana” quel passare attraverso discontinuità credute “epocali” e risvegliarsi il giorno dopo, come se nulla fosse realmente accaduto.

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