Squilibri macroeconomici globali e la politica internazionale

di Mauro Gilli

Nelle ultime settimane la tensione tra Cina e Stati Uniti sulle rispettive politiche macroeconomiche e monetarie è cresciuta ulteriormente, portando molti giornali e commentatori a parlare di una possibile “guerra tra valute” – una corsa alla svalutazione competitiva volta ad aumentare le esportazioni e diminuire le importazioni. Al vertice di Seul del G20 conclusosi oggi, i capi di stato delle venti economie più avanzate del pianeta non sono riusciti a trovare un compromesso per ribilanciare gli squilibri macroeconomici, e hanno rinviato la decisione al prossimo anno. Da cosa deriva la difficoltà di trovare un accordo?

Come aveva sottolineato Richard Cooper nel suo classico The Economics of Interdependence, la corsa alla svalutazione competitiva è un “lose-lose game” – una gara nella quale tutti perdono. Come per gli spettatori di un concerto, se alcuni si sollevano sulle punte dei piedi per vedere meglio, il risultato finale sarà sub-ottimale: tutti saranno sulle punte dei piedi, ma nessuno vedrà meglio. Lo stesso è vero per le svalutazioni: se un Paese svaluta la propria valuta e gli altri seguono, tutti staranno peggio.

Molti si sono chiesti se in questo nuovo periodo di squilibri macroeconomici globali, i maggiori paesi – principalmente gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone e l’Unione Europea – saranno in grado di trovare un punto di incontro che accontenti tutti, come accadde con gli accordi del Plaza del 1985. La differenza rispetto a quegli accordi è che il sistema internazionale attuale non permette a nessuno di questi paesi d imporre agli altri un compromesso altrimenti mal digeribile.

Durante la Guerra Fredda, i paesi principalmente responsabili degli squilibri macroeconomici globali, Giappone, Germania Occidentale e Stati Uniti, erano legati tra di loro da fattori geopolitici: gli Stati Uniti fornivano ai primi due un bene essenziale: la garanzia della loro sicurezza nazionale. Se ciò rappresentava un peso economico per Washington, che in parte contribuiva agli stessi squilibri macroeconomici, esso forniva anche una fonte di notevole influenza: la minaccia del ritiro delle truppe.

Allora come oggi, gli squilibri macroeconomici globali erano dovuti all’eccessivo risparmio tedesco e giapponese, e all’eccessivo consumo americano (in più, oggi c’è anche la Cina, che fa la parte del leone nell’accumulare riserve). I meccanismi di mercato, se lasciati liberi di funzionare, avrebbero portato ad una rivalutazione del Marco e dello Yen verso il dollaro – un esito che però non piaceva né a Bonn né a Tokyo, dato il ruolo chiave delle esportazioni per le due economie. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti non erano disposti – esattamente come accade oggi – a cambiare (leggi: diminuire) le loro abitudini di consumo (per ragioni sia domestiche che internazionali).

E così, di fronte ad un problema apparentemente irrisolvibile, gli Stati Uniti capirono che potevano usare la loro influenza geopolitica per riequilibrare il sistema economico internazionale. Con questo obiettivo, più volte balenarono strategicamente l’idea di un ritiro delle truppe americane dall’Europa anche se un tale esito era avversato da ambedue le sponde dell’Atlantico. In questo modo, Washington riuscì a costringere la Germania, gli altri Paesi europei e il Giappone ad ingoiare varie iniziative protezionistiche come i ‘voluntary’ export restraints, gli orderly marketing arrangements e il Super 301 e infine, quando anche queste misure si dimostrarono insufficienti, addirittura l’odiato rospo della rivalutazione con gli Accordi del Plaza.

Come ha sottolineato in un magistrale articolo Michael Mastanduno del Dartmouth College, durante la Guerra Fredda e nel periodo immediatamente successivo, gli Stati Uniti sono stati in grado di giocare il ruolo di “system maker, privileges taker“. In altre parole, sono stati in grado di imporre ai loro alleati scelte che altrimenti avrebbero evitato. Questa situazione di privilegio sta venendo meno. Senza un nemico comune, gli Stati Uniti non possono giocare la carta del ritiro delle truppe per costringere i propri alleati a cambiare le loro politiche domestiche, in modo da riequilibrare gli squilibri macroeconomici globali. La differenza rispetto al passato è tutta qui: gli Stati Uniti non hanno più quel leverage che avevano in passato, questo è il motivo per cui Angela Merkel ha potuto dire “no” a Barack Obama.

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3 Comments

  1. Gli USA devono finanziare un deficit pubblico di 1t$ con un tasso di risparmio individuale poco più che nullo, e le altre forme di risparmio domestiche devono anche finanziare 2t$ di investimenti privati. Il risultato è che i risparmi privati devono coprire una sete di fondi pari al 20% del PIL, e non è affatto strano che data la carenza di risparmi domestici il 5% di questi vengano dall’estero.

    Se la Cina (rectius: il resto del mondo) smettesse di risparmiare, gli USA dovrebbero o tagliare gli investimenti, o tagliare il deficit pubblico, o tagliare i consumi, in modo da risparmiare il 5% del PIL in più.

    Non credo che Obama voglia veramente questo. O forse non capisce cosa significa I=S+(T-G)+(IM-X), cosa non impossibile. Di certo se i risparmi internazionali venissero a mancare l’economia americana avrebbe un collasso, non potendo più sostenere gran parte degli investimenti, a meno di non ridurre i consumi (e ciò si ottiene in un solo modo: tagliare l’occupazione, licenziare, tagliare i salari (magari tramite l’inflazione, visto che senza importazioni i prezzi salirebbero), aumentare i tassi di interesse (per via della ridotta disponibilità di risparmi).

    Nel breve termine agire sui cambi avrà pure senso, anche se poco, ma nel lungo termine il livello di investimenti di un paese dipende dai risparmi, e se non si producono domesticamente bisogna importare. Se gli USA non vogliono capire questo, meritano di continuare ad essere un paese in declino.

  2. Come fa tecnicamente un paese a svalutare la propria moneta? I cambi non sono fluttuanti, almeno fra le valute convertibili?

    1. Il problema è che i cambi non sono liberamente fluttuanti. Alcuni stati (Cina e Giappone in primis) intervengono per impedire che le loro valute si rivalutino verso il dollaro (ossia che il dollaro si svaluti verso le loro valute).

      Aumentando la moneta circolante a livello domestico, come ha fatto la FED recentemente con QE2, si favorisce un deprezzamento della valuta (il dollaro): poichè il prezzo di ogni bene dipende dalla sua offerta, una maggiore quantità di valuta in circolazione porta ad un abbassamento del suo prezzo. Poichè il prezzo delle valute è espresso in termini di altre, quella che si registra è una svalutazione.

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