Un giorno all’anagrafe. Semplificare per integrare, battendo la politica della paura

di Mario Seminerio – Libertiamo

Mattinata di un giorno qualunque, in attesa davanti agli sportelli dell’Anagrafe. Cinquanta persone in attesa, un ingolfamento che non si ricordava da prima dell’epoca dell’autocertificazione. L’impressione è che sia cambiato qualcosa nelle norme, in peggio, oppure che gran parte delle persone presenti non conoscano la possibilità di autocertificare (che è comunque soggetta a limitazioni, altrimenti non saremmo qui a descrivere la scena), forse perché anziani o forse perché giunti da poco in questo paese. Forse la risposta giusta è soprattutto quest’ultima: un rapido sguardo intorno e si coglie immediatamente che la maggioranza delle persone in attesa non sono italiane.

Un cittadino italiano, seduto su una sedia in sala d’attesa, compie una estemporanea ma probabilmente efficace analisi sociologico-elettorale: “Certo che a entrare qui dentro si diventa leghisti: ellapeppa, sono tutti stranieri”. La domanda che avremmo voluto porre alla persona in questione era questa: “per quale motivo si dovrebbe diventare leghisti, cioè xenofobi e razzisti, guardando delle persone in fila mentre tentano faticosamente di adempiere a quanto viene loro richiesto per essere cittadini in un paese che non è il loro?”.

Badate, l’equazione “leghista uguale xenofobo” non è nostra: deriva per via logica dalla frase del nostro improvvisato sociologo, che esprime una sua percezione, piuttosto netta: “si diventa leghisti perché qui sono tutti stranieri”. Ma perché? Forse perché si pensa che produrre un certificato di residenza o fare una carta di identità equivalga a spalancare le porte di un ricco welfare fatto di ozio in attesa che il postino consegni a casa il sussidio? E questo dovrebbe accadere in un paese in crisi fiscale conclamata? Siamo seri, se possibile.

Non ci sono risorse fiscali per nessuno, in Italia: né indigeni né immigrati. Quello che le persone in coda all’anagrafe tentano di fare è semplicemente di “entrare nel gioco”, e di giocare con le nostre regole, spesso psichedeliche come la gloriosa certificazione di esistenza in vita, sparita formalmente ma di fatto ancora operante. Spaventarsi (perché è questo ciò che è accaduto) per il colore della pelle di ragazze somale o ragazzi asiatici in attesa allo sportello fa parte delle reazioni che potremmo definire “fisiologiche” in una popolazione che teme il futuro, spesso con una qualche ragione. La paura della diversità è parte della natura umana, e spesso tale paura viene accresciuta dall’assenza di capacità culturali a comprendere ed accettare tale diversità.

Se l’immigrato non gioca con le nostre regole, in vario grado e giungendo al punto da autosegregarsi e crescere come corpo estraneo nella nostra società e nei suoi valori fondativi (sperando di riuscire a ricordarli), è giusto allontanarlo. Ma se l’immigrato desidera partecipare alla nostra comunità, nazionale e locale, anche al punto di sottomettersi alla psichedelica burocrazia che da sempre soffoca questo paese, sarebbe più opportuno agire per rimuovere questa barriera all’entrata, beneficiando in tal modo anche i cittadini italiani più anziani e/o meno preparati a gestire la montagna di carta che ci viene quotidianamente richiesta negli atti più semplici delle nostre esistenze.

Spetta alla politica agire per semplificare le nostre esistenze e creare un habitat più favorevole all’intrapresa ma anche all’integrazione. Servirebbero più fatti in tale direzione e meno propaganda su quali principi mettere in Costituzione per promuovere la libertà, che è anche libertà di non vedere le proprie esistenze sequestrate dalla burocrazia. Il sospetto è che esista un preciso interesse a mantenere lo status quo per rafforzare il disagio e le barriere identitarie verso l’immigrazione. Evidentemente qualcuno pensa che sia più pagante avere una popolazione frustrata, spaventata e rifugiata in simboli identitari fittizi, magari ripetuti per 700 volte in un edificio scolastico pubblico. E’ questa la vera maledizione di questo paese.

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2 Replies to “Un giorno all’anagrafe. Semplificare per integrare, battendo la politica della paura”

  1. Ritengo ardita e non giustificata l’ipotesi che qualcuno mantenga la disfunzionalita’ ed il tradizionale livello miserabile dei servizi pubblici italiani con lo scopo di stimolare la xenofobia. Credo piuttosto che la tradizionale sciatteria e disorganizzazione degli uffici pubblici italiani, una costante storica che risale almeno all’unificazione italiana, sia sottoposta in questi ultimi anni ad una pressione superiore al periodo precedente gli anni ’90, a causa dell’immigrazione sostanzialmente incontrollata, nuovamente conseguenza della disfunzionalita’ dello Stato italiano combinata all’incompetenza del ceto politico, non certo originata da disegno cosciente, di 200-800mila immigrati all’anno negli ultimi anni (stime attendibili Eurostat), un saldo migratorio netto molto maggiore a quello assorbito da Paesi molto meglio organizzati come Francia, Inghilterra e Germania. La combinazione tra servizi pubblici congestionati e miserabili ed abnorme livello di immigrazione rispetto a Paesi comparabili non puo’ non causare sia xenofobia sia protesta contro lo Stato inetto. Cio’ accade anche nelle civilissime Olanda e Svezia dove lo Stato funziona molto meglio. Dovrebbe essere compito dei politici indirizzare la protesta nella direzione di un miglioramento della funzionalita’ dello Stato piuttosto che coltivare la xenofobia oppure piuttosto che negare la disfunzionalita’ dello Stato italiano definendo la molto giustificata protesta come originata esclusivamente da xenofobia e razzismo.

  2. Alberto, stiamo dicendo cose piuttosto simili. Lungi da me l’idea di disegni cospirazionisti. Dico solo che, in un paese in cui è stato istituito il ministero per la Semplificazione normativa, una volta accertato che l’Italia è un paese caoticamente refrattario alla razionalità organizzativa, qualcuno ritenga di capitalizzare nel breve termine da tali disfunzionalità, soffiando sulla paura della diversità e alimentando una guerra tra poveri.

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