Abbandonare Kabul?

di Andrea e Mauro Gilli

Nell’ultima settimana, l’Afghanistan è tornato al centro dell’attenzione per tre notizie solo in parte separate.In primo luogo, c’è stata la rivelazione di contatti tra talebani e governo afghano. C’è poi stato l’attacco di venerdì, nel quale hanno perso la vita quattro nostri alpini. Infine, c’è stata la richiesta/proposta del Ministro La Russa di equipaggiare i nostri bombardieri con missili.

Vediamo di ragionare insieme su questi sviluppi.

In primo luogo, su Epistemes suggeriamo il dialogo con i talebani dal 2006, da quanto Epistemes è stato fondato. La ragione è semplice: la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Ciò significa che come bisogna combattere quando la sola interazione pacifica non basta, così bisogna dare l’opportunità ai propri nemici di abbandonare la guerra combattuta per tornare a quella politica. Quale nemico smette di combattere quando l’opzione che gli si è offerta è la morte o la galera?

Per un mix di ideologia, inerzia burocratica e incompetenza, i vertici politici e militari Americani e i comandi alleati hanno sempre sconfessato questa opportunità. Con l’arrivo di Obama, qualcosa è cambiato e ora questa opportunità è stata presa seriamente in considerazione. Resta il fatto che si sono persi almeno otto anni. Un plauso, per quel che conta, a chi come Piero Fassino suggeriva questa opzione in tempi non sospetti e veniva coperto di ingiurie.

I soldati alleati, inclusi quelli italiani, hanno continuato però a morire. L’ultimo esempio ci è offerto dai quattro alpini periti venerdì. In guerra, si sa, si muore. Non si può però non sottolineare come le loro vite, come quelle dei caduti in battaglia prima di loro, sono state in parte causate da una politica miope che anzichè cercare la collaborazione con i talebani ha cercato la crociata.

La questione interessante, a questo punto, riguarda il futuro. Cosa fare? Il ministro La Russa è intervenuto domenica indicando la propria volontà di riferire alle Camere per chiedere l’autorizzazione ad usare i nostri bombardieri non solo per funzioni di ricognizione e intelligence ma anche per CAS (close air-support). La misura servirà? Per rispondere bisogna dividere due piani di analisi: tattico/operativo e strategico.

A livello tattico/operativo, la misura è utile ma non sufficiente. La US Air Force americana svolge in Afghanistan circa 2000 operazioni al mese di close air-support. Queste operazioni consistono nel colpire con enorme potenza di fuoco i talebani laddove le operazioni di terra sarebbero troppo rischiose. Senza questo supporto, le truppe di terra dovrebbero ingaggiare scontri a fuoco lunghi e complicati che comporterebbero reali rischi non solo per la loro vita ma anche per il raggiungimento delle loro operazioni. Ovviamente, però, l’uso completo dei bombardieri non basta. La guerra in Afghanistan è una guerra di counter-insurgency. Queste guerre, se si vincono, richiedono un delicato mix di hard e soft power, di intelligence e politica: per questo il dialogo con i talebani è essenziale.

Qui arriviamo al livello strategico: è possibile identificare questo mix e quindi vincere queste guerre? Purtroppo, la risposta è negativa. Nonostante la retorica di chi, per ragioni diverse, non è intenzionato a vedere la realtà, le reali prospettive di successo vanno dallo zero allo zero. Per vincere una guerra di counter-insurgency è necessario rafforzare il governo nazionale così da favorire sviluppo e ricostruzione come hanno ampiamente dimostrato rispettivamente Andrew Krepinevich nel suo classico The Army and Vietnam e più recentemente David Kilkullen nel suo The Accidental Guerrilla. Il problema è molto semplice da descrivere ed altrettanto difficile da risolvere: i politici che possono ambire al governo nazionale sono quelli corrotti – ovvero quelli i cui interessi vanno in direzione opposta a sviluppo e ricostruzione. A livello locale, per tamponare la simpatia verso i talebani, è necessario allearsi con chi è al potere (i signori della guerra). Questi però vivono di corruzione, traffico di droga e, soprattutto, assenza di controllo nazionale. In altri termini, per favorire il governo a livello locale si indebolisce il governo nazionale, e vice versa.

I fatti, d’altronde, non offrono molte altre interpretazioni. Le ultime elezioni hanno dimostrato quanto corrotto sia il governo afgano e quanto discutibile sia il suo vertice, in particolare Hamid Karzai. L’insieme di contraddizioni e impicci che caratterizzano la missione in Afghanistan hanno fatto il resto. L’economia afghana è costituita al 90% da aiuti internazionali, che incentivano dunque gli afghani a cercare di approfittare della “bonanza” temporanea, invece di mettere le fondamenta per lo sviluppo futuro. Al tempo stesso, l’uso spregiudicato della protezione americana ha favorito comportamenti che vanno dalla corruzione alla frode (si veda la storia della banca afgana), che da parte loro non hanno certo contribuito alla credibilità e soprattutto alla legittimità del governo nazionale. Infine, la necessità di “boots on the ground” ha portato gli Stati Uniti ad affidarsi un po’ a chiunque capitasse sulla strada, senza molta selezione. Così, è notizia di qualche giorno fa, persino talebani, spie iraniane e signori della guerra si sono arruolati tra i contractors che dovrebbero difendere la coalizione internazionale. In definitiva, vincere in Afghanistan è più impossibile che difficile. La coalizione internazionale è ora coinvolta in una complicata operazione di ingegneria socio-politica dalla quale, come nei peggiori film di fantascienza, non possono che uscire dei mostri.

Finché le nostre truppe stanno in Afghanistan è giusto e necessario equipaggiarle nel migliore dei modi. Così come è necessario cooperare con i talebani. Le reali prospettive per il futuro, però, sono pressoché nulle. Questo è il punto di partenza per una discussione seria sul senso della nostra missione.

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One Reply to “Abbandonare Kabul?”

  1. Caro Gilli, io direi che l’Afghanistan appartiene a quella categoria di operazioni militari che facciamo come “biglietto” per mantenere il nostro attuale status nella NATO. Cioè non si tratta di missioni volte a raggiungere un obiettivo di politica estera nazionale, ma volte a difendere quella che è la chiave imprescindibile della strategia di sicurezza italiana: l’appartenenza alla NATO e la protezione dataci dall’ombrello strategico nucleare americano (e, perchè no, anche dalle atomiche a doppia chiave di Ghedi). Insomma è il ticket per far parte, con il nostro rango di media potenza regionale, al mondo occidentale.

    Perciò se a livello tattico-operativo ha senso discutere delle dimensioni e della dotazione del nostro contingente (anzi magari se ne discutesse, magari ci fosse in Italia una discussione simile a quella dell’SDR in UK), a livello strategico noi siamo legati agli americani. Certo, facciamo la nostra parte nella counter-insurgency in RC-W, ma parliamo sempre di decisioni operative.
    Non abbiamo massa critica sufficiente per influire a livello strategico (il nostro “surge” di 1000 soldati quanto ha influito rispetto ai 100.000 soldati USA in teatro?) ne abbiamo interessi nella regione che giustifichino un nostro interesse strategico.
    Siamo li perchè la NATO è fondamentale per la sicurezza italiana, e tanto basta.
    Ma non possiamo fare scelte ne raggiungere obiettivi a livello strategico (il che non significa però che non possiamo infuire su queste scelte e su questi obiettivi).

    Ben diversi sono, per esempio, i casi dei balcani e del Libano. Prendiamo il Libano, che secondo me è stato uno dei capolavori della nostra politica estera, nonchè l’unica volta nella storia dell’Italia repubblicana in cui potere diplomatico e potere militare hanno lavorato in sincronia per raggiungere un obiettivo strategico: una tregua tra Hezbollah e Israele negoziata anche a Roma e garantita inizialmente da una portaerei e un migliaio di fanti di marina sbarcati da 3 navi anfibie (e senza queste garanzie Israele non avrebbe concesso così velocemente il cessate il fuoco).

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