Le fregature della tassazione sulle rendite finanziarie

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Periodicamente, nell’asfittico dibattito politico italiano riemerge il tema della tassazione di quelle che vengono definite “rendite” finanziarie, e che più correttamente dovrebbero essere chiamati redditi da capitale. Anche questa definizione, a voler essere sinceri, appare fortemente caratterizzata da valenze simboliche. E’ l’immagine del “capitalista” che vive sulla pelle del lavoro e dei lavoratori, che in un paese come il nostro, assai poco avvezzo all’economia ed ai suoi temi, suscita ancora immagini ottocentesche di sfruttamento. Poco importa che i redditi di capitale siano anche il frutto di risparmi delle famiglie: per i nostri semplificatori sono “rendite”.

Ancora più incoerenti appaiono le motivazioni addotte: non è equo tassare il lavoro al 23 per cento (l’attuale minore aliquota Irpef) e le “rendite” al 12,5 per cento. Eppure basterebbe capire che l’investimento dei risparmi produce proventi per comprendere che si stanno paragonando pere e mele. Accade quindi spesso che chiunque desideri prendere posizione sulla scacchiera (o sul teatrino) della politica domestica, mandi segnali sulla tassazione di questi proventi. Se l’obiettivo (sacrosanto) è la riduzione del carico fiscale sul lavoro, si argomenta, allora si traggano le risorse aumentando la cedolare secca sui proventi di attività finanziarie. Di solito l’intera operazione viene eufemisticamente definita “armonizzazione”, e consiste nell’elevare (verso il 20 per cento) la ritenuta d’imposta su dividendi, interessi e plusvalenze azionarie su partecipazioni non qualificate.

L’ultimo, in ordine cronologico, a reiterare il mantra è stato il consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, durante il Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini. Premesso che non è chiaro perché, per reperire risorse per ridurre la fiscalità sul lavoro, si debbano aumentare altre imposte e non agire sul versante della spesa, da alcune parti si obietta che l’aumento di fiscalità su Bot e Cct si tradurrebbe in una partita di giro, perché il maggior gettito per lo stato sarebbe vanificato da un aumento dei rendimenti lordi sulle nuove emissioni di titoli di stato. Le cose non stanno così: oggi circa la metà del debito pubblico italiano è sottoscritto da non residenti, che quindi pagano le tasse secondo il regime fiscale del loro paese di residenza. La tassa inciderebbe quindi sui risparmiatori italiani, riducendo il rendimento dopo le imposte. Dietro questa formula salvifica, tuttavia, a nessuno viene in mente di esplicitare che ad essere colpite dall’inasprimento fiscale sarebbero anche le famiglie dei lavoratori, quelle che riescono a risparmiare.

Ben diversa sarebbe un’altra opzione di tassazione, basata sull’inserimento nella dichiarazione dei redditi dei proventi di capitale. Con questa nominatività, peraltro in vigore anche in altri paesi occidentali senza scandalo alcuno, si fisserebbe una soglia di esenzione, tassando il rimanente ad aliquota marginale dell’imposta sui redditi. Ipotizziamo che i primi 100.000 euro siano esentasse. Si noti che si tratta di proventi, non di investimenti. Ciò vuol dire che, immaginando un rendimento “normale” delle attività finanziarie del due per cento annuo (quello che ha rappresentato la base per l’imposta sostitutiva dello scudo fiscale), ciò equivarrebbe a tassare gli stock di attività finanziarie superiori a cinque milioni di euro. Ciò vorrebbe dire esentare da tassazione un’ampia platea di risparmiatori, non solo la “classe media”. In questo modo si otterrebbero fondi per finanziare riduzioni significative del costo del lavoro, e forse anche per ridurre la pressione fiscale complessiva, ammesso e non concesso che la classe politica accettasse di destinare a detassazione e non a spesa il gettito aggiuntivo.

Naturalmente, la manovra sulla nominatività dei redditi di capitale necessiterebbe, per essere attuata in modo efficace e non risolversi nell’abituale deflusso di capitali verso Svizzera, Lussemburgo ed altri lidi in attesa del prossimo condono, di un attivo interscambio di informazioni tra paesi, ma questo non dovrebbe essere un problema per chi, come Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Stati Uniti, ha solennemente dichiarato guerra senza quartiere ai paradisi fiscali, come abbiamo letto ed ascoltato mesi addietro.

Eppure finora nessuno ha trovato il coraggio di avanzare una proposta di questo tipo, preferendo ruminare il concetto di “armonizzazione”, con la tassazione delle famiglie risparmiatrici che essa implica. Forse la proposta è irrealistica, o troppo “problematica”? Eppure avrebbe molte caratteristiche desiderabili: la semplicità, la progressività, l’incidenza su indicatori di capacità contributiva quali gli stock di attività finanziarie accumulate. Risponderebbe anche a precetti di minore distorsività, spostando il peso della tassazione dal reddito di lavoro al patrimonio.

Come sempre, serve coraggio ed una visione non ristretta. Forse è per quello che il paese vive di circoli viziosi e luoghi comuni.

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1 Comment

  1. Nel resto d’Europa si parla di “tassazione del risparmio”; le “rendite finanziarie sono un’invenzione italiana.

    A parte questo dall’imponibile andrebbe detratto il recupero dell’inflazione.

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