Obama, Wall Street e il Gattopardo

La riforma finanziaria promette novità epocali per le Borse. Ma non le applica

di Mario Seminerio – Liberal Quotidiano

La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato, mercoledì scorso, il progetto di legge di riforma della regolazione finanziaria che porta la firma congiunta dei due esponenti Democratici alla Camera ed al Senato, Barney Frank e Chris Dodd. Il via libera del Senato, con ulteriori modifiche, dovrebbe arrivare entro metà luglio

Nel complesso, la nuova regolazione finanziaria rappresenta un tentativo di sistematizzare il corpus di norme che presiedono al funzionamento dei mercati e degli intermediari finanziari, e nasce dopo il trauma epocale rappresentato dalla crisi scoppiata nell’ormai lontano 2007, ma che è ancora con noi, e che è destinata a restarvi a lungo.

Non stupiscono quindi i toni solenni utilizzati dai notabili Democratici: Nancy Pelosi, la speaker della Camera, ha parlato di una legge che servirà “per far si che tutto ciò non accada mai più”, dando prova di qualcosa che si situa a metà tra l’ottimismo e la scarsa conoscenza del funzionamento dei mercati. Ma per i Democratici, all’approssimarsi delle elezioni di midterm del prossimo novembre, è vitale contenere l’ondata di sconcerto frammisto a disgusto che l’opinione pubblica esprime di fronte ad una crisi che ha ormai intaccato la tradizionale mitologia americana della capacità di rigenerarsi più forti dopo ogni crisi e di contenere le degenerazioni oligarchiche del proprio sistema economico.

Il progetto di legge prevede, tra le altre cose, una regolazione più stretta sulle imprese finanziarie, oltre alla istituzione di una agenzia per la protezione dei consumatori di sapore piuttosto europeo, in linea con altre riforme di questa presidenza. Prevista anche la riduzione delle attività più rischiose di trading ed investimento, e la creazione di un processo per governare la liquidazione delle banche e delle entità finanziarie in dissesto. Ma i dubbi sul provvedimento restano. A partire dalla mancata gestione del “caso” di Fannie Mae e Freddie Mac, i due giganti dei mutui da sempre centauri al confine tra pubblico e privato, dopo la crisi divenuti garanti pressoché unici di tutta l’attività di erogazione di mutui negli Stati Uniti, con il ruolo di assorbire le insolvenze dei debitori. Attività che, da settembre 2008 ad oggi, è costata 145 miliardi di denaro dei contribuenti, ed ancora non si vede la fine del tunnel.

Un esempio di provvedimento di riforma della regolazione finanziaria su cui si sono formate forti attese, poi invariabilmente frustrate, intorno alla cosiddetta “regola Volcker”, dal nome dell’ex governatore della Fed, l’uomo che a inizio anni Ottanta stroncò l’inflazione con una politica monetaria aggressivamente restrittiva. Mesi addietro Volcker, che fa parte dei consulenti di Obama, aveva proposto di separare drasticamente la funzione di banca commerciale da quella di banca d’investimento, eliminando il trading proprietario e di fatto reintroducendo una separazione come quella prevista dal Glass Steagall Act, abolito nel 1999. L’idea di Volcker è però stata progressivamente diluita e snaturata, e nella versione finale del testo di legge è stata sostituita dalla possibilità per le banche di investire un massimo del 3 per cento del proprio patrimonio in fondi hedge o di private equity, e fino ad un massimo del 3 per cento del patrimonio di quest’ultimi. Limiti comunque ampi, e che permetteranno alle banche di continuare le operazioni proprietarie senza problemi di sorta.

Nel complesso, il provvedimento appare più di facciata che realmente risolutivo. In esso, ad esempio, non viene trattata la questione centrale del sistema finanziario americano, quello delle banche too big to fail, che dopo questa crisi ed i relativi salvataggi lo sono ancora di più, con effetti pesantemente distorsivi sul mercato dei depositi. Inoltre, la nuova legislazione neppure accenna alla necessità di ridurre l’eccesso di leva finanziaria presente nel sistema. Ancora, la creazione del Financial Stability Council è un passo avanti rispetto alla balcanizzazione dei regolatori finanziari presente oggi, e che spesso consentiva agli intermediari di “scegliersi” il proprio guardiano, con effetti che sono sotto gli occhi del mondo. Ma la nuova struttura, coinvolgendo la precedente pluralità di supervisori e regolatori, reca con sé evidenti problemi di coordinamento.

Nulla è poi previsto per rompere la struttura oligopolistica delle agenzie di rating, anche se è istituita un’entità para-governativa di gestione dei conflitti d’interesse di quest’ultime. Nell’ambito della governance societaria la riforma non dà all’assemblea degli azionisti sufficienti poteri di controllo, preventivo e successivo, sull’operato dei manager, non prevedendo neppure clausole di revocatoria dei bonus. Un aspetto moderatamente positivo è l’aumento della protezione federale sui depositi, portata a 250.000 dollari, finanziata con aumento dei premi assicurativi a carico delle banche. Si dimentica tuttavia il punto più importante: l’innovazione finanziaria, nel bene e nel male, è sempre più “liquida”, cioè tende ad aggirare senza sforzi eccessivi le regolazioni più puntuali, in un circolo vizioso di regolazione puntuale che genera comportamenti elusivi che chiamano nuove regolazioni.

Ma soprattutto, in questa riforma c’è un aspetto ironico e surreale. E’ la solenne certificazione di quello che dovrebbe essere il fondamento dell’attività creditizia: la verifica preventiva della solvibilità del potenziale debitore. Ecco quindi che sarà vietato erogare credito a chi non ha i mezzi per rimborsarlo. Viene da sorridere amaro pensando che, se questo precetto di buonsenso fosse stato rispettato negli anni passati, forse ci saremmo evitati gli aspetti peggiori della crisi. Ma fa anche riflettere che, per la benevola negligenza ideologicamente finto-liberista del controllore (la Fed di Alan Greenspan), ora ci si trovi con una legge che moltiplica le sovrastrutture burocratiche sull’economia. Il Gattopardo di Wall Street ha colpito ancora.

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