Sulla mini-naja, e i ministri che sprecano i soldi pubblici

di Mauro Gilli

La mini-naja è stata approvata. Non credo siano necessari giri di parole: si tratta di uno spreco di denaro pubblico. Il Ministro della Difesa La Russa ha giustificato l’iniziativa con motivazioni formative. Se questa è la ragione dietro al progetto, allora lo spreco di risorse è doppio.

Gli eserciti servono. Può non piacerci, ma servono a garantire la sicurezza nazionale; ad operare in situazioni di emergenza (calamità naturali); e ad adempiere a obblighi o impegni internazionali. Gli eserciti hanno bisogno di soldati. Questi ultimi possono essere reclutati in due modi: forzoso (la leva obbligatoria); o volontario (esercito di volontari). La tecnologia disponibile, le pressioni sociali, e l’assenza di minacce territoriali prossime hanno reso la leva obbligatoria non solo obsoleta, ma anche controproducente per i paesi sviluppati. I soldati di leva non possono infatti essere utilizzati in missioni all’estero. Inoltre, l’avanzamento tecnologico in campo militare ha reso necessario un addestramento che i militari di leva non possono avere.

Inutile dire, dunque, che da questo punto di vista, le tre settimane di “naja” alla quale molti giovani si sottoporrano saranno inutili. Se un anno di leva non è sufficiente ad impartire le competenze necessarie ad un soldato, figurarsi a cosa possano servire tre settimane. Se tutto va bene, nessuno si farà male. Per la collettività, dunque, si tratta di una perdita netta.

Veniamo alla motivazione addotta dal Ministro La Russa. Scrive il Corriere della Sera: “L’abolizione della leva, secondo il ministro La Russa, ha tolto ai giovani la possibilità di un’esperienza che aiuta a crescere. Di qui l’idea di offrire a chi ne ha voglia almeno un assaggio di vita militare.” Il Ministro La Russa non ha torto. Il servizio militare svolgeva e solge ancora un ruolo formativo importante, soprattutto nell’insegnare quelle che il premio nobel per l’economia James Heckman ha chiamato “capacità non cognitive”. Soprattutto per soggetti provenienti da condizioni di disagio sociale, il servizio militare permette a questi ultimi di apprendere norme di comportamento utili per la vita lavorativa (disciplina, abnegazione, e ordine, per esempio). Tutto bene, dunque? Non proprio. Perchè l’insegnamento di queste norme dovrebbe essere compito dei genitori, in primo luogo, e della scuola, in secondo.

Se il ministro La Russa ritiene che la scuola pubblica non svolga adeguatamente i suoi doveri, invece di spendere le risorse del Ministero della Difesa perchè altrimenti “farebbero una brutta fine” (sic), farebbe meglio a premere per una riforma del sistema d’istruzione.

L’Italia è il paese con il più alto numero di operazioni internazionali in corso. I soldati italiani sono impegnati in difficili teatri dove rischiano giornalmente la vita. Allo stesso tempo, la crisi economica ha ulteriormente ridotto i già esigui fondi della Difesa. Le poche risorse disponibili dovrebbero essere spese in modo utile, non gettate via per sceneggiate delle quali francamente non se ne sentiva il bisogno.

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